I 125 anni della Legge Giolitti, istitutiva della Banca d'Italia

Mondovì ricorda il celebre statista cui diede i natali, ospitando la lectio del Presidente ABI Antonio Patuelli.

In epoche e forme diverse, l'Uomo si è tuttavia dovuto sempre confrontare con le medesime problematiche di fondo. In questo senso la Storia assume davvero il ruolo di magistra vitae, nella misura in cui il suo studio - e la piena consapevolezza delle vicissitudini che l'hanno caratterizzata - favoriscono i decisori nel "saper dosare" il quotidiano, leggendo e rielaborando in chiave analitica i fatti della realtà contemporanea.

Si è recentemente discusso a proposito (o a sproposito) delle riserve auree della Banca d'Italia, ma pochi hanno saputo ricordare come, nell'estate dell'anno scorso, sia decorso il 125-esimo anniversario dalla sua istituzione, tramite la Legge Gioititi. E Mondovì, città che diede i natali all'illustre statista, cinque volte Presidente del Consiglio, lo ha fatto con un evento di elevata pregnanza culturale, tenutosi lo scorso 13 Marzo, presso l'aulica sala del Circolo Sociale di Lettura.

Presieduto dal Sindaco Avv. Paolo Adriano, con il Prof. Beppe Ghisolfi in qualità di moderatore, e l'intervento del Direttore della sede torinese della Banca d'Italia, Dott. Luigi Capra, il convegno ha ospitato una appassionata lectio del Presidente ABI, Antonio Patuelli, di ritorno dalla presentazione torinese di Lessico finanziario, il best seller del nostro Direttore.

"La coerenza intellettuale è una buona premessa", ha esordito Patuelli ricordando i tratti di austerità, equilibrio e moderazione di quel pensare e agire severamente sabaudi che caratterizzarono il percorso politico di Giolitti. Figlio del suo tempo, così come lo furono i prodromi storico-culturali che, nella neonata Nazione post-unitaria, condussero in poco più di un trentennio all'istituzione della Banca d'Italia. Dopo i fatti del Marzo 1861, la circolazione della carta-moneta sul territorio del Regno risultava estremamente ridotta. L’economia languiva, ingessata da un reddito prò capite inferiore alla metà di quello inglese e poco sopra la metà di quello francese. Il tessuto bancario si componeva di una pletora di ditte individuali, affiancate da qualche istituto pubblico e da sei banche di emissione, le quali avevano conservato la prerogativa di stampa della moneta cartacea. Queste ultime erano distribuite su tutta la penisola, a memento dell'influenza che ciascun feudo economico territoriale intendeva ancora esercitare. Al Nord si trovava la Banca Nazionale nel Regno d'Italia (frutto della fusione fra la Banca di Genova e quella di Torino), nel centro sopravvivevano la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d'Italia e la Banca Romana (subentrata dopo il 1870 agli istituti di credito pontifici) mentre il Meridione era rappresentato dal Banco di Napoli e dal Banco di Sicilia (entrambi pubblici).

Nel 1866 l'istituzione del corso forzoso per la Lira (che quattro anni prima la Legge Pepoli aveva stabilito essere l'unica moneta circolante nel Regno) ne aveva abolito l'obbligo di convertibilità in oro, favorendo la diffusione della moneta metallica.

In uno scenario in cui i depositi bancari erano ancora poco diffusi, accettando la carta-moneta i sudditi facevano di fatto credito agli istituti di emissione, consentendo così a questi ultimi di immettere liquidità nei circuiti produttivi dei clienti. Questo processo, oltre a combattere l'usura, comportò una decisa monetizzazione dell'economia italiana. In seguito la breve reprimenda sul corso forzoso, sospeso dal 1883 al 1887, contribuì a innescare una pericolosa bolla speculativa che, sull'onda dell'espansione edilizia di Roma, travolse anche gli istituti di emissione. Emblematico a tal proposito fu lo scandalo della Banca Romana i cui illeciti, inizialmente taciuti dal Governo, balzarono all'onore delle cronache nel 1892.

E proprio in questo contesto turbolento prevalse l'indirizzo politico di Giovanni Giolitti il quale, contrario alla proposta di tabula rasa di Sidney Sonnino (per cui gli istituti di emissione andavano ripensati completamente), dettò nuove regole per la stampa della moneta cartacea, traghettando il sistema verso la creazione di un istituto bancario centrale. Per l'appunto la Banca d'Italia. Era infatti il 10 Agosto del 1893 quando, con la Legge bancaria n. 449, veniva "autorizzata la fusione della Banca Nazionale nel Regno d'Italia con la Banca Nazionale Toscana e con la Banca Toscana di Credito, allo scopo di costituire un nuovo istituto di emissione" (art. 1) cui affidare (ancora assieme ai Banchi di Napoli e di Sicilia) "la facoltà di emettere biglietti" per un determinato periodo a partire dal giorno di pubblicazione della Legge (art. 2). Pilastri della normativa furono il ridefinire la modalità di circolazione della carta-moneta, basata sulla copertura aurea del 40% dei biglietti emessi e sul revocare agli azionisti la gestione diretta dell'istituto, ponendo al di sopra dei profitti privati l'interesse pubblico.

L’intervento, declinato in maniera ragionata sul problema, accompagnò tra l'altro la transizione verso un sistema di erogazione del credito sempre più in capo alle grandi banche miste di recente fondazione (Banco di Roma, Banca Commerciale Italiana e Credito Italiano). Del resto, come raccontò lo stesso Giolitti nelle Memorie della mia vita, "le leggi devono tener conto anche dei difetti e delle manchevolezze di un Paese. Il sarto che ha da vestire un gobbo, se non tiene conto della gobba, non riesce".

Per quanto concerne la comunicazione, oggi stupisce leggere le cronache politiche del tempo: "quelle di un'Italia che sapeva raccontare le cose in modo non strillato" - è il commento del Presidente Patuelli - "facendo vedere il Paese della legislazione approvata, delle discussioni in Parlamento e financo delle condizioni meteorologiche in essere".

Contestualmente alla pubblicazione della Legge Giolitti, sulla Gazzetta Ufficiale si leggevano infatti le brevi, il bollettino meteo, i resoconti puntuali di quanto era avvenuto in Parlamento e le didascaliche note logistiche riguardanti la seconda divisione della squadra di manovra, partita alle 2:00 da Portoferraio per Vado.

Fra le carte si scopre dunque un'Italia semplice, autorevole e nitida. E, soprattutto, consapevole. Consapevole come forse nel corso del tempo non lo è più stata: sia per quanto riguarda la propria millenaria e ineguagliata importanza culturale, sia per il merito di aver partorito un edificio solido e robusto come quello della Banca d'Italia. Un istituto di diritto pubblico, una casa di tutti che, con gestione indipendente, persegue il mantenimento della stabilità dei prezzi nonché l'efficienza del sistema finanziario italiano, peraltro in attuazione dell'art. 47 della Costituzione sulla tutela del Risparmio.

Nata dai saldi principi e dall'austerità del pensiero liberale sabaudo, nata in un periodo di forte incertezza - che sempre rappresenta la più valida spinta per cambiare passo e investire meglio - la Banca d'Italia, prima ancora delle riserve auree nazionali, conserva uno dei beni più importanti: la fiducia delle persone.


Tratto dalla rivista Banca Finanza, n4 2019 | download pdf ⇓

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