Vocabolario della Finanza

Ecco un utile ed insolito vocabolario contenente tutti i principali termini finanziari spiegati in modo chiaro e comprensibile. 

Questi termini sono estratti dal libro Lessico Finanziario del noto banchiere Beppe Ghisolfi, presidente dell’Accademia di educazione finanziaria, edito da Aragno, in cui spiega (e fa spiegare da 70 Big della finanza, dell'accademia e della comunicazione) le parole della finanza al pubblico di giovani, famiglie e risparmiatori.


ABI - Associazione Bancaria Italiana

di Giovanni Sabatini
(Direttore Generale dell’ABI)

Quando il telegiornale parla dell’economia italiana sentiamo spesso citare alcuni organismi, il cui nome è espresso con una sigla: Confindustria, ABI, Coldiretti, CNA, Confcommercio, ANIA e tanti altri. Sono i soggetti che rappresentano le aziende piccole e grandi impegnate nei diversi settori produttivi: industria, agricoltura, commercio, banche, assicurazioni e così via. In una economia complessa come quella odierna, questi organismi rivestono notevole importanza, perché danno voce a milioni di imprese e le rappresentano nei rapporti con le Istituzioni italiane ed europee, con le altre associazioni di imprese, con le associazioni dei lavoratori e dei consumatori contribuendo allo sviluppo economico e democratico del paese.
L’ABI, Associazione Bancaria Italiana, è il soggetto che rappresenta le banche operanti in Italia, è una associazione privata senza fini di lucro, la cui attività è disciplinata dal suo statuto in conformità con le norme della Costituzione e del codice civile. Essa non esercita l’attività bancaria né svolge funzioni di vigilanza o di coordinamento sulle attività dei suoi associati ma li rappresenta e promuove i loro diritti.
L’Associazione ha una lunga storia, perché fu fondata nel 1919. Sin da allora svolse numerose attività in campo economico e giuridico, occupandosi anche dei problemi relativi all’esecuzione dei trattati di pace. Durante il ventennio fascista fu progressivamente limitata la sua libertà d’azione, fino allo scioglimento imposto dal regime nel 1937. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, l’ABI venne ricostituita a seguito di un referendum indetto tra tutte le banche italiane. Riprese rapidamente le sue attività e insieme ai suoi associati fu coinvolta in alcune delle vicende più importanti per il Paese e la sua economia, come l’elaborazione della Costituzione, la ricostruzione postbellica e il processo di integrazione europea.
Oggi l’Associazione partecipa attivamente ai diversi ambiti in cui si discutono le opportunità ed i problemi dell’economia italiana e internazionale. Con la sua sede di Bruxelles e l’ufficio di rappresentanza a Francoforte, l’ABI e’ fortemente impegnata nel confronto con le istituzioni europee per contribuire fattivamente alla realizzazione di un mercato finanziario europeo integrato, regolato e competitivo che supporti la crescita e lo sviluppo a vantaggio delle imprese e delle famiglie. Formula proposte per la realizzazione di un mercato libero e concorrenziale, promuove la cultura della sana gestione bancaria e della legalità, la conoscenza e la coscienza dei valori sociali e dei comportamenti ispirati ai principi della corretta imprenditorialità. L’ABI, direttamente e tramite Enti collegati, è impegnata a favorire e sviluppare i processi di innovazione e l’adozione delle nuove tecnologie nel settore bancario proponendo soluzioni per i necessari adeguamenti normativi, la rimozione dei vincoli amministrativi sempre in un contesto di massima sicurezza operativa.
L’ABI supporta i suoi associati anche nella formazione del personale bancario con corsi e seminari volti a favorire la comprensione del quadro normativo sempre più complesso e articolato e il rispetto delle regole.
Per raggiungere questi obiettivi l’ABI opera in diversi modi: collabora con molti soggetti – dalle Istituzioni pubbliche agli organismi economici e sociali, fino a diversi Enti e associazioni – per trovare soluzioni alle questioni che interessano il settore creditizio e finanziario; organizza studi e dibattiti sui temi bancari, economici e sociali; promuove l’innovazione normativa nazionale e dell’Unione europea nei campi in cui operano gli associati.
Un’attività di grande importanza è il rapporto con le organizzazioni dei lavoratori. L’ABI insieme ai sindacati dei lavoratori del credito elabora i contratti collettivi, ossia quegli accordi che regolano a livello generale i diversi aspetti del lavoro in banca.
Un altro elemento significativo è l’impegno per la cultura. Tra le numerose iniziative vale citare l’apertura al pubblico, nel 2015, della biblioteca Stefano Siglienti, per rendere fruibili a tutti migliaia di libri di carattere culturale editi dalle banche italiane, molti dei quali praticamente introvabili.
Tra le principali attività volte a far crescere la cultura economica e finanziaria in Italia, l’ABI ha sostenuto la nascita e lo sviluppo della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio. La Fondazione opera per favorire la promozione e la diffusione dell’educazione finanziaria, fondamentale affinché tutti possano esercitare i propri diritti e doveri di cittadini e consumatori in campo economico.

In conclusione, per rispondere sinteticamente alla domanda “cos’è l’ABI?”
Possiamo dire che è l’associazione di rappresentanza delle banche operanti in Italia, impegnata a promuovere “la cultura della legalità, della sana e prudente gestione bancaria, la conoscenza e la coscienza dei valori sociali e dei comportamenti ispirati ai principi della corretta imprenditorialità e di realizzazione di un mercato libero e concorrenziale” nella convinzione che la costruzione di una società migliore sia compito di tutti e di ciascuno.


ACRI
Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio spa

Alessandro Del Castello
(Condirettore Generale dell’ACRI)

L’ACRI è la rappresentanza nazionale delle Casse di Risparmio e delle Fondazioni di origine bancaria. Nel corso della sua storia secolare ha accompagnato e stimolato l’evoluzione delle Casse di Risparmio, nel loro percorso di crescita sino alla separazione dell’attività bancaria da quella filantropica.
Fondata nel 1912, a seguito del primo congresso delle Casse di Risparmio tenutosi nel 1911 a Torino, ebbe come primo presidente il marchese Cesare Ferrero di Cambiano, Presidente della Cassa di Risparmio di Torino. Fino al 1990 ha svolto la sua attività esclusivamente verso le Casse di Risparmio, di cui ha tutelato le istanze e curato la rappresentanza sindacale, promuovendone anche i legami di appartenenza attraverso la costituzione volontaria di un fondo di solidarietà e sviluppo, una forma antesignana dell’attuale fondo interbancario di tutela di depositanti, a sostegno delle Casse in difficoltà. Il processo evolutivo che dal 1990, in applicazione della cosiddetta legge Amato - Carli (legge n. 218 del 1990 e D.Lgs. n. 356 del 1990), ha interessato le originarie Casse di Risparmio e che ha portato, da un lato, alla loro “trasformazione” in società per azioni e, dall’altro, alla nascita delle Fondazioni di origine bancaria, ha segnato profondamente l’attività e il ruolo dell’Associazione. La presenza nella propria compagine associativa anche delle Fondazioni, sancita con la modifica statutaria dell’8 maggio 1991, e la scomparsa della categoria giuridica delle Casse di Risparmio, con la revisione della legislazione bancaria nel 1993, ha determinato la dismis- sione dal 1° gennaio 2000 della funzione di rappresentanza sindacale e il suo conferimento all’Associazione Bancaria Italiana. Nei confronti delle Casse di Risparmio spa, ACRI mantiene un’attività di tutela per tutte quelle problematiche che le riguardano in virtù della loro specificità derivante da una comune tradizione storica, ovvero della loro maggiore omogeneità istituzionale, fra cui la presenza delle Fondazioni nel loro capitale sociale, e operativa di banche retail.
Con la riforma Ciampi, che ha profondamente rivisto la disciplina delle Fondazioni, avvenuta alla fine degli anni ’90 con la legge n. 461 del 1998 e il relativo decreto attuativo, il D.Lgs. n. 153 del 1999, l’Associazione ha progressivamente assunto un ruolo sempre più orientato nei loro confronti, promuovendo la diffusione di buone pratiche operative e l’elaborazione di codici e prassi comportamentali, come ad esempio la Carta delle Fondazioni del 2012. Inoltre, in adempimento delle previsioni legislative, ACRI svolge le proprie funzioni di organizzazione rappresentativa anche verso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che è l’Autorità di vigilanza delle Fondazioni, che, con la sottoscrizione il 22 aprile 2015 di un Protocollo d’intesa, ha esplicitamente riconosciuto all’Associazione un ruolo di interlocutore nella definizione di prassi e criteri di vigilanza.
Attualmente la compagine associativa ACRI si compone di 126 soci, di cui 86 Fondazioni e 28 Casse di Risparmio, che riuniti in Assemblea provvedono a formare gli organi associativi e a definire linee comportamentali che possano valorizzare e orientare, in forma condivisa, l’azione degli Associati.
Sotto il profilo organizzativo, ACRI consta di un Consiglio di Amministrazione, a composizione federale, di un Comitato Esecutivo, espresso dal Consiglio, e di un Collegio dei Revisori dei conti. Completano la governance dell’Associazione il Comitato piccole e medie Fondazioni e il Comitato delle società bancarie, presieduto dal prof. Giuseppe Ghisolfi, presidente della Cassa di Risparmio di Fossano SpA, che si occupa in maniera esclusiva delle questioni che attengono alle Casse di Risparmio. ACRI è presieduta dall’avv. Giuseppe Guzzetti, che è al vertice anche della Fondazione Cariplo. L’incessante e lungimirante azione del suo Presidente, iniziata subito dopo la riforma delle Fondazioni ad opera della legge Ciampi, ha fatto assumere all’Associazione, anche attraverso l’attività degli associati, un ruolo centrale sia nel “riassetto” del sistema bancario, che nell’affermazione della natura privatistica e nella caratterizzazione dell’attività filantropica delle Fondazioni.


Amministratore Delegato

di Alessandro Profumo
(Amministratore Delegato di Leonardo)

Il titolo già spiega i contenuti del ruolo: parliamo di un Consigliere di Amministrazione che ha ricevuto, dal Consiglio stesso, delle deleghe per la gestione.
Parliamo di un Amministratore Delegato di una banca, dove le norme definiscono con grande chiarezza quali materie sono “riservate” al Consiglio stesso, impedendone la delega all’AD. Giusto per avere un’idea le materie non delegabili riguardano, principalmente, la strategia, le acquisizioni e le dismissioni al di sopra di determinate soglie, la macro organizzazione, il profilo di rischio, i sistemi di compensazione.
Le norme bancarie chiariscono anche molto bene il ruolo del Presidente, che non può avere alcuna funzione esecutiva. Ci si può chiedere allora, l’Amministratore Delegato? Ha un ruolo fondamentale, provo ad elencare, in modo semplice, le principali funzioni che questa figura organizzativa svolge:

  • Prima di tutto è la persona che propone al Consiglio di Amministrazione le decisioni in merito agli argomenti riservati al CdA. Deve quindi, sulla base di processi di formazione della decisione ben strutturati, portare all’attenzione del Consiglio le proposte di delibera delle decisioni sugli argomenti che ho prima, in modo non esaustivo, elencato.
  • Cura l’esecuzione delle delibere assunte e riporta al CdA lo stato di avanzamento della realizzazione delle delibere assunte.
  • Sceglie le persone che, insieme a lei/lui gestiscono l’azienda o il gruppo. In alcuni casi ne propone la nomina al CdA, in altri prende direttamente la decisione.
  • Cura lo sviluppo delle risorse umane, supportato dalla funzione HR, per assicurare il CdA che l’insieme delle competenze presenti e prospettiche consentono di gestire l’azienda in modo sostenibile.
  • Cura, a volte insieme al Presidente, i rapporti con le autorità di vigilanza.
  • Spesso presiede alcuni Comitati, decisionali o proponenti, che si occupano di specifiche aree della gestione: es. Comitato Crediti e Comitato Asset e Liability Management.
  • Cura i rapporti con i principali stakeholders.
  • Definisce, con i propri comportamenti, quelli che vengono vissuti come i valori chiave dell’azienda da parte delle persone che ci lavorano.

Sono certo di avere dimenticato molte altre funzioni che, comunque, l’Amministratore Delegato svolge, ma ho elencato quelle che ho sempre considerato fondamentali.


Anatocismo

Gianfranco Torriero
(Vice Direttore Generale dell’ABI)

Per anatocismo si intende la produzione degli interessi sugli interessi già maturati e scaduti su una certa somma dovuta. In sostanza, gli interessi scaduti, se non pagati, vanno a sommarsi al capitale dovuto producendo a loro volta ulteriori interessi.

In Italia il codice civile prevede che “… gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi”.
Il legislatore italiano è intervenuto più volte per regolamentare l’applicazione degli interessi maturati sul conto corrente, tenuto conto che nel conto corrente bancario è consentito al cliente di evitare pagamenti per cassa. Il conto corrente bancario svolge infatti per il cliente proprio una funzione di “cassa”, che questi utilizza per fare e per ricevere tutti i pagamenti.
In particolare, i rapporti economici derivanti dall’utilizzo dell’apertura di credito (addebiti delle somme usufruite dal cliente, versamenti per ripristino della disponibilità) sono regolati mediante addebiti/accrediti sul predetto conto corrente bancario. Anche il regolamento degli interessi e delle spese inerenti il finanziamento avviene usualmente con addebito sul conto corrente bancario.
Con l’addebito in conto corrente si produce pertanto l’effetto economico del rimborso di quanto utilizzato dal cliente per l’apertura di credito, nonché il regolamento degli oneri del finanziamento stesso. In sostanza, anziché pagare per cassa gli interessi e le spese del finanziamento, il “pagamento” degli stessi si produce con l’addebito in conto.
In genere nei Paesi occidentali, proprio per il fatto che l’addebito in conto è una forma di pagamento, quando si verifica la chiusura o liquidazione periodica del conto pattuita tra le parti (generalmente con cadenza trimestrale), gli interessi non pagati per cassa si vanno a cumulare all’indebitamento.
L’attuale normativa nazionale in materia di produzione degli interessi nelle operazioni bancarie di raccolta del risparmio e di esercizio del credito prevede specificatamente per le aperture di credito in conto corrente e per gli sconfinamenti che:

  • gli interessi passivi, cioè quelli che deve pagare il debitore, calcolati al 31 dicembre sono esigibili dalla banca il 1° marzo dell’anno successivo a quello in cui sono maturati. Al cliente deve essere comunque assicurato un periodo di 30 giorni dal momento in cui riceve la comunicazione in merito agli interessi debitori maturati prima che tali interessi divengano esigibili;
  • gli interessi debitori maturati sono contabilizzati separatamente rispetto al capitale.

Inoltre, la normativa stabilisce diverse modalità per il pagamento degli interessi passivi. In particolare, il cliente può procedere al pagamento:

  • direttamente in contanti o con bonifico da altro conto;
  • attraverso l’addebito sul conto corrente, a seguito di apposita autorizzazione rilasciata, anche preventivamente, alla banca;
  • con i fondi in entrata sul conto.

Arbitro Bancario Finanziario

Magda Bianco
(Capo Servizio della Banca d’Italia)

Quando si ha un problema nella relazione con la propria banca o il proprio intermediario finanziario, è possibile seguire diverse strade. Oltre a presentare un reclamo alla propria banca (che è tenuta a rispondere entro 30 giorni), la prima strada da tentare sempre, è possibile inviare un esposto alla Banca d’Italia oppure presentare un ricorso all’Arbitro Bancario Finanziario (ABF).

L’ABF è un sistema di risoluzione delle controversie “stragiudiziale”, è cioè un sistema più semplice, rapido ed economico rispetto al ricorso al giudice, anche perché non necessita di assistenza legale. Il cliente “insoddisfatto” della risposta della banca al suo reclamo può presentare il proprio ricorso versando 20 euro (che vengono rimborsati se si ottiene ragione). I ricorsi devono riguardare controversie relative a operazioni o servizi bancari e finanziari o servizi di pagamento, non anteriori al 2009 e con richieste di rimborso non superiori a 100.000 euro (oppure aventi ad oggetto l’accertamento di diritti, obblighi e facoltà, indipendentemente dal valore del rapporto a cui si riferiscono). Un collegio indipendente e imparziale (composto di cinque membri, tre selezionati dalla Banca d’Italia, tra cui il Presidente, uno dai rappresentanti dei consumatori, uno da quelli degli intermediari) decide sul ricorso, secondo diritto. Banche e intermediari, che sono tenuti ad aderire al sistema (contribuendo alle spese e fornendo le proprie considerazioni quando ricevono il ricorso dall’ABF), non sono obbligati ad adempiere alle decisioni, quando sono condannati. Se non lo fanno, l’inadempimento viene pubblicato sul sito dell’ABF.

Come è organizzato l’ABF?
I collegi che decidono sono oggi sette, collocati a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino, Palermo, Bari. I componenti sono docenti di diritto e di economia, ex magistrati, professionisti, tutti competenti nelle materie oggetto di ricorso. Sono affiancati da altrettante segreterie tecniche, collocate presso le sedi della Banca d’Italia, che forniscono supporto amministrativo e tecnico; anch’esse sono composte di personale esperto in diritto bancario, con competenze tecnico-finanziarie. Per assicurare uniformità nelle decisioni su casi simili, operano il Collegio di coordinamento, cui vengono rimesse dai singoli collegi questioni di particolare importanza o questioni che abbiano dato luogo o possano dare luogo a orientamenti non uniformi tra i singoli collegi; e la “Conferenza dei collegi”, a cui partecipano due componenti per ciascun collegio (il Presidente, o il suo sostituto, e un componente designato dal Presidente) e in cui vengono approfondite le tematiche, sostanziali e procedurali, di particolare attualità o novità per i collegi ovvero di interesse complessivo per il sistema.

Quali risultati ha ottenuto?
Negli anni l’ABF ha ricevuto un numero crescente di ricorsi, sia perché è divenuto via via più conosciuto, sia perché offre una risposta (relativamente) rapida e di qualità. Nel 2016 ha ricevuto circa 21.600 ricorsi. In oltre il 70 per cento dei casi l’esito è stato sostanzialmente favorevole al cliente (con un accoglimento del ricorso nel 50 per cento dei casi e una cessazione per accordo intervenuto in un altro 25 per cento dei casi circa). Nel 99 per cento dei casi gli intermediari hanno adempiuto alle pronunce, garantendo ai clienti nel complesso circa 13 miliardi di restituzioni. Le principali materie di cui si è occupato sono la cessione del quinto dello stipendio, le carte di debito e credito, il conto corrente. Le informazioni utili ai clienti per presentare un ricorso sono disponibili sul sito arbitrobancariofinanziario.it. La Relazione sull’attività, prodotta annualmente fornisce dati e informazioni sullo strumento e sui contenuti degli esiti (quella sul 2016 si trova qui).


Austerity

Veronica De Romanis
(Economista)

Le politiche di austerità, ossia quelle misure volte a ridurre il disavanzo e, quindi il debito pubblico, attraverso tagli alla spesa o aumenti della tassazione, sono spesso interpretate come fattore di recessione e di ineguaglianze. Per questo, molti leader chiedono a Bruxelles di mettere fine a queste politiche per far spazio alla crescita. In realtà, l’austerità non è imposta dall’Europa, né tantomeno dalla Germania: è il frutto delle decisioni dei Governi nazionali che hanno lasciato che i conti pubblici finissero fuori controllo. Quando si è vissuto per molto tempo al di sopra dei propri mezzi, continuare ad accumulare debito non è una strada percorribile: arriva un momento in cui la fiducia degli investitori viene meno perché temono di non poter essere rimborsati, e di conseguenza, smettono di comprare titoli di debito pubblico. A quel punto, senza più l’accesso ai mercati, per ottenere finanziamenti non resta che rivolgersi ai partner europei. Questo è ciò che hanno fatto Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro quando sono entrati in crisi. In cambio degli aiuti, i creditori hanno chiesto loro, da un lato, riforme per far ripartire l’economia, dall’altro un piano di consolidamento per mettere in sicurezza le finanze pubbliche. L’obiettivo è quello di creare (o ricreare) le condizioni affinché il paese debitore possa in futuro rimborsare il prestito ricevuto. Queste condizioni, nella narrazione che ha prevalso negli anni della crisi, hanno via via acquisito una connotazione negativa. A guardar bene, però, i creditori dei paesi in crisi, non sono altro che i cittadini europei, inclusi quelli più poveri, come gli estoni o i lituani. Questi ultimi hanno contribuito finanziariamente a tutti i piani di aiuti, a cominciare da quelli ellenici, nonostante abbiano una ricchezza pro-capite tra le più basse d’Europa e di gran lunga inferiore a quella dei loro debitori. In quanto membro del “Club dell’euro” non avrebbe potuto fare diversamente: condividere la stessa moneta implica anche essere solidali con chi è in difficoltà, altrimenti, la crisi di un singolo rischierebbe di espandersi e contagiare l’intera area, con conseguenze negative per tutti gli stati membri. L’austerità, quindi, in certi momenti, è inevitabile, sebbene non tutti i programmi di aggiustamento sortiscano lo stesso effetto sull’economia. Tali effetti dipendono in gran parte dal modo in cui il programma viene implementato. Da una parte c’è un’austerità “buona” che ha un impatto espansivo sull’economia e prevede meno tasse, una ricomposizione della spesa verso inve- stimenti e infrastrutture, ed è sostenuta da un piano di riforme strutturali. Dall’altra parte, c’è quella “cattiva” che, invece, è recessiva perché aumenta (molto) le tasse, e riduce (poco) la spesa corrente (per intenderci, il comparto che finanzia la macchina dello Stato e va dagli stipendi dei dipendenti pubblici ai costi per le auto blu). Il problema è che questa austerità “cattiva” tende a prevalere, perché politicamente meno impegnativa: un tratto di penna è sufficiente per innalzare le tasse, mentre diminuire le spese significa esporsi a lunghe negoziazioni con centri di interesse organizzati e influenti, un’operazione che comporta una inevitabile perdita di consenso – almeno nell’immediato. Da un’analisi dei dati emerge che i paesi che, negli ultimi cinque anni, hanno implementato l’austerità “buona”, e quindi hanno tagliato le spese improduttive, oggi crescono: l’Inghilterra supera il 2 per cento, la Spagna il 3 per cento, l’Irlanda sfiora il 7 per cento. L’Italia che, invece, la spesa l’ha aumentata, è ferma allo 0,8 per cento. In definitiva, è un errore pensare che esista un unico modello di austerità. Si può dire, piuttosto, che esistono tipi diversi di piani fiscali, alcuni recessivi e altri no. Peraltro, se i Governi rispettassero le regole fiscali – che per inciso, hanno tutti discusso, concordato e sottoscritto – e pertanto tenessero i conti in ordine, il debito non si accumulerebbe e dell’austerità non ci sarebbe neanche bisogno. E poi, quale potrebbe essere l’alternativa. Se si continua a lasciar salire il debito, chi poi lo pagherà, con quali risorse? L’esperienza insegna che non è con il debito che si crea lo sviluppo; altrimenti l’Italia, con un rapporto debito-PIL che nel 2016 ha sfiorato il 133 per cento, il secondo più elevato dell’area dell’euro, non sarebbe il fanalino di coda. Inoltre, mantenere finanze pubbliche in ordine rende trasparente l’azione di Governo. Quando le spese sono finanziate con tagli ad altre voci di spesa o con aumenti delle tasse è facile per i cittadini valutare la bontà dell’intervento: il rapporto tra i costi e i benefici è diretto e facilmente quantificabile. I politici “anti-austerità”, all’opposto, preferiscono finanziare la spesa in disavanzo, perché ciò consente loro di intestarsi i vantaggi nell’immediato, in base alla logica – sempre valida – “più spese più consenso”, spostando gli oneri al futuro. L’austerità, dunque, dovrebbe essere considerata alla stregua di una vera e propria “riforma”, probabilmente la più importante, perché, impedisce questo iniquo trasferimento di responsabilità nel tempo. In altre parole, l’austerità toglie potere alla politica per ridarlo ai cittadini. Da qui l’ambiguità, o l’accezione negativa, con cui essa viene presentata. Peraltro, quando i leader di partito dichiarano “basta con l’austerità, ora ci vuole la crescita”, stanno compiendo – alcuni inconsapevolmente per la verità – un errore di fatto e anche un errore di prospettiva, perché scambiano quello che è un obiettivo – la crescita – per uno strumento – l’austerità.

In conclusione, l’austerità se attuata bene consente di pianificare un uso responsabile delle risorse scarse, e di conseguenza, fa crescere un’idea condivisa di bene comune. Si tratta di un passaggio necessario, soprattutto per un paese come l’Italia dove il debito dello Stato è percepito come un’entità astratta, un numero privo di significato, un fardello che non merita attenzione perché – di fatto – non appartiene a nessuno; e, invece, non è altro che una pesante ipoteca che grava sul futuro dei giovani. Per questo, implementare l’austerità e tenere i conti in ordine, contribuisce a rafforzare la responsabilià nei confronti degli altri e, di conseguenza, qualifica il grado di civiltà di un paese.


Banca Centrale Europea

Gianfranco Torriero
(Vice Direttore Generale dell’ABI)

Ogni paese economicamente sviluppato è dotato di una Banca Centrale, che è la sua principale autorità monetaria.
La Banca Centrale Europea (BCE), istituita in seno all’Unione Europea ha l’obiettivo di attuare la politica monetaria e di mantenere la stabilità dei prezzi per i diciannove Paesi dell’Unione che hanno aderito alla moneta unica e che formano la cosiddetta Area dell’euro, insieme alle rispettive Banche Centrali Nazionali (BCN). La BCE è stata istituita nel giugno del 1998 ed è succeduta all’Istituto Monetario Europeo. Ha iniziato a svolgere le sue funzioni nel gennaio del 1999 in forza della sovranità monetaria che gli fu conferita dagli allora undici Paesi membri. Tali funzioni sono definite dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dallo Statuto del Sistema europeo di Banche Centrali e della Banca centrale europea (SEBC).

Nello specifico, definisce e attua la politica monetaria per l’area dell’euro; svolge le operazioni sui cambi; detiene e gestisce le riserve ufficiali dei paesi dell’area dell’euro; promuove il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento. Gli strumenti attraverso i quali la BCE agisce per iniettare o ritirare moneta dal mercato, e dunque governare la dinamica dell’inflazione, sono molteplici. Tra questi, assumono particolare rilievo gli interventi sul livello dei tassi d’interesse e le operazioni di acquisto o vendita temporanea di titoli (cosiddette operazioni di mercato aperto).

La BCE ha sede a Francoforte e la sua struttura prevede i seguenti organi:

  • Consiglio Direttivo;
  • Comitato Esecutivo;
  • Consiglio Generale;
  • Consiglio di Vigilanza.

Il Presidente della BCE è attualmente Mario Draghi. Alla BCE è riconosciuta personalità giuridica distinta da quella dell’UE e nello svolgimento della sua attività ha piena indipendenza sia dai Governi dei paesi membri, sia dalle altre istituzioni e dagli organi comunitari. Dal 4 novembre 2014, la BCE, attraverso una specifica struttura organizzativa, in collaborazione con le autorità di vigilanza nazionali, ha la responsabilità di assicurare il funzionamento della vigilanza bancaria europea per i Paesi che partecipano al Meccanismo di vigilanza unico.


Banca d’Italia

Magda Bianco
(Capo Servizio della Banca d’Italia)

Cosa è e cosa fa una Banca Centrale, e quindi, nel caso italiano, la Banca d’Italia?
In primo luogo non è una banca come le altre, una banca “commerciale”, che raccoglie depositi dai risparmiatori e presta a consumatori e imprese. È, per certi versi, una “banca delle banche”, che contribuisce a definire e poi mettere in atto la “politica monetaria” e lavora per la stabilità del sistema finanziario.

Di seguito proviamo a spiegare in cosa consistono questi due compiti, i ruoli principali della Banca Centrale italiana. Ma ricordiamo che la Banca d’Italia fa anche molte altre cose, tra cui stampare le banconote, eseguire i pagamenti per conto dello Stato, dare supporto all’Arbitro Bancario Finanziario per risolvere controversie tra cittadini e banche, promuovere l’educazione finanziaria… Ma andiamo con ordine.

La Banca d’Italia è la Banca Centrale della Repubblica Italiana ed è parte dell’Eurosistema, composto dalle Banche Centrali nazionali dell’area dell’euro e dalla Banca Centrale Europea (BCE). Una Banca Centrale è un’istituzione indipendente che in primo luogo è responsabile per la politica monetaria: la finalità è assicurare la stabilità dei prezzi (in altre parole un’inflazione contenuta). Nell’Eurosistema la politica monetaria viene decisa dalla BCE e dalle altre Banche centrali in modo coordinato, con decisioni assunte collegialmente con l’obiettivo di mantenere il tasso di inflazione su valori prossimi ma inferiori al 2 per cento. Quali sono gli “attrezzi” utilizzati per realizzare questo obiettivo? In altre parole, quali sono gli strumenti della politica monetaria? Lo strumento principale è la fissazione di tassi di interesse di riferimento, a cui la Banca Centrale presta alle banche, per questa via influenzando i tassi praticate da queste ultime a imprese e famiglie. Ad esempio, una riduzione dei tassi induce un aumento della spesa e per questa via una crescita dell’inflazione. Più recentemente, sono state utilizzate anche misure definite “non convenzionali” (perché non utilizzate in tempi “normali”) per offrire direttamente liquidità al sistema economico e favorire il raggiungimento dell’obiettivo di inflazione. Gli impulsi della politica monetaria si trasmettono all’economia reale attraverso i mercati finanziari e il sistema dei pagamenti. La Banca d’Italia dà attuazione alle scelte di politica monetaria mediante operazioni sui mercati che hanno l’obiettivo di aumentare o ridurre la liquidità; inoltre gestisce, insieme ad altre Banche Centrali nazionali, sistemi di pagamento all’ingrosso e al dettaglio, che consentono pagamenti tra le banche europee (si pensi che ogni giorno in media vengono realizzate circa 500.000 operazioni). Ne supervisiona il corretto operare, essenziale per il funzionamento di tutti i mercati finanziari.

Ma veniamo al secondo compito, quello di assicurare la stabilità del sistema finanziario. Il sistema finanziario consente a imprese, famiglie, amministrazioni pubbliche e altri operatori di fare pagamenti, trasferire risorse, gestire rischi. Per le sue caratteristiche è esposto al rischio che problemi locali si propaghino e si amplifichino. È inoltre caratterizzato da asimmetrie informative tra intermediari e clienti che richiedono tutele specifiche. Per questo richiede di essere regolato e sorvegliato in modo speciale. La Banca d’Italia vigila per assicurare una sana e prudente gestione degli intermediari finanziari. Dal 2014 svolge questo compito insieme alle altre autorità europee di supervisione nell’ambito del Meccanismo di Vigilanza Unica europea per quanto riguarda le banche di maggiori dimensioni (quelle cosiddette “significative”), mentre si occupa in autonomia di quelle di dimensioni minori.

Quali sono gli “attrezzi” per questo compito?
La normativa, innanzi tutto, che guida i comportamenti di banche e altri intermediari; i controlli sui loro comportamenti effettivi; gli interventi (tra cui, quando necessarie, le sanzioni) quando quei comportamenti non sono soddisfacenti. La Banca d’Italia vigila anche sulla trasparenza e correttezza dei comportamenti degli intermediari nelle relazioni con la clientela e supporta uno strumento per risolvere direttamente le controversie (l’Arbitro Bancario Finanziario). È anche Autorità Nazionale di Risoluzione delle crisi: svolge compiti di istruttoria e operativi nell’ambito del Meccanismo di Risoluzione Unico europeo delle crisi delle banche maggiori e gestisce le crisi delle banche di minori dimensioni (“non significative”). Per rendere più efficace l’espletamento dei compiti di politica monetaria e delle altre funzioni istituzionali, la Banca d’Italia svolge anche una intensa attività di analisi e ricerca in campo economico-finanziario e giuridico.

Organizzazione
Alla guida della Banca d’Italia vi sono il Governatore e il Direttorio (costituito da Governatore, Direttore Generale e tre Vice Direttori Generali). Il Consiglio superiore (composto da Governatore e tredici Consiglieri) segue l’amministrazione generale dell’Istituto, la vigilanza sulla gestione, il controllo interno. Al capitale della Banca partecipano banche, assicurazioni, fondazioni, fondi pensione, enti e istituti di previdenza. Nessuno di loro può detenere più del tre per cento, né può interferire nelle funzioni istituzionali. Le informazioni per comprendere i compiti della Banca d’Italia sono contenute nel sito bancaditalia.it. In particolare è utile il video “Che cosa fa la Banca d’Italia”:


Banca locale e territorio

di Alberto Rizzo
(Avvocato cassazionista, Consigliere della BCC di Cherasco)

Il diffondersi su scala internazionale delle teorie economiche neoliberiste è derivato, com’è noto, da una lettura estremizzata, e da una conseguente applicazione, del sistema dottrinario strutturato da Friedrich August von Hayek. È storia che originari artefici di questo avvenimento siano stati, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, il governo britannico guidato dalla “lady di ferro” Margaret Thatcher e quello statunitense del presidente Reagan. Dopo un primo generalizzato dissenso popolare e una iniziale negativa risposta dello scenario economico nazionale, le scelte di politica economica adottate da Gran Bretagna e Stati Uniti, rispettivamente identificate con l’epiteto di thatcherismo e reaganomics, sono risultate vincitrici contro i mali della regressione, dell’inflazione e della disoccupazione.
Da tale situazione è stata tratta, si potrebbe dire per induzione, una sorta di legge generale (il cui più famoso propugnatore è stato l’economista americano Milton Friedman) asserente che la risoluzione dei problemi economici era ravvisabile nella riduzione al minimo dell’interventismo statale e nell’esistere di un libero mercato quale metodo di autocontrollo dell’economia. Pietra angolare di questa concezione è stata individuata nella deregulation, ossia quel processo che ha indotto i governi centrali a far cessare i controlli sul mercato e ad eliminare le restrizioni sull’operatività imprenditoriale. Col divulgarsi di tali idee ogni tentativo di arrestare l’espansione del capitalismo è stato visto alla stregua di un grossolano errore teorico e pratico al contempo, e specifiche tematiche quali l’equità sociale e la generazione di sussidi per gli indigenti, la proporzionale distribuzione della ricchezza e l’utilizzo del denaro pubblico con valenza di ammortizzatore sociale, sono state concepite come non-problemi o, al più, come questioni microeconomiche con impatti ridotti in ambito macroeconomico, quest’ultimo giudicato il più attendibile rivelatore dello status di salute economica di una nazione. Forse mai prima dell’avvento del neoliberismo, né in modo cosi palese, si era apertamente espresso che l’ostacolo principale all’espansione del benessere economico doveva essere riconosciuto nell’impianto normativo vigente, non però nel suo non essere perfetto o necessitante di miglioramenti, quanto nel suo stesso sussistere, nel suo presentarsi come estrinsecazione di vincoli, strettoie, limitazioni derivanti in buona sostanza da intendimenti economici superati, da visioni sociali stereotipate, da ideazioni tradizionali sfocianti nell’utopia, da ideologie etiche inattuabili. E giustificazione primaria di tale convinzione la si è scorta nel fatto che un sistema economico a pianificazione statale (d’impianto socialista o keynesiano che fosse), ossia che non lasciava piena libertà di azione agli operatori agenti sul mercato, veniva a determinare un’eccessiva concentrazione del potere governativo, con seri rischi per la stabilità politica della democrazia e con l’ancor più grave conseguenza data dal possibile insediarsi di regimi totalitari (come hanno ad esempio insegnato le drammatiche esperienze del bolscevismo in Russia e del nazionalsocialismo in Germania).

Per più di un ventennio tutto si è “incastrato” alla perfezione, le teorizzazioni neoliberiste funzionavano, l’espansione della ricchezza era costante, la mano invisibile del mercato di smithiana memoria aveva aperto i confini delle nazioni e progressivamente edificato l’immagine di uno Stato globale, di un impero (come l’ha definito Toni Negri), la cui solidità indiscussa si reggeva tanto su di un’economia priva di nemici, perché in fin dei conti priva di autentiche limitazioni di specie, che su di un apparato politico pressoché interamente occupato a far da dedita fedele ancella proprio all’assetto economico corrente.

Ma quando la via dischiusa dal neoliberismo appariva ormai consolidata come incontrovertibile, la sua efficacia ha iniziato a vacillare (era l’estate del 2007) e del tutto inaspettatamente (anche per molti sedicenti esperti e presunti addetti ai lavori) si è addivenuto all’incirca in tempo zero al collasso su scala mondiale dell’intero sistema economico dominate. Lo shock è stato totale, si potevano solo più raccogliere i cocci, cercare i colpevoli e comprendere i motivi dell’accaduto. Nella miriade di parole spese sull’argomento “crisi economico-finanziaria” si è giunti alla delineazione di alcuni elementi comuni cui è stata attribuita la causa del tracollo.
In primis ci si è accorti che ciò che era qualificato come semplice neoliberismo si era di fatto concretato in un ultraliberismo trasformante l’economia da reale, basata sulla produzione fisica di merci, a finanziaria, fondata sull’emissione di aggregati monetari, di titoli cartacei aventi un valore indotto ma del tutto privi di alcun valore intrinseco. Si è così determinato il passaggio da una società in prevalenza di produttori ad una in preponderanza di consumatori, per la quale fine del processo economico non era più il bene tangibile, materiale, derivato da un lavoro fisico o intellettuale, ma il denaro, neutro e anonimo risultato di complessi tecnicismi basati sulla moltiplicazione del debito pubblico e privato. Se si volesse sintetizzare in una breve paradigmatica espressione il complesso delle ragioni che hanno portato al fallimento dell’economia costituita, si potrebbe affermare che la colpa dei tragici eventi verificatisi è riconducibile all’aver agito in assenza di ethos, di metron e di nomos, ovvero di una normatività etica e di una cultura del limite, che come già sapeva Aristotele, permettono di erigere un’economia propriamente detta (oikonomia, cioè la regola, nomos, per gestire correttamente secondo il comportamento del giusto mezzo, messotes, la casa, oikos, in vista del vivere bene, eu zen) distinguendola da una crematistica (chrematistikè, cioè l’abilità di procurarsi ed accumulare ricchezze, chremata) – John Kenneth Galbraith nella sua Storia dell’Economia sostiene che “Forse a Wall Street bisognerebbe leggere ancora Aristotele”. Nell’orizzonte entro il quale si è tentato di individuare fonti e moventi del crollo avvenuto, un’attenzione precipua e del tutto particolareggiata è stata rivolta alla funzione svolta dalle banche. Con un moto mediatico piuttosto sbrigativo si è da più parti sentenziato che l’interezza del dissesto generatosi era da imputare unicamente alle banche e, spesso appoggiandosi ad uno scadente lavoro giornalistico di indebita uniformazione e di superficiale omologazione, le si è giudicate responsabili in blocco senza far emergere le effettive differenze, di organizzazione e di funzionalità, sussistenti tra esse, sussistenti cioè tra le diverse tipologie di intermediari creditizi operanti sul mercato dei capitali. Mansione che ogni banchiere serio e consapevole del ruolo sociale da esso ricoperto dovrebbe oggigiorno compiere è quella di provvedere, attraverso una opportuna operazione critica di disvelamento e autentificazione, a che i cittadini possano giungere a consapevolezza dei fatti imputati alle banche nel corso dell’ultima grande crisi finanziaria per quello che realmente sono stati, ovvero epurandoli dalle faziose interpretazioni e dalle errate architetture concettuali propagandate dai mezzi di comunicazione. Ed altresì, dovere forse ancora più categorico per ogni banchiere sta nel rendere manifesto il volto autentico delle banche, fornendo per un verso una puntuale e lucida delineazione circa l’indispensabile ufficio che esse rivestono di collante e sviluppatore del sistema imprenditoriale, e per l’altro verso, con l’avallo di iniziative che non è forse sbagliato qualificare di mediazione e divulgazione culturale, portando a conoscenza dell’opinione pubblica quell’insieme di elementi valoriali di matrice etica, socio-politica, tradizionale, laica o religiosa che pressoché ogni banca, pur con le specifiche differenze individuali, possiede nel proprio retaggio storico. La messa in chiaro di tali valori deve però respingere l’assimilazione a guisa di semplice espediente pubblicitario, di originale artificio di marketing. Sua autentica finalità sta nel costituirli a base di una rinnovata prassi, di un nuovo modo di “fare banca”. Infatti, dopo aver superato le inappropriate modalità di gestione del credito e della finanza (dai mutui subprime ai titoli derivati speculativi) che tanti problemi hanno arrecato a risparmiatori ed aziende, la sfida odierna che banche e banchieri devono raccogliere (vale a dire il suddetto “nuovo modo di fare banca”) si incentra sull’essere sia patrocinatori di un riformato sistema economico capace di disciplinare a livello globale l’espansione incontrollata del capitale arginandone gli effetti negativi, sia fautori di un processo di rifidelizzazione dalle clientela basato sul caposaldo della socialità economica piuttosto che su indifferenziate e impersonali relazioni (si pensi ai tanto discussi rating). Affinché siffatti obiettivi possano essere raggiunti è innanzitutto necessario, restringendo il perimetro di discussione alle sole banche italiane, oltrepassare il convincimento, troppo di frequente imperante nelle banche stesse, che ormai è l’Europa intera anziché un circoscritto territorio locale da tenere a punto di riferimento. In parallelo a detto convincimento è da valicare quello altrettanto diffuso che ritiene che nel disegno della recente normativa bancaria internazionale vi sarebbe l’intento di abrogare ogni rapporto di tipo personale tra banca, risparmiatore e territorio, e questo allo scopo di frazionare i rischi su un’area quanto più possibile vasta e di garantire al meglio il rispetto delle regole e delle norme statuite – se se ne scorge il risvolto ultimo, sostenere la tesi che le banche dovrebbero sciogliere ogni legame di tipo personalistico e localistico con la propria clientela può concorrere all’accentuazione del già crescente divario tra ricchezza e povertà (da una parte i ricchi che non richiedono alcuna “comprensione” alle banche in quanto per essi “parlano i numeri”, e dall’altra parte i poveri che invece di “comprensione” ne abbisognano, essendo che i “loro” numeri non sempre risultano rappresentativi di un realistica situazione esistenziale).

La valorizzazione del territorio si ritiene possa quindi essere elevata a strumento privilegiato onde contribuire, a livello generale, ad efficientare il sistema economico, e nello specifico ad impartire rinnovata solidità a quello bancario. Ma valorizzare il territorio, vagliandone nell’essenza la nozione, significa rivitalizzare l’economia reale, la quale prende forma proprio a partire dai nuclei aziendali locali, dalla cui diffusione e stabilità viene a generarsi la massa cellulare che sorregge l’intero tessuto economico nazionale e sovranazionale. Essere partner e supporto all’economia reale è però concepibile unicamente rimanendo a stretto contatto con essa, ossia con le persone che giorno dopo giorno contribuiscono a mantenerla dinamica con i loro sforzi ed il loro costante apporto di idee e progetti. Per evitare tuttavia che tale legame si decodifichi soltanto in un bel discorso da convegno, in pura retorica d’occasione, è indispensabile che esso venga attuato da istituti creditizi possedenti come effettivi principi genetici caratteristici ideali etici e deontologici. Grazie a codesti ideali si renderebbe possibile il conformarsi di rapporti banca- cliente improntati su vicendevole fiducia e scambievole collaborazione, nonché teleologicamente indirizzati più che al corrispettivo arricchimento al raggiungimento di quella particolare condizione economica e socio-politica rubricata con il titolo di bene comune. Tali istituti di credito sono additabili nelle banche locali (o, con terminologia più aggiornata, banche del territorio o territoriali): le banche di credito cooperativo, le casse di risparmio, le banche popolari. Solidarietà, altruismo, mutualità, sussidiarietà, lotta all’usura, cooperazione alla libertà politico-economica e allo sviluppo sostenibile, assistenza creditizia e finanziaria, supporto alle famiglie e alle attività produttive, questi i più notori principi cardini plasmanti il sostrato permanente e la potenzialità distintiva della mission competitiva strutturante le banche territoriali.

Lungi dall’essere astratti e teorici archetipi o null’altro che vuote ma altisonanti parole di cui servirsi esclusivamente per irretire una sprovveduta clientela, quasi fossero dettami di una possibile “morale del gregge” (per citare una celebre espressione di Friedrich Nietzsche) da adottare nel contesto economico-bancario, i sopranomi- nati principi altro non sono che l’effettiva concretizzazione della viva esperienze del radicamento nel territorio degli istituti in argomento, il cui modello di business si fonda su una logica di tipo relazionale e su una marcata interdipendenza con la comunità sociale e segnatamente con il contesto imprenditoriale residente delle proprie zone di insediamento. Stante il tratto che discerne la peculiarità operativa delle banche del territorio, ossia la relationship lending, l’evenienza che esse hanno di fungere da normalizzatore del sistema economico e da riorientamento di quello bancario può prendere forma a patto che l’approccio di tipo relactional si spinga verso un precipuo ed irreversibile progresso evolutivo dovuto al superamento degli elementi di criticità e al rafforzamento dei caratteri tipici delle medesime banche del territorio.0

Ravvisabili in maniera piuttosto evidente, le debolezze e le difficoltà delle banche territoriali sono sempre state riconosciute nell’acquisizione di competenze e risorse d’alto profilo da impiegare nella edificazione di processi gestionali di elevato standing all’interno delle aree crediti e finanza, nella scarsa applicazione di equilibrate economie di scala, nell’ottenimento di un portafoglio impieghi a sufficienza diversificante e frazionante il rischio, nell’ampliamento del ventaglio dei prodotti e dei servizi offerti alla clientela. Oltre all’emendare a tali difetti, sarà indispensabile ovviare, a causa del fenomeno moltiplicativo delle fusioni tra banche e delle aggregazioni all’interno di un Gruppo, alla progressiva inevitabile riduzione degli sportelli e all’accentramento delle sedi direzionali, eventi, questi, comportanti l’aumento della distanza funzionale tra banca e clientela nonché la perdita di parte di quel patrimonio di informazioni qualitative ottenute grazie alla vicinanza geografica e alla persistenza dei contatti intrattenuti con l’imprenditoria ed i nuclei familiari locali.

In merito all’evoluzione dei loro punti di forza, dovranno assumere anzitutto una condotta particolarmente proattiva verso il riflesso delle congiunture economiche sui mercati territoriali. Dovranno cioè essere in grado di assicurare una incisiva resistenza contro gli esiti recessivi dell’economia: scartando l’ipotesi del credit crunch; canalizzando sulle zone di competenza, mediante un più celere e fluido circuito dei finanziamenti, il risparmio in esse formatosi; compattando la gestione organizzativa della concessione dei prestiti all’interno di processi funzionali corti e snelli per quanto efficaci e normativamente ineccepibili; implementando la persistenza temporale delle relazioni di clientela mediante specifiche forme d’assistenze d’ordine tecnico-consulenziale, queste miranti a far sì che gli obiettivi reddituali e patrimoniali prefissati da famiglie ed imprese possano giungere a buon fine. In breve, le banche locali dovranno impegnarsi a divenire interlocutori privilegiati e collaboratori sinergici delle persone fisiche e giuridiche (e degli enti tutti) site entro la cerchia della loro prossimità territoriale di riferimento, e ciò con la finalità di cooperare al perseguimento di una prosperità diffusa fondantesi su una durevole sicurezza reddituale e finanziaria, in una parola con il proposito di conquistare l’ambita per quanto faticosa meta del bene comune.

A conclusione delle sintetiche riflessioni ora esposte va ricordato che i canoni valoriali delle banche locali sono il compendio di secolari tradizioni di pensiero politico-economico, e dell’altrettanto secolare vexata questione inerente l’identificazione del giusto equo e coerente ordine da accordare alla convivenza tra cittadini in funzione della dialettica Stato-individuo. Non potendo, per ovvie ragioni di spazio, presentare un esauriente ex- cursus storico di autori e dottrine, si vorrebbe quanto meno menzionare due momenti salienti di snodo evolutivo traccianti in linea teorica e organizzanti in misura pratica la struttura della società moderna, due momenti dei quali il secondo è, oltre che diretta risposta al primo, anche uno dei capisaldi da cui attingono linfa e pregnanza i principi etici delle banche locali. Si sta parlando della teoresi di Karl Marx e della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica.

Vasto, articolato, complesso, antisistematico, il pensiero marxiano (da non confondere con quello marxista sviluppatosi a partire da Friedrich Engels e Karl Kautsky) amalgama filosofia, economia, politica, storia e sociologia con ineguagliabile forza speculativa. Tentarne un riassunto con pretese di completezza è uno scadere nel ridicolo. Si faranno tuttavia emergere quei punti focali dai quali ha preso vita, in epoca moderna, l’attenzione alle tematiche divenute poi centrali per le banche locali. Incipit della riflessione marxiana è l’affermazione che l’uomo si costituisce e realizza soltanto nel suo relazionarsi esternamente con gli altri uomini e con la natura che gli fornisce i mezzi di sussistenza. Questi rapporti non sono però determinabili una volta per tutte perché sono storicamente comportati dalle forme del lavoro e della produzione. E’ cioè attraverso il lavoro, inteso come rapporto attivo con i suoi simili e la natura, che l’uomo diviene autenticamente creatore di sé e pienamente consapevole di se stesso – e non più per la via dell’interiorità fideistica o della coscienza religiosa. Il lavoro è pertanto l’unica manifestazione della libertà umana intesa come mezzo di soddisfacimento dei bisogni materiali o, che dir si voglia, della capacità dell’uomo di creare la propria forma di esistenza specifica. Come ebbe a dire lo stesso Marx nei suoi Manoscritti economico-filosofici “L’individuo è ente sociale. La sua manifestazione di vita è una manifestazione e affermazione di vita sociale”. Diretta conseguenza di ciò è che, per Marx, l’unico soggetto del divenire storico è la società nella sua struttura economica, in quanto l’anatomia della società civile sarebbe da cercare nelle tesi e nelle dottrine dell’economia politica. I rapporti di produzione corrispondono pertanto, come sostiene Marx in Per la critica dell’economia politica, “alla struttura economica della società, ossia alla base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica”. Ma se l’uomo, come ente sociale, è costituito dai rapporti di produzione, la sua vita dipende dalle forme volta per volta assunte da tali rapporti. Da qui la necessità di rimuovere dall’ambito delle forme di produzione ogni alienazione, ogni fattore limitante, ogni meccanismo usurpatorio del lavoro-libertà. La via più sicura, pur se non la più facile, per vincere l’alienazione sociale è, a detta di Marx, l’instaurazione del comunismo, con il quale sarebbe possibile giungere alla soppressione del capitalismo che, avendo nettamente diviso capitale e lavoro, è stato responsabile della lacerazione prodotta all’interno del singolo individuo e della società tutta. Con Marx (e poi con i suoi epigoni e, non sempre “fedeli”, continuatori) le tematiche del lavoro, del primato dell’economia sulla politica, della questione esistenziale delle classi sociali salariate e del loro sfruttamento ad opera dell’industria capitalistica, ecc., sono state portate con impulso propulsivo, per non dire con impeto rivoluzionario, all’attenzione del mondo intero. Non è trascorso però molto tempo dal loro diffondersi che da ambiti del tutto lontani da Marx e dal marxismo, ambiti che pur hanno dedicato un accurato studio alle tesi marxiane e marxiste, si è sentita nei confronti di quelle tematiche un’esigenza di rigorizzazione, di precisazione, di ampliamento verso differenti orizzonti di senso.

Così è stato fatto dalla Chiesa Cattolica con la formalizzazione della sua Dottrina Sociale. Come già per il pensiero di Marx, anche il contenuto della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica è di un’ampiezza tale da essere impossibile da riassumere pur se per sommi capi. È tuttavia nondimeno significativo, ai fini del presente scritto, rammentare che dalla risposta della Chiesa Cattolica alla visione marxiana della società hanno tratto spunto ed ispirazione alcuni dei “padri fondatori” (uno per tutti: Giuseppe Toniolo) della cosiddetta “carta dei valori” delle banche locali. La Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica è ravvisabile nel corpus di specifiche encicliche pontificie e di documenti magisteriali ad hoc trattanti pressoché ogni sfumatura e risvolto della questione sociale nel suo divenire ed attualizzarsi. In epoca moderna, sebbene gli argomenti sociali siano sempre stati oggetto di cura da parte della Chiesa, si è, per convenzione, indicato il sorgere storico di una peculiare Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica nell’anno 1891, allorquando è stata emanata l’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII. Con tale documento, che ha anche ripreso precedenti interventi in materia affrontati dal pontefice, è stato posto in essere un serrato confronto con il pensiero di Marx e dei vari marxismi. Nell’opposizione contro il filosofo di Treviri (luogo di nascita di Marx) sono stati fissati una volta per sempre alcuni dei temi basilari il cui contenuto sostanzia la sopra nominata “carta dei valori” delle banche locali. Senza entrare nel dettaglio, ma esponendo per grandi tracce alcuni temi della Dottrina Sociale di maggior impatto per l’argomento “banche locali e territorio”, si pone in evidenza che la voce della Chiesa Cattolica ha deposto in primo luogo per la tesi dell’antecedenza del singolo uomo sulla società e sullo Stato, riqualificando così, in opposizione al collettivismo socialista ed allo spicco dato ai rapporti di produzione materiale, l’importanza della coscienza individuale e della fede religiosa per dar forma a rapporti sociali tra cittadini improntati su equità e giustizia. Le relazioni tra uomini non sono né possono essere cioè solo socio-economiche ma devono essere anche e più ancora socio-politiche, ossia aventi a basamento un’autentica morale affondante le proprie radici nella verità, che per la Dottrina Sociale è la verità rivelata custodita dalla Chiesa. Una morale di tal forgia non significa però vincolo impedimento o restrizione all’agire, ma all’opposto occasione di vincere situazioni di anarchismo e di istituire un ordine sociale sul quale erigere una reale ed effettiva libertà tra individui. Alienazione sociale non è solo il sovrastare del capitale sul lavoro, lo sfruttamento dei lavoratori attuato dai capitalisti, ma un ben più generale orizzonte consistente nell’assenza di ordine. Superare l’alienazione è giungere all’ordine, ad un’organizzazione razionale delle relazioni interpersonali aventi per fine il vicendevole rispetto e la cura reciproca. E quell’ordine, come pocanzi accennato, trova nell’etica cristiana, secondo la Dottrina Sociale, la propria ragion d’essere. La questione dell’etica apre a quella della libertà (come ben sapeva Kant quando nella sua Critica della ragion pratica formulò il famoso “devi dunque puoi”), libertà che la Dottrina Sociale differenzia in naturale, ovvero il libero arbitrio o generica facoltà di scegliere, e morale, ovvero facoltà di scegliere il bene conforme a ragione – se la libertà naturale può essere usata per il bene o per il male, quella morale è soltanto l’uso buono del libero arbitrio, che nella sfera dei rapporti sociali sta a significare il perseguimento del bene comune dei cittadini e la vittoria sul diffondersi della povertà.
Per la Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica la strada ad oggi più celere, stabile e sicura per conseguire il bene comune e vincere la povertà rinviene nell’uso oculato delle ricchezze e nella gestione responsabile del capitale da parte dell’industria creditizia e finanziaria – come del resto la riflessione teorica di Michael Novak dimostra e l’esperienza sfavillante della Grameen Bank eretta da Muhammad Yunus (premio Nobel per la pace nel 2006) testimonia.

Soffermarsi su Marx e sulla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica, pur se in modo impressionistico e inevitabilmente superficiale e sommario, ha voluto essere un tentativo di dar cenno del fatto che le banche del territorio sono il risultato di una continuità valoriale tradizionale non mai sedimentata ma in costante divenire, che ha dato importanti e fondamentali frutti, anche se a volte maturati con lentezza e quasi nascostamente, per le comunità territoriali di competenza come per l’intera società. Ragione, questa, che dovrebbe incentivare seriamente le Istituzioni a prendere le difese, quasi fosse un dovere civico, dei principi etici delle banche locali contro le incursioni dei grandi Gruppi bancari nazionali e sovranazionali finalizzate ad alterarli e trasfigurarli nelle loro asettiche ed impersonali regole gestionali.


Bancomat

di Sergio Moggia
(Condirettore Generale di Bancomat)

Nel corso del tempo il termine BANCOMAT, anche per l’estrema diffusione dell’omonimo circuito di carte di debito, ha assunto più accezioni, non tutte corrette. Si ritiene quindi opportuno soffermarsi su ognuna di esse, risolvendo dove necessario gli equivoci terminologici sorti.

BANCOMAT come circuito

In questa prima accezione il termine BANCOMAT indica, come marchio registrato, il circuito nazionale (o “domestico”) che sin dal 1983 consente ai possessori di una carta abilitata di prelevare contanti presso tutti gli sportelli automatici (ATM) operanti sul circuito medesimo. Dunque il termine BANCOMAT individua uno dei Circuiti esistenti, ancorché sia anche il più noto e diffuso in Italia. I servizi del circuito BANCOMAT® sono particolarmente diffusi e capillari, grazie al fatto che vi aderiscono sostanzialmente tutti gli Istituti di credito operanti in Italia. Ciò rende possibile prelevare contanti praticamente ovunque nel Paese, anche grazie al fatto che i servizi di prelievo sono forniti in “circolarità”. Questo consente al possessore di una carta abilitata al circuito BANCOMAT di prelevare anche da sportelli automatici (ATM) di una banca diversa dalla propria.

BANCOMAT come sportello di prelievo

Parlare di BANCOMAT come sinonimo degli sportelli automatici presso i quali prelevare contante è sbagliato. La corretta denominazione di questi ultimi è “ATM”, sigla che sta per “Automated Teller Machine”. Gli ATM sono quelle macchine, molto spesso collocate all’interno delle agenzie bancarie o all’interno di centri commerciali, tramite le quali è possibile prelevare denaro contante, entro massimali giornalieri e mensili stabiliti dai circuiti e dall’emittente della carta. Proprio nel 2017 è caduto il cinquantesimo anniversario dell’invenzione dell’ATM, avvenuta grazie al tipografo scozzese John Adrian Shepherd-Barron: lo scopo era quello di evitare le code all’interno delle agenzie e di non dipendere dai loro orari di apertura. L’obiettivo può dirsi senz’altro raggiunto, anche se va osservato che al giorno d’oggi gli ATM risultano assai evoluti rispetto al modello originale ed offrono agli utenti numerose funzioni: dagli estratti conto al deposito di contante, dal pagamento di conti e bollette alle ricariche telefoniche.

BANCOMAT come carta di debito

Parlare di BANCOMAT come sinonimo delle tessere di plastica per il pagamento di beni e servizi presso gli esercizi commerciali ed il prelievo di contante è anch’esso sbagliato. Il modo corretto per connotare tale tessera è infatti quello di “carta di pagamento” e più in particolare di “carta di debito”. La carta di debito è dunque un particolare tipo di carta di pagamento che prevede l’addebito delle somme sul conto del titolare contestualmente all’esecuzione dell’operazione (prelievo di denaro contante o pagamento presso commercianti abilitati a ricevere pagamenti con carta). In termini pratici, ogni volta che si usa la carta di debito il denaro speso o prelevato viene immediatamente rimosso dal conto. La definizione carta “di debito” deriva proprio dalla sua modalità di funzionamento. Sotto questo aspetto la carta di debito si differenzia sia dalla carta di credito, ove l’addebito delle somme avviene in un momento successivo al loro impiego (di solito il mese successivo), sia dalla carta prepagata, nel cui caso le somme sono addebitate immediatamente, ma vengono sottratte da un importo precedentemente caricato sulla carta stessa (non quindi da conto corrente). Le carte di debito sono dotate delle più moderne tecnologie, per garantire la sicurezza delle operazioni effettuate. Le carte in circolazione fanno ormai tutte uso della tecnologia del microcircuito, che in Italia ha da qualche anno soppiantato quella a banda magnetica, con un significativo incremento del livello di sicurezza delle transazioni. È tuttavia importante adottare alcune cautele nell’ utilizzo della carta: in particolare è consigliabile imparare a memoria il PIN. In caso di assoluta necessità di conservarlo, ciò deve avvenire sempre separatamente dalla carta di debito (mai quindi nel portafoglio o nella borsetta né sul cellulare).

BANCOMAT SpA

È la società che gestisce il circuito BANCOMAT® (per il prelievo del denaro contante da ATM) e del circuito PagoBANCOMAT® (per il pagamento presso gli esercenti convenzionati e gli ATM abilitati). In qualità di ente gestore dei circuiti sopra menzionati, BANCOMAT SpA provvede a dettare le regole, anche tecniche, di funzionamento dei circuiti, a rilasciare le relative licenze di adesione ai soggetti specializzati come le banche ed a certificare i prodotti ed i processi destinati ad operare sui circuiti stessi. La società inoltre contribuisce al dialogo ed allo sviluppo tecnologico e normativo del settore delle carte di pagamento mediante la partecipazione a gruppi di lavoro e tavoli tecnici, sia in sede nazionale che in ambito europeo.


Borsa

di Maurizio Sella
(Presidente di Banca Sella Holding)

La borsa è un mercato (fisico o virtuale), organizzato e regolamentato, in cui ha luogo la compravendita di valori mobiliari (azioni, obbligazioni, titoli di Stato, valute o altro) o merci. In particolare, nella borsa valori, o borsa finanziaria, si scambiano strumenti finanziari di debito (obbligazioni), di capitale (azioni) o strumenti derivati. Gli attuali mercati di borsa non avvengono più in un luogo fisico dove si incontrano gli operatori con sedute “alle grida” ma sono invece sistemi di reti telematiche a cui possono accedere, con ordini di acquisto o vendita in tempo reale, sia gli intermediari specializzati che i singoli investitori.

La borsa valori consente ad aziende ed istituzioni di raccogliere capitali per finanziarsi, assicurando agli acquirenti (sottoscrittori), almeno in condizioni normali, una rapida liquidabilità dei propri risparmi attraverso la vendita dei titoli in portafoglio al prezzo del momento. La borsa valori ha una funzione economica importante poiché il suo corretto funzionamento assicura, almeno in teoria, che i risparmi confluiscano verso gli investimenti in grado di assicurare i migliori rendimenti prospettici, migliorando ed incentivando la produttività di un paese. I prezzi (quotazioni) dei titoli scambiati in borsa dipendono, tendenzialmente e sempre da un punto di vista teorico, dal flusso di reddito che essi sono in grado di offrire al detentore nel tempo quindi, nel caso dei titoli azionari, dagli utili generati dall’azienda emittente. Le informazioni riguardanti l’emittente e la loro traduzione “reddituale” (si parla appunto di “stime di evoluzione degli utili”), sono quindi le principali determinanti delle oscillazioni sui prezzi di borsa. È vitale, pertanto, che le informazioni relative agli emittenti abbiano un’elevata qualità e siano accessibili a tutti gli operatori nello stesso momento; in tal modo la formazione dei prezzi risentirà più limitatamente della diversa possibilità degli operatori di reperire le informazioni e sarà invece più legata alla diversa aspettativa reddituale associata alle informazioni.

L’efficienza del mercato, secondo la nota teoria elaborata da Eugene Fama, viene appunto misurata dalla capacità dei prezzi di adattarsi rapidamente alle informazioni disponibili in un dato istante. Proprio per la centralità dell’informazione, in tutti i mercati di borsa evoluti sono attive delle autorità di controllo che prevengono fenomeni distorsivi quali il possesso di informazioni privilegiate e la diffusione di informazioni false da parte di soggetti con intenti speculativi. Nonostante questo, in alcuni momenti più o meno protratti, anche i mercati di borsa più efficienti possono registrare prezzi che non riflettono in modo obiettivo l’informazione disponibile perché viziati da un’interpretazione troppo pessimistica o troppo ottimistica della stessa o più semplicemente da fenomeni emulativi da parte di investitori meno informati. Uno dei casi più noti è quello della bolla della dot.com economy di fine anni ’90, alimentata da aspettative iperottimistiche sulla capacità generalizzata delle aziende attive su internet di generare elevati utili futuri.


Cassa di Risparmio

di Gerhard Brandstätter
(Presidente della Cassa di Risparmio di Bolzano)

Il saggio “Storia delle Casse di Risparmio e della loro Associazione 1822-1950” scritto da Luigi De Rosa riporta la definizione originaria di “Cassa di Risparmio”, ovvero “una tipologia di istituto di credito nato con la finalità di raccogliere il piccolo risparmio, remunerandolo tramite l’esercizio del credito ipotecario e fondiario, o tramite investimenti poco rischiosi, come quelli nei titoli di stato; alla funzione creditizia si associa inoltre l’erogazione di prestazioni di previdenza individuale e l’attività di beneficenza”. Tale definizione deve naturalmente essere attualizzata ai giorni nostri, con un’evoluzione nel mondo delle Casse di Risparmio dal 1990 (legge Amato) in poi profondamente incisiva e modificativa: le Casse sono state scorporate in società bancarie (SpA) e fondazioni con finalità filantropiche; le banche poi sono state interessate in modo rilevante da processi di fusioni ed acquisizioni, acchè oggi le Casse di Risparmio autonome sono rimaste solo una decina. Un elemento identifica però ancora oggi in modo imprescindibile le Fondazioni e le Casse di Risparmio ed è il legame che tali istituzioni creano con il territorio di riferimento in cui operano e la comunità in cui sono attive.


CDP - Cassa Depositi e Prestiti

di Fabio Gallia
(Già Amministratore Delegato e Direttore Generale di CDP)

Cassa Depositi e Prestiti (CDP) è l’Istituto Nazionale di Promozione che sostiene l’economia italiana dal 1850, ed esercita un ruolo primario a supporto della crescita del Paese. Opera secondo criteri di sostenibilità e di interesse pubblico, utilizzando fondi provenienti principalmente dalla raccolta postale e dall’emissione di titoli obbligazionari. Maggiori informazioni sono disponibili su cdp.it

Il modello di business
Da oltre 150 anni Cassa Depositi e Prestiti svolge un ruolo istituzionale di sostegno del risparmio delle famiglie e promozione dell’economia nazionale in un’ottica di lungo periodo. La sua principale fonte di raccolta è il risparmio postale degli italiani, che gode della garanzia dello Stato, alla quale si aggiungono ulteriori capitali provenienti dall’emissione di titoli obbligazionari o catalizzati da fondi nazionali ed esteri, pubblici e privati.
In virtù del suo ruolo storico a beneficio dell’interesse pubblico e dello status di Istituto Nazionale di Promozione, CDP opera in quattro aree strategiche del Paese alle quali dedica attività e risorse in complementarietà con il sistema finanziario:

  • Government & Pubblica Amministrazione, Infrastrutture: finanziamenti agli enti locali, ideazione di stru- menti d’investimento, creazione e ammodernamento delle infrastrutture, cooperazione internazionale; - Internazionalizzazione: sviluppo di un presidio unico per l’export, espansione delle imprese nazionali all’estero, promozione dei rapporti con interlocutori interessati a investire in Italia;
  • Imprese: partecipazione a tutto il ciclo di vita delle imprese, dalla fase di start-up a quella di rilancio in caso di crisi, fino agli investimenti di lungo termine per aziende di forte impatto sull’economia nazionale;
  • Real Estate: sviluppo del mercato immobiliare, offerta di abitazioni a basso costo (social and affordable housing), riqualificazione abitativa.

CDP utilizza strumenti finanziari tipici di un “operatore di mercato”, da quelli di debito tradizionali come finanziamenti e garanzie, agli strumenti di investimento nel capitale di rischio delle imprese (equity), a nuove misure volte a liberare risorse dai bilanci delle banche da dedicare a nuovo credito per le imprese (risk sharing). Ha la peculiarità di intervenire dove identifica limiti di mercato, con l’obiettivo di promuovere progetti che altrimenti vedrebbero difficilmente la luce.

Cassa Depositi e Prestiti ha la forma giuridica di società per azioni a controllo pubblico (l’83% del capitale è posseduto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) con la presenza di azionisti privati (Fondazioni bancarie per il 17%). Detiene e gestisce inoltre un portafoglio di partecipazioni in aziende strategiche per l’industria nazionale, per un valore complessivo di circa 23 miliardi di euro, che ne fanno il principale investitore in società quotate in Borsa Italiana.

La storia
Istituita a Torino il 18 novembre 1850 con una legge del Parlamento sardo, la Cassa Depositi e Prestiti aveva il compito di mobilizzare capitali da destinare alle opere di pubblica utilità. A tal fine raccoglieva depositi dagli enti locali e dalle amministrazioni civili per impiegarli nei prestiti a favore degli stessi enti e nell’ammortamento dei debiti. Tutti i fondi gestiti godevano della garanzia dello Stato.
All’indomani della proclamazione del Regno d’Italia, la Cassa assorbì tutti gli organismi che svolgevano operazioni analoghe in altre regioni della penisola. La sua nuova funzione di raccolta del risparmio privato presso gli sportelli postali dislocati nel territorio cominciò ad assumere rilevanza crescente, fino a diventare la principale fonte di provvista. Nel 1898 fu trasformata in Direzione Generale del Ministero del Tesoro e nel 1910 trasferì gli uffici nell’attuale sede di Roma, in via Goito.
Tra le due guerre, Cassa Depositi e Prestiti lanciò la prima emissione di Buoni Postali Fruttiferi, titoli obbligazionari a tasso fisso, senza cedola, estinguibili anche prima della scadenza ventennale. Le risorse raccolte trovarono impiego nella realizzazione di importanti opere edilizie e di bonifica, nonché nella creazione di nuove città come Latina, Sabaudia, Pomezia. Dal 1949 fu coinvolta nella ricostruzione post-bellica, senza tuttavia che il suo ruolo di sostegno agli enti locali venisse mai a mancare.
Una prima proposta di privatizzazione della Cassa risale all’inizio degli anni ’80, ma non si tradusse nell’attribuzione di personalità giuridica autonoma. Bisognerà aspettare il 1993 quando, ad opera del Ministro Barucci, ottenne anche la facoltà di acquistare e cedere partecipazioni in istituti di credito. Tre anni dopo i bilanci vennero redatti secondo le direttive dell’Unione Europea. Quindi con il decreto legge n. 269/2003 venne trasformata in Società per Azioni.
Da quel momento, Cassa Depositi e Prestiti ha allargato il suo perimetro d’azione fino a raggiungere il settore privato, operando sempre in un’ottica di sviluppo di medio-lungo termine, puntando a strumenti più innovativi e flessibili per adattarsi alle esigenze degli investimenti. Nel 2012, a seguito dell’acquisizione dal Ministero dell’Economia e delle Finanze di SACE, SIMEST e Fintecna, nacque il Gruppo CDP. A fine 2015 il Parlamento italiano attribuì a Cassa Depositi e Prestiti il ruolo di Istituto Nazionale di Promozione, rendendola entry point delle risorse del Piano Juncker in Italia e advisor finanziario della Pubblica Amministrazione per un più efficiente ed efficace utilizzo di fondi nazionali ed europei.
Negli ultimi anni, Cassa Depositi e Prestiti ha proseguito l’azione di supporto alle aree strategiche dell’Italia. Sempre al fianco degli enti locali, ha garantito sostegno finanziario ai territori colpiti da calamità naturali e promosso i maggiori progetti infrastrutturali del Paese, supportando gli operatori del settore nelle loro strategie di consolidamento ed espansione all’estero. Si è impegnata per la crescita delle imprese con finanziamenti diretti, nuove piattaforme e plafond di provvista, oltre a catalizzare capitali europei da reinvestire nel sistema imprenditoriale italiano in sinergia con gli altri Istituti Nazionali di Promozione e nell’ambito del Piano Juncker. Ha dato il via al “Polo italiano dell’export e dell’internazionalizzazione”, con l’obiettivo di mettere a disposizione delle aziende un sistema di sostegno integrato, una “one-door” – “porta unica” per soddisfare tutte le esigenze di ingresso e rafforzamento nei mercati internazionali. Ha attivato ulteriori strumenti in grado di affiancare le imprese in tutto il loro ciclo di vita, dalla fase di trasferimento tecnologico a quella di turnaround, concentrando capitali e know-how a beneficio degli imprenditori e dell’intero ecosistema dell’innovazione e della tecnologia, nel quale è il principale investitore nazionale.

Cassa Depositi e Prestiti ha anche assunto il ruolo di Istituzione Finanziaria per la Cooperazione allo Sviluppo, diventando gestore degli strumenti finanziari per conto del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. In ambito Real Estate, ha realizzato un programma per la trasformazione urbanistica di grandi città italiane in smart cities e investito nel settore turistico promuovendo un’evoluzione del modello d’impresa attraverso la separazione della proprietà immobiliare dalla gestione. Ha lanciato infine la prima identità di Gruppo, definendo una nuova missione: “Promuoviamo il futuro dell’Italia contribuendo allo sviluppo economico e investendo per la competitività”.


Commissione Euroepa

di Mario Nava
(ex Direttore presso la Commissione Europea per la Sorveglianza del sistema finanziario e gestione delle crisi)
e Giulia Bertezzolo
(Funzionario della Commissione Europea)

La Commissione Europea ha sede a Bruxelles e costituisce, insieme al Parlamento Europeo, al Consiglio dell’Unione Europea, alla Banca Centrale Europea (BCE) e alla Corte di Giustizia, uno degli organi principali dell’Unione Europea. Il vertice della Commissione è composto da 28 Commissari (che insieme formano il “Collegio dei Commissari”) nominati in modo da garantire la presenza di un Commissario per Stato membro ma con l’obbligo di promuovere l’interesse generale dell’Unione Europea, non quello del proprio Stato di origine.

La Commissione opera in vari settori, come agricoltura, commercio, banche, assicurazioni, educazione, ma con poteri molto diversi. A differenza degli Stati nazionali, l’Unione Europea non ha infatti una competenza generale; non può – in altre parole – agire in qualsiasi settore di rilievo per i propri cittadini. Essa può svolgere solamente le funzioni che le vengono attribuite dai suoi Stati membri. L’Unione Europea non può, per esempio, intervenire se non in modo molto limitato in materia di disoccupazione oppure in materia di difesa (inclusa la lotta al terrorismo) poiché sono competenze che in base ai Trattati spettano per lo più agli Stati membri e non sono stati devoluti all’Unione. Quest’ultima ha invece poteri molto incisivi in materia di concorrenza o commercio, nei quali esercita una competenza esclusiva rispetto agli Stati membri.

In modo simile ai governi nazionali, la Commissione Europea costituisce l’esecutivo politico dell’Unione Europea, ma con la differenza che non poggia su una maggioranza parlamentare che possa garantire l’approvazione degli atti da essa emanati. I Trattati non prevedono infatti un legame diretto tra la composizione della Commissione e il risultato delle elezioni europee, anche se tale risultato deve essere tenuto in considerazione nella nomina del Presidente della Commissione e tutti i Commissari devono ottenere l’approvazione del Parlamento europeo prima di essere nominati.

Una delle funzioni principali della Commissione Europea è la produzione di atti normativi, che svolge assieme al Consiglio, che riunisce i rappresentanti degli Stati membri dell’Unione Europea e al Parlamento Europeo, che rappresenta (attraverso i parlamentari europei eletti all’interno dei partiti politici che partecipano alle elezioni europee) i cittadini europei. In particolare, la Commissione propone (soprattutto di sua iniziativa ma anche su impulso di un determinato numero di cittadini europei o di altre istituzioni europee) al Consiglio e al Parlamento dei disegni di “legge”, che in diritto europeo possono essere principalmente Direttive o Regolamenti. Le Direttive hanno bisogno di una legge nazionale che le trasponga nel diritto nazionale per esplicare i propri effetti; i Regolamenti sono invece di applicazione diretta e non necessitano di alcun atto normativo nazionale di trasposizione. La proposta della Commissione, sia essa Direttiva o Regolamento, viene discussa e modificata dal Consiglio e dal Parlamento fino a quando non si trova un accordo sulla base del quale viene adottato il testo finale. La predisposizione di proposte legislative è uno dei modi attraverso i quali la Commissione dà esecuzione alle politiche dell’Unione nei diversi settori che le sono affidati dai Trattati.

Essa svolge tuttavia anche altre attività, come garantire assistenza tecnica e sostegno ai progetti finanziati dall’Unione Europea. Per fare questo, così come per tutte le altre attività svolte dall’Unione, il bilancio dell’UE è fondamentale e anche in tale contesto la Commissione Europea svolge un ruolo chiave. Essa prepara infatti il bilancio annuale da sottoporre all’approvazione del Parlamento e del Consiglio stabilendo le priorità di spesa (unitamente al Consiglio e al Parlamento) e controlla come vengono usati i fondi (sotto la sorveglianza della Corte dei conti).

Oltre al potere d’iniziativa legislativa, all’esecuzione delle politiche dell’Unione Europea e alla predisposizione del bilancio, la Commissione svolge un’altra funzione importante: vigila sull’applicazione delle norme europee. L’Unione Europea stabilisce infatti le regole per l’esercizio di determinate attività nelle materie di sua competenza, ma l’applicazione di tali norme è affidata generalmente agli Stati membri che sono tenuti, secondo quanto previsto dal Trattato sull’Unione Europea, a prendere ogni misura necessaria per favorirne l’attuazione. La Commissione ha però il potere di controllare che tale applicazione sia effettivamente fatta e che sia fatta in modo corretto. Essa non ha tuttavia poteri investigativi. Non può, ad esempio, inviare propri funzionari per verificare che una certa norma sia stata applicata in modo corretto. Per svolgere il suo compito si serve delle informazioni reperibili attraverso i normali canali informativi oppure di quelle fornite dagli Stati membri e dai cittadini (che hanno la possibilità di segnalare alla Commissione casi di mancata o incorretta applicazione delle norme). Qualora ritenga che uno Stato non abbia applicato oppure abbia applicato in modo incorretto le norme europee, la Commissione può avviare una procedura d’infrazione nei confronti dello stesso. L’obiettivo di tale procedura è indurre lo Stato ad applicare correttamente il diritto comunitario, mentre spetta agli Stati membri porre rimedio o risarcire eventuali danni che tale infrazione può aver creato nei confronti dei cittadini.

L’organizzazione interna della Commissione riflette la varietà dei settori d’intervento e i diversi poteri che le spettano attraverso le Direzioni Generali, a ciascuna delle quali è affidato uno o più di tali settori. Sono le Direzioni Generali che (in modo simile a quanto avviene nei Ministeri a livello nazionale) svolgono il lavoro tecnico necessario per portare avanti l’attività della Commissione. Le decisioni finali su cosa fare o non fare vengono tuttavia prese dal vertice politico, ossia dal Collegio dei Commissari.

Nel settore dei servizi finanziari (banche, assicurazioni e titoli mobiliari) sono i funzionari della “Direzione Generale per i servizi finanziari, la stabilità finanziaria e il mercato unico dei capitali” (DG FISMA) a svolgere tali attività. Essi, ad esempio, preparano le proposte legislative, assistono le amministrazioni statali nell’attuazione dei programmi europei oppure analizzano la documentazione per capire se sussista o meno una violazione del diritto comunitario da parte di uno Stato membro. Il settore bancario fa eccezione alle norme generali sulla divisione dei poteri tra Unione europea e Stati membri in alcuni aspetti. A differenza di quanto avviene nella maggior parte degli altri settori (in cui non intervengono direttamente organi europei nell’esecuzione delle norme), l’applicazione delle norme europee in materia bancaria è affidata non solo agli operatori del settore (le banche) e alle autorità nazionali (specialmente autorità di vigilanza e di risoluzione) ma, a partire dal 2014, anche al Meccanismo Unico di Supervisione e, a partire dal 2015, al Meccanismo Unico di Risoluzione.  All’interno del Meccanismo Unico di Supervisione, la Banca Centrale Europea (BCE) – responsabile ultima del corretto funzionamento di tale Meccanismo (che riunisce le autorità di vigilanza nazionali e la stessa BCE) – supervisiona direttamente le banche più grandi (cosiddette ignificative) per assicurare che le norme prudenziali europee vengano rispettate. Le autorità nazionali devono invece tenerla al corrente delle attività di vigilanza e delle misure prese nei confronti delle altre banche più piccole (cosiddette meno significative). Su di esse la vigilanza diretta spetta alle autorità nazionali sulla base di norme stabilite a livello europeo (cosiddetto Single Rule Book) ma la BCE ha sempre diritto di intervenire sulle stesse. Nell’ambito del Meccanismo Unico di Risoluzione, che è composto dalle autorità di risoluzione nazionali e dal Comitato Unico di Risoluzione, quest’ultimo (che è un organismo europeo) assicura che le banche di sua competenza diretta siano dotate degli strumenti necessari per gestire in modo ordinato eventuali crisi e, se necessario, interviene nella risoluzione delle stesse per assicurare che vengano minimizzati gli effetti del loro fallimento sull’economia e sulla stabilità finanziaria.

Anche per quanto riguarda il controllo sulla corretta applicazione delle norme il settore bancario rappresenta un caso particolare perché non è solo la Commissione ad avere tale potere (come nella maggior parte degli altri settori), ma anche l’Agenzia bancaria europea, creata nel 2010. Quale parte del suo mandato di promuovere la coerente applicazione delle norme europee nei diversi Stati membri e l’armonizzazione delle pratiche tra autorità nazionali, essa ha anche il potere di avviare procedure di infrazione simili a quelle che può avviare la Commissione. A differenza di quest’ultima, l’Agenzia bancaria europea ha poteri investigativi propri, ma può agire solo nei confronti delle autorità nazionali e non nei confronti degli Stati membri.


Comunicare la banca

di Gavino Sanna
(Pubblicitario)

Per la gente comune la banca è assimilata alle grandi istituzioni che reggono la nostra società: la Scuola, la Chiesa, l’ASL, e così via. Il cittadino è in soggezione rispetto a questa grande istituzione, e tende a non porsi in modo contrattuale, paritetico; è insomma all’opposto dalla concezione della banca come di qualcosa “al suo servizio”.

Questa situazione di insicurezza e di dipendenza ha a che fare con una serie complessa di ragioni storiche e culturali. Vi è per esempio la tradizione cattolica ed il suo guardare al denaro con una sorta di sospetto, da cui deriva una certa sensazione di colpa che pervade la persona quando deve andare a discutere di cose di denaro. Il senso di colpa cresce ancor più quando si tratta di andare a chiedere del denaro. Il cittadino non ha quasi mai coscienza piena del fatto che il suo denaro dato alla banca è un servizio od una opportunità resa alla banca: anzi è quasi come se la banca facesse un favore a chi immette in essa il suo denaro, quasi come se il conto correntista chiedesse per favore alla banca di custodirgli il suo denaro.

La banca come istituzione suscita la sindrome dello “statalismo italiano” connesso ad inefficienza, sperpero, inosservanza degli impegni; d’altro lato è però l’impresa, la competenza, la serietà di chi va al “sodo” e sa quello che fa. Preso tra questi due poli, il vissuto dell’utente è non a caso bizzoso ed oscillante, preso tra rivendicazione esasperata dei “diritti” e sottomissioni assurde, comunque quasi mai filtrato da informazione dettagliata e nemmeno animato da richiesta di sapere e di capire. In queste condizioni non ci si deve stupire del fatto che il rapporto mentale con la banca sia assimilabile a quello che si avrebbe con una “persona” piuttosto che con una realtà organizzativa. La banca diviene così vissuta come “buona” o “cattiva”, “scorbutica” o “gentile”, “affidabile” e “onesta” piuttosto che “disonesta” o “arraffona”, e così via. Per regolare il proprio comportamento si tende cioè a personificare, trasferendo d’emblée alla banca i criteri di valutazione che sono validi per le persone. Ciò crea una situazione del tutto particolare, in cui la ricerca di “fiducia” si traduce sempre nella identificazione della “banca” con alcune persone, con alcuni interlocutori privilegiati di cui ci si fida e da cui ci si sente ben trattati.

La dinamica della fiducia prevale su quella del “calcolo”, e la fiducia deve passare – allo stato attuale dei fatti – per il rapporto interpersonale diretto. Siamo in una condizione del tutto analoga a quella del campo medico-ospedaliero od assicurativo, comparti che risentono delle stesse dinamiche.

Quale può essere in questo contesto il ruolo della comunicazione, e quale senso e fine può avere la comunicazione “pubblicitaria”?
Occorre però chiarire quale è il progetto sotteso a questo comunicare. Stante la situazione fluida ed ambivalente della relazione cittadino-banca, è possibile porsi almeno tre diverse finalità.

  • Innanzitutto è possibile ignorare questa complessità ed ambivalenza di vissuti, e porsi come finalità quella di dare informazione razionale sulle opportunità, i servizi, i vantaggi che la banca può offrire.
  • In secondo luogo è possibile, in modo opposto, sfruttare al massimo la situazione di latente dipendenza che il cliente ha. Poiché egli si sente in qualche misura in soggezione, si può ampliare questo suo sentimento, allettandolo con seduzioni al suo bisogno di “fiducia” e di “affidamento”.
  • In terzo luogo infine è possibile tenere simultaneamente presenti i due momenti e livelli, e porsi come fine sia quello di rassicurare e guadagnare un rapporto affettivo, sia quello di informare e di rendere consapevole l’utente di una serie di possibilità e di diritti. Questa terza via è certamente più difficile e forse non immediatamente redditizia, ma a lungo termine andrà ad incontrare l’evoluzione dei target più accorti ed in via di maturazione, che probabilmente saranno anche quelli con maggiori disponibilità finanziarie ed operazioni bancarie da svolgere.

Se si vuole perseguire la strada complessa indicata per ultima, va chiaramente compreso che occorrerà costruire una strategia di comunicazione atta a realizzare un mix calibrato di razionale (informazione) ed emotivo (relazione). Per l’utente medio le banche sono “tutte uguali”, e finché una “banca vale l’altra”, non si è in grado di guadagnare un rapporto personalizzato, e quindi non si può attivare quel circuito fiducia-informazione di cui si diceva.

È urgente il compito di comunicare personalità e specializzazione differenziali, di rendere in sostanza le banche centrate su specificità di benefit, di target, di stile, insomma trattarle come si tratta un brand, anche se ovviamente la componente istituzionale di fondo non va perduta. La banca ha bisogno di comunicare e di comunicarsi, deve uscire dal silenzio presuntuoso della istituzione cui tutto è dovuto, e deve fugare le ansie e le ambiguità che l’utente e il cittadino hanno nei suoi confronti. Essa deve far crescere un rapporto di fiducia entro cui sia possibile “educare” l’utente ad una contrattualità intelligente e consapevole, ed al tempo stesso calda e simpatica. Deve darsi una immagine differenziale ed una identità specifica, sottraendosi alla genericità dell’essere “banca”.


Conciliatore Bancario Finanziario

di Chiara Mancini
(Presidente del Consiglio del Conciliatore BancarioFinanziario)

Il Conciliatore BancarioFinanziario è un’associazione senza finalità di lucro costituita nel 2005 con l’obiettivo di diffondere l’utilizzo degli strumenti di soluzione delle controversie alternativi alla giustizia ordinaria; la struttura è specializzata nelle controversie in materia bancaria, finanziaria e societaria.
All’Associazione – nata su iniziativa dell’ABI – aderiscono circa 730 intermediari: le banche, importanti finanziarie, Poste Italiane, nonché associazioni del settore finanziario, quali ANIA, Assogestioni, Federcasse, Assifact, Assilea, Assofin, Assoreti e Assosim. L’Associazione ha ottenuto il riconoscimento della personalità giuridica.

Il Conciliatore BancarioFinanziario svolge principalmente cinque forme di attività.

  • La prima consiste nel gestire il servizio di mediazione. Nel nostro ordinamento la mediazione è regolamentata da una normativa contenuta nel D.Lgs. n. 28/2010 relativo alle controversie in materia civile e commerciale. Il Conciliatore BancarioFinanziario ha ottenuto l’autorizzazione a svolgere tale attività dal Ministero della Giustizia ed è iscritto nel registro degli “organismi di mediazione” tenuto dallo stesso dicastero. La peculiarità della scelta effettuata dall’Associazione è quella di aver creato un “organismo” specializzato in materia bancaria, finanziaria e societaria, nel convincimento che l’elevata specializzazione consenta di fornire agli utenti un servizio in grado di rispondere meglio alle loro esigenze, soprattutto quando, come nel caso di specie, la materia oggetto delle controversie si caratterizza per un significativo tecnicismo che – in quanto tale – richiede specifica professionalità. Tale esigenza ha comportato la necessità di procedere ad un’accurata selezione dei “mediatori”, soggetti che – oltre ad assicurare indipendenza e neutralità – sono stati individuati tra i professionisti esperti nelle materie in cui opera l’organismo. Attraverso l’attività del proprio organismo, l’Associazione gestisce le domande di mediazione che provengono dalla clientela o dagli intermediari e promuove incontri con le parti attraverso i quali un professionista appositamente incaricato – il mediatore – tenta di facilitare il raggiungimento di un accordo sulla controversia sorta tra tali parti.
  • La seconda attività svolta dal Conciliatore BancarioFinanziario è relativa ad un particolare ruolo rivestito nel procedimento ABF. Occorre premettere che nel 2009 la Banca d’Italia ha istituito l’Arbitro BancarioFinanziario (ABF), sistema stragiudiziale di soluzione delle controversie in materia bancaria tra clienti e intermediari, finalizzato ad ottenere una decisione da parte di un Collegio giudicante composto da esperti della materia. Nell’ambito di tale sistema, il Conciliatore BancarioFinanziario ha ottenuto dalla Banca d’Italia il riconoscimento di “associazione degli intermediari”, riconoscimento che impegna l’Associazione ad una serie di adempimenti, tra i quali è prevista la designazione di alcuni membri dei Collegi giudicanti dell’ABF.
  • L’Associazione svolge altresì una funzione di raccordo tra gli Uffici reclami degli intermediari e le segreterie tecniche dell’ABF istituite presso la Banca d’Italia, effettuando un lavoro di controllo della completezza e regolarità formale della documentazione che gli intermediari inviano ai Collegi giudicanti nell’ambito del procedimento stragiudiziale instaurato. Inoltre l’Associazione cura la realizzazione di diverse iniziative di comunicazione volte alla diffusione della conoscenza dell’ABF e dei suoi orientamenti giurisprudenziali; tale attività è finalizzata anche a perseguire il costante aggiornamento degli addetti agli Uffici reclami degli intermediari. Ciò si concretizza sia mediante l’invio agli Associati di comunicazioni periodiche di vario genere, sia mediante l’organizzazione di incontri con gli intermediari.
  • Un’altra attività nella quale è impegnato il Conciliatore BancarioFinanziario riguarda il procedimento gestito dall’Arbitro per le Controversie Finanziarie (ACF) istituito dalla CONSOB; si tratta di un sistema stragiudiziale di soluzione delle controversie tra clientela e intermediari sorte in materia di “servizi di investimento” (e, quindi, di operatività in titoli). Tale sistema ha preso avvio nel gennaio del 2017 e nell’ambito del procedimento – che è finalizzato ad ottenere una decisione su una controversia da parte di un Collegio giudicante – l’Associazione svolge una funzione per certi versi analoga a quella assolta nell’ABF, in quanto la documentazione che gli intermediari inviano al Collegio giudicante dell’ACF viene controllata dagli uffici del Conciliatore per una valutazione della sua completezza e regolarità formale. Anche in tale contesto l’Associazione cura più iniziative volte a consentire l’aggiornamento del personale degli intermediari sulle decisioni assunte dal Collegio giudicante dell’ACF e, più in generale, sulla materia dei servizi di investimento.
  • Un’ulteriore attività svolta dal Conciliatore BancarioFinanziario riguarda la formazione di coloro che, a vario titolo, si occupano degli strumenti di Alternative Dispute Resolution (ADR). L’Associazione, infatti, è iscritta nell’elenco tenuto dal Ministero della Giustizia degli enti abilitati a svolgere detta attività di formazione. In tale contesto il Conciliatore BancarioFinanziario, oltre a curare la formazione dei mediatori, organizza anche corsi di formazione aziendale per la gestione stragiudiziale delle controversie in materia bancaria e finanziaria rivolti al personale delle imprese; collabora inoltre con Università per gestire specifici moduli formativi sui sistemi ADR nel comparto finanziario e societario. Il Conciliatore BancarioFinanziario, infine, ha istituito al proprio interno una “Camera Arbitrale” che si avvale di professionisti esperti in materia bancaria, finanziaria e societaria, presenti sul territorio nazionale, Camera la cui attività è disciplinata da un apposito Regolamento. Il servizio è messo a disposizione di coloro che necessitano di uno strumento di tipo decisorio, utile per quelle controversie sulle quali non esistono i presupposti per raggiungere un accordo in mediazione e per quelle il cui valore supera il limite di competenza che caratterizza i sistemi ABF e ACF.

CONSOB - Commissione Nazionale delle Società e della Borsa

di Carmine Di Noia
(Commissario di CONSOB)
e di Antonella Nibaldi
(Dirigente di CONSOB)

La CONSOB (Commissione Nazionale delle Società e la Borsa) è l’autorità di controllo che vigila sulla trasparenza e correttezza dei comportamenti nei mercati finanziari italiani; obiettivi della sua attività sono la salvaguardia della fiducia nel sistema finanziario, la tutela degli investitori, il buon funzionamento e la competitività del sistema finanziario.
Tutte le informazioni relative alla CONSOB sono sul sito consob.it.

A tali fini:

  • regolamenta la prestazione dei servizi e delle attività di investimento da parte degli intermediari, gli obblighi informativi delle società quotate nei mercati regolamentati e le operazioni di appello al pubblico risparmio;
  • vigila sulle società di gestione dei mercati e sulla trasparenza e l’ordinato svolgimento delle negoziazioni nonché sulla trasparenza e la correttezza dei comportamenti degli intermediari e dei consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede; 
  • sanziona i soggetti vigilati;
  • controlla le informazioni fornite al mercato dai soggetti che fanno appello al pubblico risparmio nonché le informazioni contenute nei documenti contabili delle società quotate;
  • accerta eventuali andamenti anomali delle contrattazioni su titoli quotati e compie ogni altro atto di verifica di violazioni delle norme in materia di abuso di informazioni privilegiate (insider trading) e di manipolazione del mercato;
  • collabora con le altre autorità nazionali e internazionali preposte all’organizzazione e al funzionamento dei mercati finanziari;
  • comunica con gli operatori e il pubblico degli investitori per un più efficace svolgimento dei suoi compiti e per lo sviluppo della cultura finanziaria dei risparmiatori.

Evoluzione storica della CONSOB
Con la legge istitutiva n. 216 del 1974 la CONSOB nasce fornita principalmente di due compiti, quello di controllo sulla Borsa e quello di controllo di trasparenza sugli emittenti quotati in Borsa. Successivamente, con la legge n. 77 del 1983, che introduce in Italia i fondi comuni di investimento, la CONSOB acquista il potere di controllare tutte le operazioni di raccolta del risparmio, di cosiddetta sollecitazione del pubblico risparmio. Con la legge n. 281 del 1985 la CONSOB ottiene personalità giuridica e aumenta la sua autonomia e indipendenza dal potere esecutivo. Nel 1991 con la legge n. 1 (cosiddetta legge SIM) la CONSOB ha acquisito poteri di controllo nei confronti delle neo istituite società di intermediazione mobiliare e con la legge n. 157 poteri di vigilanza nel contrasto ai fenomeni di insider trading. Nel 1996 il Governo viene delegato a recepire le direttive n. 93/22/ CEE e 93/6/CEE in materia di servizi di investimento, che introducono il principio di mutuo riconoscimento degli intermediari e dei mercati regolamentati; il D.Lgs.n. 415 del 1996 – che recepisce le direttive sui servizi di investimento – viene poi abrogato dal D.Lgs. n. 58 del 24 febbraio 1998, il cosiddetto “Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria” che amplia i poteri di controllo della CONSOB sull’intero mercato mobiliare e rimette le norme di dettaglio dei principi generali alle autorità di vigilanza. La legge n. 262 del 28 dicembre 2005 ha ulteriormente ampliato la materia dell’offerta di prodotti finanziari sottoposta al controllo della CONSOB con l’inclusione dei prodotti finanziari assicurativi e delle obbligazioni bancarie. La direttiva n. 2004/39/CE, cosiddetta MIFID ha attribuito nuovi estesi poteri regolamentari alla CONSOB in materia di servizi di investimento e mercati e nuovi ne sono ora introdotti con la successiva direttiva n. 2014/65 MIFID II in vigore dal prossimo gennaio 2018.

Organizzazione
La Commissione
È l’organo di vertice della CONSOB, ha natura collegiale ed è composto dal Presidente e da quattro membri, nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri. I suoi componenti sono scelti tra persone in possesso di specifiche competenze ed esperienze nonché di indiscussa moralità e indipendenza. Essi durano in carica sette anni senza possibilità di riconferma. La Commissione è composta attualmente dal Presidente Giuseppe Vegas e dai Commissari Anna Genovese, Giuseppe Maria Berruti e Carmine Di Noia.

La struttura
Si articola in Divisioni e Uffici, il cui coordinamento è affidato al Direttore Generale (oggi Angelo Apponi) che assiste, inoltre, la Commissione nell’esercizio delle sue funzioni e assicura lo svolgimento delle attività strumentali dell’Istituto.

Il finanziamento
Avviene principalmente attraverso contribuzioni versate direttamente dagli organismi e dagli operatori del mercato. È anche previsto un fondo nel bilancio dello Stato.


Credit crunch

di Gianfranco Torriero
(Vice Direttore Generale dell’ABI)

Gli economisti tendono a sintetizzare in poche parole fenomeni molto complessi. Tali termini per brevità ed efficacia diventano modi di dire usuali in ambiti informativi e divulgativi. Credit crunch ne è un esempio; è una terminologia di origine inglese – che può essere fatta risalire alla Grande Depressione degli anni trenta del secolo scorso – traducibile come “stretta creditizia”, che indica una restrizione dell’offerta di credito da parte delle banche, o più in generale degli intermediari finanziari, nei confronti di famiglie e imprese, pur in presenza di una potenziale domanda di finanziamenti di buona qualità che rimane, pertanto, insoddisfatta.

L’analisi dell’evoluzione del credito erogato a famiglie e imprese rappresenta una variabile fondamentale per valutare le dinamiche dell’economia, in particolare in periodi di profonda recessione economica. Un’eccessiva e ingiustificata contrazione dei finanziamenti costituirebbe infatti un fattore negativo per la crescita futura di consumi e investimenti e sarebbe destinata ad aggravare, in prospettiva, la limitata intonazione delle attività produttive.
Dunque, bene si fa a riservare particolare attenzione alla dinamica dei finanziamenti bancari e bene fanno gli osservatori che rimarcano l’importanza che, pur in momenti di forte contrazione della domanda aggregata e di significativo aumento della rischiosità dei prenditori di fondi, si faccia il possibile per garantire buoni livelli di liquidità – di risorse finanziarie – a famiglie e imprese.
Tuttavia, accanto a queste giuste attenzioni, convivono tuttora, nella pubblicistica soprattutto italiana, spinte a lanciare allarmi circa la presenza di situazioni di consistente contrazione delle risorse creditizie erogate a famiglie e imprese e non si esita a parlare di credit crunch. Questi allarmi discendono dall’analisi della solo dinamica dei finanziamenti, che nulla dicono se si è in presenza o meno di credit crunch. Va da sé quindi che per poter correttamente esprimersi sull’esistenza o meno di un fenomeno di credit crunch è necessario definire correttamente che cosa esattamente si intenda e come si misura.
La definizione di credit crunch maggiormente utilizzata è quella data nel 1991 da Bernanke (Presidente dal 2006 al 2014 della Federal Reserve Usa – FED - cioè della Banca centrale degli Stati Uniti). Secondo tale definizione il credit crunch rappresenta una contrazione dell’offerta di credito di eccessiva e anomala ampiezza in rapporto all’andamento del ciclo economico. Analogamente, in un lavoro del Fondo Monetario Internazionale del 2008, il credit crunch è stato definito come una severa flessione nel tasso di crescita dell’indice di intensità creditizia (rapporto tra credito bancario e PIL nominale), più ampia rispetto a quanto sperimentato nelle normali fasi negative del ciclo economico; tale contrazione (o riduzione di dinamica) deve essere inoltre determinata principalmente da motivazioni dal lato dell’offerta. Il punto focale consiste nel valutare la contrazione dell’offerta di credito relativamente all’andamento dell’economia, cioè della domanda, sottintendendo il fatto che il credito erogato dalle banche tende normalmente e fisiologicamente a rallentare o a ridursi durante un periodo di recessione. Nel credit crunch invece la riduzione del credito è causata da fattori interni agli intermediari finanziari come, ad esempio, carenze di capitale o scarsa liquidità. Tale situazione si differenzia da una riduzione dell’offerta di credito dovuta ad un peggioramento del merito creditizio della clientela oppure da una riduzione del credito dovuta ad un calo della domanda di prestiti da parte della clientela.
Una delle conseguenze principali del credit crunch è la riduzione dei prestiti bancari al settore produttivo che, se non sostituti con altre forme di indebitamento (ad esempio emissione di azioni o obbligazioni), può determinare un calo degli investimenti e, quindi, dell’attività economica. Per evitare questo effetto negativo, molto spesso le Banche centrali intervengono fornendo liquidità alle banche con l’obiettivo di allentare la stretta creditizia. Di recente si sono verificati fenomeni di credit crunch in Usa nel 2008 quando lo scoppio della bolla immobiliare ha imposto pesanti svalutazioni dei titoli, frutto della cartolarizzazione dei mutui di bassa qualità, detenuti dalle banche. La conseguente riduzione del capitale, gravemente intaccato dalle perdite sui titoli, ha spinto gli intermediari ad irrigidire i criteri per la concessione dei prestiti. La Banca Centrale statunitense è prontamente intervenuta per evitare la stretta creditizia con numerose operazioni di politica monetaria sia ordinarie che straordinarie.
Anche in Europa, si è parlato di credit crunch, imputando le forti contrazioni dei prestiti alla maggiore richiesta di patrimonio regolamentare a carico delle banche a seguito della decisione di irrigidire i cosiddetti Accordi di Basilea, cioè quegli accordi che definiscono, tra l’altro, il livello minimo di capitale che le banche devono detenere a fronte dei finanziamenti all’economia. A parità di condizioni più aumenta il capitale da detenere meno risorse saranno a disposizione per finanziare famiglie e imprese. Le Autorità di vigilanza internazionali tuttavia giustificano questa maggiore richiesta di capitale con la prospettiva che se, da un lato, è vero che essa immediatamente produce restrittivi sui finanziamenti, dall’altro, nel lungo termine determina maggiore stabilità e quindi più disponibilità di credito. Tuttavia, giova sempre ricordare che il lungo periodo può essere anche troppo lungo per essere apprezzato.


Criptomonete - Criptovalute

di Paolo Tasca
(Executive Director di UCL Centre for Blockchain Technologies)

La criptomoneta (o criptovaluta) è un asset digitale disegnato per fungere da mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore complementare alla cartamoneta o altri strumenti monetari.

Lo status giuridico delle criptomonete varia sostanzialmente da paese a paese e non è ancora stato definito. Mentre alcuni paesi hanno espressamente bandito o limitato il loro utilizzo, altri lo hanno acconsentito. Tuttavia, le criptomonete non rientrano tra le monete legali riconosciute come strumento di pagamento dalla legge. Ad oggi, le criptomonete rientrano invece nel gruppo delle monete private, virtuali, convertibili emesse da persone fisiche individuali, persone giuridiche private o comunità di persone. Tuttavia, non si esclude che in un prossimo futuro le criptomonete possano rientrare tra la categoria delle monete legali sovrane.

Esistono due gruppi principali di criptomonete:

  1.  le criptomonete pure o native;
  2.  i gettoni che rappresentano capitale azionario, di debito o diritti di accesso a determinati servizi.

Il sistema monetario su cui si basano le criptomonete pure è alternativo a quelli tradizionali, in quanto non necessita di Banche Centrali o banche commerciali per la creazione della base monetaria e la gestione delle transazioni monetarie. Il sistema è invece decentralizzato e autogovernato da algoritmi criptografici. Questi regolano l’emissione della criptomoneta e le sue transazioni sulla base di regole chiare e alterabili solo con il consenso di una predeterminata maggioranza composta dai membri partecipanti al sistema monetario. La distribuzione della base monetaria tra i membri dipende invece dalla relativa capacità di calcolo e/o di memoria dei loro calcolatori e/o dalla loro ricchezza in criptomoneta (o da qualsiasi combinazione delle tre) rispetto alla comunità. I membri possono essere tra di loro conosciuti oppure possono essere anonimi e anche potenzialmente dannosi e pericolosi.

Tuttavia, i codici informatici su cui si basano i sistemi monetari delle criptomonete pure hanno integrato un meccanismo automatico di tolleranza ai danni che permette al sistema di continuare a funzionare anche quando una parte di esso fallisce per la presenza di membri corrotti. Ogni transazione di criptomoneta pura da un membro ad un altro viene registrata in ordine cronologico in un registro digitale (una specie di libro giornale chiamato “ledger”) detenuto da (tutti o alcuni) membri del sistema monetario chiamati validatori. I validatori aggiornano automaticamente la propria replica del registro ogni volta che una transazione (o gruppo di transazioni) avviene all’interno del sistema monetario. Il ledger viene aggiornato con metodi di tipo “append-only”, cioè non si possono riscrivere o cancellare transazioni già registrate. Le registrazioni sono protette da funzione unidirezionale crittografica di hash (one-way hash function encryption) che rende i dati inalterabili e non ripudiabili.
Esiste, inoltre, un sistema automatico di risoluzione delle dispute per cui, senza la necessità di interazione, verifica o arbitrato umano, il software viene scritto in modo che i dati contrastanti o doppi non siano iscritti in modo permanente nel ledger. Ogni transazione valida viene aggiunta una sola volta.
Invece, nel sistema monetario dei gettoni il limite della base monetaria ed il suo tasso di espansione sono indipendenti dalla numerosità dei membri e dal numero delle transazioni. In questo caso, la base monetaria dipende da quanta moneta legale o criptomoneta pura sono scambiate per comprare i gettoni emessi dall’emittente.

Al momento esistono circa 1.000 criptomonete con una capitalizzazione di mercato complessiva pari a circa 100 miliardi di dollari. La prima e più famosa criptomoneta in circolazione è Bitcoin, introdotta nel 2009 da un individuo o un gruppo anonimo sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. Il Bitcoin è il primo esempio di criptomoneta diffusa che fornisce una soluzione al problema della fiducia in un sistema monetario decentralizzato autosovrano.


Debito pubblico

di Giovanni Sabatini
(Direttore Generale dell’ABI)

Debito pubblico è un termine piuttosto conosciuto. Se ne parla nei telegiornali, viene evocato nelle discussioni fra conoscenti. La ragione è semplice: il debito pubblico è il debito dello Stato e riguarda tutti i cittadini che abitano in quello Stato, quindi ciascuno di noi. Anche per questo è interessante capire meglio cosa significhi questo termine. Per l’esattezza, il debito pubblico è l’insieme dei debiti dell’amministrazione centrale dello Stato e delle altre amministrazioni pubbliche (regioni, comuni etc). Queste passività si accumulano nel tempo, in modo simile a come si formano i debiti all’interno delle nostre famiglie. Ogni anno infatti ci sono alcune entrate e alcune uscite. Nelle famiglie le entrate sono soprattutto gli stipendi e le pensioni, mentre le spese riguardano l’acquisto del cibo, dei vestiti, i mezzi di trasporto etc. Nello Stato le entrate sono soprattutto le tasse che pagano i cittadini e le imprese, mentre le spese riguardano i servizi offerti ai cittadini come le scuole, gli ospedali, la manutenzione delle strade e molto altro. Se le spese sono maggiori delle entrate, allora i conti pubblici non sono in equilibrio e si ha un disavanzo. Se tale situazione si ripete nel tempo, la somma dei disavanzi accumulati negli anni e non ripianati va a formare il debito pubblico.

Per quanto riguarda il nostro Paese, il debito pubblico esiste sin dall’unificazione avvenuta nel 1861, ma negli ultimi anni ha avuto una crescita particolarmente forte. Per acquisire le risorse finanziarie che consentono allo Stato di sostenere una spesa più elevata rispetto alle proprie entrate, vengono emessi “titoli di Stato”: si tratta di prestiti che la pubblica amministrazione chiede a privati ed enti, nazionali e internazionali, impegnandosi a restituirli entro una certa data e pagando un certo interesse in cambio del prestito ricevuto. Per comprendere la portata del debito pubblico, non è tanto importante il suo valore assoluto, ma il rapporto con l’economia del Paese, ossia la capacità di produrre beni e servizi. Se uno Stato ha un debito elevato ma anche un’economia sviluppata e dinamica, si può ritenere che abbia la solidità economica e finanziaria per far fronte ai propri debiti. Per questo il debito pubblico viene generalmente espresso in rapporto al PIL, che misura la ricchezza prodotta dal Paese in un anno, e non in valore assoluto. Un ragionamento simile si può applicare alle persone: un debito di 1.000 euro per uno studente che non lavora è una somma notevole, mentre un adulto con un salario mensile di 1.500 euro non dovrebbe avere difficoltà a restituirli nel giro di alcuni mesi.

Va sottolineato che il debito ha dei costi: come già si diceva, lo Stato deve pagare un interesse a quanti – persone, banche o altri soggetti – gli prestano le somme di cui ha bisogno. L’ammontare di questi interessi dipende da diversi parametri. Uno dei più importanti è la solidità finanziaria dello Stato e quindi la capacità di rimborsare tale debito. Se gli investitori la reputano buona chiederanno un interesse contenuto, altrimenti presteranno il proprio denaro solo in cambio di un interesse (ossia di un guadagno) più alto, poiché riterranno maggiore il rischio di vedere la somma prestata restituita in ritardo o addirittura non restituita. Il termine spread, che sembra difficile da capire, non è altro che la differenza fra i tassi d’interesse pagati da due Paesi ai soggetti che prestano loro capitali. Nei fatti, lo spread sta a indicare il giudizio degli investitori sulla maggiore o minore solidità dei diversi Stati. Il debito pubblico riguarda tutti, perché uno Stato indebitato deve attuare politiche di austerità: non può usare tutte le sue risorse per i servizi – dalle scuole ai trasporti pubblici a molto altro – ma deve destinarne una parte consistente a restituire i debiti contratti e pagare gli interessi. Talvolta l’austerità non basta e c’è bisogno di aumentare le tasse, quindi sottrarre ricchezza ai cittadini. Si comprende perché viene spesso invocata la necessità di combattere gli sprechi della pubblica amministrazione. Una gestione virtuosa rende possibile un avanzo nei conti dello Stato e può contribuire a ridurre il debito pubblico. È molto importante anche la crescita economica del Paese, che permette di mantenere un buon rapporto debito/PIL e di incrementare le entrate fiscali dello Stato senza bisogno di nuove tasse.


Deficit

di Giovanni Sabatini
(Direttore Generale dell’ABI)

Viviamo in una società complessa, in cui c’è bisogno di organizzare e gestire tanti aspetti del vivere comune: la cura dell’ambiente, l’organizzazione di trasporti efficienti, il sistema scolastico per la formazione dei giovani, le strutture sanitarie per l’assistenza medica, le forze dell’ordine per garantire la sicurezza e tante altre. Molte delle infrastrutture e dei servizi di cui abbiamo bisogno ci vengono fornite da aziende private e professionisti, ma una parte consistente è fornita dallo Stato. La pubblica amministrazione, ossia lo Stato centrale e le altre amministrazioni, rappresenta il più grande agente economico. Pur avendo grandi dimensioni è tenuta a tenere i propri conti in equilibrio, proprio come le famiglie, le imprese e gli altri organismi economici. Nel bilancio dello Stato le entrate vengono soprattutto dalle tasse, di tipo diretto (sul reddito) o indirette, cioè applicate ai consumi come l’IVA. Con le tasse i cittadini contribuiscono insieme a finanziare i servizi pubblici che lo Stato mette a disposizione. Le uscite invece sono dovute a tutte le attività realizzate dalla pubblica amministrazione e vanno dagli stipendi per gli insegnanti alle spese fatte per i servizi ai cittadini, ad esempio la costruzione di un nuovo ospedale pubblico, a tante altre.

Al termine di ogni anno (tecnicamente si parla di esercizio finanziario) si fanno i conti: se le spese della pubblica amministrazione sono state uguali alle entrate, si verifica il pareggio di bilancio. Se le uscite sono maggiori si parla di “deficit pubblico”; se invece sono maggiori le entrate si registra un “avanzo pubblico”. Un’importante voce passiva sono gli interessi che lo Stato deve pagare ogni anno per remunerare il debito pubblico. Si parla di avanzo/disavanzo primario quando dai conteggi vengono escluse le spese sostenute per gli interessi sul debito. La misurazione del deficit non viene fatta in valori assoluti, ma in rapporto con l’economia del Paese, ossia la sua capacità di produrre beni e servizi.

All’interno dell’Unione europea è previsto che il debito pubblico degli Stati membri non debba superare il 3% del PIL.

Quali sono le principali cause che possono favorire il deficit?
Sul fronte della spesa, durante l’anno ci possono essere spese maggiori a quanto previsto per il verificarsi, per esempio, di un terremoto. Dal punto di vista delle entrate, è possibile che alla fine dell’anno siano inferiori a quelle previste. Questo può dipendere dall’evasione fiscale, ossia dal mancato pagamento di imposte da parte di lavoratori autonomi e imprese, oppure dal calo dell’attività economica e quindi del PIL, che riduce i redditi di cittadini e imprese e quindi il valore delle tasse da loro pagate. È possibile che il verificarsi del deficit sia il risultato di scelte politiche.

Il principale sostenitore delle politiche espansive in deficit è stato il grande economista John Maynard Keynes. Egli riteneva che, in presenza di forti difficoltà dell’economia, era utile favorire il rilancio dell’attività economica aumentando le spese anche oltre la soglia delle entrate. Nel corso di qualche anno la crescita del PIL avrebbe fatto crescere le entrate fiscali e ripianato le spese accumulate negli anni precedenti. Questa teoria è stata in voga per diversi decenni del Novecento, in seguito diversi economisti l’hanno criticata. Se i conti risultano in deficit, il governo deve chiedere prestiti attraverso l’emissione di titoli di Stato, che portano alla crescita del debito pubblico. È facile comprendere che per una nazione, similmente agli altri soggetti economici, non è bene accumulare debiti ogni anno, altrimenti perde di credibilità e rischia di non trovare nessun soggetto disponibile a prestargli le risorse di cui ha bisogno.

Se un paese ha la propria moneta (è il caso di Stati Uniti e Giappone, ma non dell’Italia che utilizza una moneta europea) può temporaneamente far fronte al deficit stampando nuova moneta; rimane comunque il problema della credibilità, ragione per cui anche questa operazione può essere effettuata entro certi limiti. In presenza di più annate chiuse in deficit, che fanno crescere l’indebitamento dello Stato, occorre assumere politiche economiche restrittive per evitare che il debito pubblico non si riesca più a controllare. Si punta per questo a chiudere i conti dell’anno con un avanzo, per non aggiungere ulteriori debiti e ripianare una parte di quelli contratti in passato. A tal fine occorre in primo luogo ridurre i costi: s’inizia con la riduzione degli sprechi e l’eliminazione delle inefficienze, ma se questo non basta occorre ridurre alcuni servizi ai cittadini o rinviare alcune spese agli anni successivi. L’altra leva per migliorare i conti è quella delle entrate. Lo Stato può ricorrere a diversi strumenti: combattere meglio l’evasione fiscale, vendere in parte alcune proprietà che non ritiene più necessarie (privatizzazioni) oppure può imporre nuove tasse, anche se quest’ultima opzione riduce la ricchezza dei cittadini e può peggiorare l’andamento dell’economia.


Derivato

di Gian Maria Gros-Pietro
(Presidente di Intesa Sanpaolo)

Un contratto derivato presuppone un sottostante, di solito con riferimento a una transazione di tipo non derivato. Un esempio di transazione non derivata può essere l’acquisto di lana grezza in balle da parte di una filatura, che la usa come materia prima. Il prezzo della lana è tuttavia soggetto ad oscillazione sui mercati mondiali per effetto di variazioni della domanda e dell’offerta. Può quindi accadere che durante il tempo richiesto dal ciclo di lavorazione (dall’acquisto del grezzo alla vendita del filato) il prezzo mondiale della lana cali, determinando anche un calo immediato del prezzo di mercato del filato, che potrebbe addirittura scendere sotto quello che il filatore ha pagato per la lana grezza. Si potrebbe trattare di un rischio rovinoso, che può essere evitato ricorrendo a uno strumento finanziario simile ad una assicurazione denominato derivato. Può assumere diverse forme, ma in sostanza è un contratto che, mediante il pagamento di un modesto “premio”, fissa un prezzo certo del filato a una data determinata. In questo caso il derivato si dice “di copertura” perché ha lo scopo di proteggere la transazione sottostante, cioè il ciclo produttivo del filatore.
Il contraente (l’assicurato) si carica di un costo certo, ma piccolo, per coprirsi da un rischio, di solito poco probabile, ma con conseguenze per lui eccessivamente gravose.
È un contratto efficiente perché trasferisce il rischio sulle spalle più solide di un grande operatore finanziario che assume moltissimi rischi, anche di segno opposto (per esempio il derivato stipulato da un tessitore, che si copre contro un aumento imprevisto del prezzo del filato) e che quindi può contenere il rischio e gestirlo a un costo conveniente per il cliente. Possiamo perciò dire che il derivato di copertura è un contratto socialmente vantaggioso, se trasferisce il rischio sul soggetto che lo affronta nel modo più efficiente. Lo è a condizione che i prezzi di mercato siano concorrenziali e che il contratto copra correttamente il rischio del contraente.

Alcuni derivati, detti “collar”, coprono solo le variazioni di prezzo che cadono entro un determinato intervallo (collare), quello ritenuto ragionevolmente probabile dai contraenti; il collar costa meno perché esclude gli eventi estremi, ed è quindi più efficiente se nessun evento estremo accade.

Anche un semplice derivato di copertura comporta dei rischi: se per esempio il nostro filatore è stato troppo pessimista, e in realtà il prezzo della lana e dei filati è salito anziché scendere, lui non ne potrà godere per i contratti coperti dal derivato, perché il loro prezzo è fissato. Potrebbe quindi trovarsi in difficoltà, perché incasserà meno dei suoi concorrenti. Un caso reale: molte compagnie aeree coprono con derivati (cioè, fissano) il prezzo del carburante, sul quale non hanno nessun controllo e che costituisce una componente rilevante del loro costo/chilometro. Quelle che lo hanno fatto prima del crollo del prezzo del petrolio hanno perso opportunità di guadagno rispetto a quelle che non si erano coperte, le quali non solo hanno risparmiato il “premio”, ma hanno potuto volare pagando meno il carburante. Il derivato sopra descritto appartiene alla categoria dei cosiddetti “plain vanilla”, contratti semplici usati soprattutto per proteggersi dai rischi derivanti dalle oscillazioni di prezzi, cambi, tassi di interesse.

I derivati possono tuttavia essere utilizzati anche per finalità speculative. Ad esempio, uno speculatore “A” pensa che il prezzo del petrolio salirà più di quanto il mercato prevede: perciò acquista petrolio a sei mesi a un prezzo fissato oggi, che sarà pari al prezzo previsto dal mercato per quella scadenza più un piccolo premio. Non intende ritirare il petrolio, non saprebbe che farsene; peraltro nemmeno la sua controparte sarebbe in grado di consegnarglielo, perché sono entrambi speculatori puri. Alla scadenza, il derivato speculativo si chiuderà con il pagamento della differenza tra il prezzo prefissato e quello che sarà in quel momento il prezzo del mercato “fisico” (dove viene scambiata materialmente la materia prima). Se il prezzo del fisico sarà più alto di quello prefissato, lo speculatore “A” incasserà la differenza, se sarà inferiore dovrà lui pagare la controparte. In questo contratto, in cui la merce non si ritira, non c’è bisogno di pagarne il prezzo, basta pagare il premio, che è molto più piccolo. Con la somma che servirebbe per comprare una tonnellata di petrolio si può stipulare un derivato speculativo su centinaia di tonnellate e quindi, a parità di capitale investito, guadagnare centinaia di volte di più; oppure, perdere centinaia di volte di più. Pertanto i derivati speculativi sono utilizzati da professionisti finanziariamente solidi e dai nervi saldi; anche perché, dato l’effetto moltiplicativo che i derivati consentono, non è escluso che ci si trovi di fronte a controparti divenute improvvisamente insolventi.

La complessità di questi strumenti può essere elevata: mediante un contratto derivato ben articolato, o una combinazione di derivati, un operatore può modificare sostanzialmente la propria posizione apparente. Per esempio, apparire, ed essere, azionista di una società quotata, ma non essere esposto all’andamento delle sue azioni, perché se ne sono neutralizzati gli effetti con un derivato; o viceversa.

I derivati, speculativi e non, consentono una dilatazione esponenziale del mercato: una stima del loro ammontare li valuta pari a circa otto volte il PIL mondiale. Da un lato essi danno luogo a mercati molto più liquidi e profondi (la facilità di trovare ogni tipo di controparte è un potente motore di sviluppo), e forniscono strumenti utili agli operatori (il filatore si concentra su ciò che sa fare bene e si sbarazza dei rischi che non sa gestire). Dall’altro, contengono rischi latenti di insolvenza, anche sistemica, e possono diventare strumenti di manipolazione dei prezzi da parte di operatori senza scrupoli, anche perché la maggior parte delle transazioni avviene su mercati non regolati (denominati over the counter).


Diversificazione

di Miro Fiordi
(Presidente di Banca Piccolo Credito Valtellinese)

La definizione di diversificazione di portafoglio è stata introdotta a seguito degli studi sulle attività finanziarie degli anni ’70. La diversificazione prevede che all’interno di un portafoglio di attività finanziarie si possa determinare una riduzione complessiva del rischio rispetto ad un unico profilo di rischio specifico dell’attività finanziaria inserita nel portafoglio stesso. In altre parole il concetto fondamentale della diversificazione impone di non concentrare la ricchezza di un risparmiatore in un’unica attività finanziaria in modo da non esporlo a un evento particolarmente negativo o addirittura estremo come il default.

Il mix delle asset class da introdurre nei portafogli diversificati prende in considerazione sia il settore in cui opera l’emittente (industriale, finanziario, utility, ITC, ecc.), la qualità del management, la durata nel caso delle obbligazioni e il rating (o merito di credito). Nel caso estremo che un'asset class inserita nel portafoglio cada in default, il rischio pesato sul portafoglio diversificato risulta essere contenuto. Massima espressione e impiego delle metodologie di diversificazione di portafoglio sono i fondi comuni d’investimento, ampiamente diffusi tra i risparmiatori. In questo modo i risparmiatori possono scegliere prodotti ad hoc, più o meno diversificati e con un profilo rischio/rendimento il più possibile coerente con le proprie esigenze personali. Per una buona diversificazione è consigliabile rivolgersi a professionisti della consulenza finanziaria, sia in banca che attraverso altri soggetti autorizzati. 


Economia

di Antonio Capitano
(Giornalista de Il Sole 24 Ore)
“Mia madre aveva il senso dell’economia sviluppato fino alla genialità: figuratevi io mi chiamo Gastone. Ebbene lei mi chiamava Tone... per risparmiare il gas...”
Ettore Petrolini

Mi ha sempre colpito un lavoro editoriale di Giorgio Ruffolo semplice e allo stesso tempo completo “Che cos’è l’economia?”. Si tratta di una “lezione” che si sviluppa in tre parti. Nella prima si contempla il modo in cui l’uomo usa le risorse del suo ambiente: il rapporto tra economia, tecnologia, ecologia. Nella seconda si analizza il modo in cui si svolgono gli scambi all’interno dell’economia, in particolare il mercato e il ruolo della moneta. Nella terza si indagano i rapporti tra la potenza del capitalismo e il potere della democrazia. Sostiene l’autore che: “L’economia politica deve poter spiegare qual è il modo in cui le cose possono maggiormente servire per aumentare il benessere, certamente la ricchezza, ma anche la felicità, la felicità che è inscritta non nei libri di economia, ma addirittura in una delle più grandi costituzioni politiche della storia, la costituzione americana: “happiness”, la felicità del popolo. Gli economisti dovrebbero essere coscienti che la ricchezza serve alla felicità, che l’economia serve all’uomo e non è l’uomo a servire l’economia”.

Queste premesse mi sembrano necessarie per parlare della “sconosciuta” economia capace di condizionare però le nostre vite. Ogni giorno siamo tempestati da termini che ormai, nostro malgrado, sono entrati nel linguaggio usuale. Spesso si tratta di concetti di non facile spiegazione anche perché incidono pesantemente sulla vita dei cittadini. L’attuale crisi economica ha causato un crollo delle speranze con i decisori che, sovente, si rifugiano dietro parole incomprensibili con le quali conducono le loro azioni.
In questo quadro, è necessario formare anche i cittadini più giovani al fine di una crescita consapevole di fronte ai nuovi scenari, non proprio confortanti. Significativa, in questo senso, è stata l’iniziativa della Cassa di Risparmio di Fossano, che dal 2000 promuove lezioni di educazione finanziaria nelle scuole per spiegare l’economia ai ragazzi con un volume dedicato agli studenti delle scuole medie: il “Manuale di educazione finanziaria”, redatto dal vulcanico Presidente della banca cuneese, Beppe Ghisolfi.

Lo stesso Ruffolo sostiene che “la crescita dovrebbe basarsi su tre elementi fondamentali. Il primo è l’equilibrio ecologico, ovvero la giusta proporzione tra quantità e qualità delle risorse. Il secondo è quello che chiamo correlazione sociale, e cioè un tipo di società che non sia disgregata negli elementi di egoismo e di aggressività che sono insiti nello sviluppo economico. Il terzo elemento, infine, è quello più importante, quello che io chiamo la trascendenza e cioè: fino a che punto l’economia è un mezzo per realizzare dei fini e di che fini culturali soprattutto ed etici si tratti, e fino a che punto invece è tutta costretta dentro le sue maglie, dentro la sua prigione e nella sua autoreferenza. È stato detto che l’economia è una scienza triste. Ma è una tristezza che non c’entra nulla con l’infelicità. Mio padre diceva spesso: se discuti di economia non dimenticare il problema della fame. L’economia non parla di individui, di storie private. Si aggrappa alle statistiche, al calcolo, alla razionalità. La tristezza è nel cercare a tutti i costi di ridurre l’uomo a un numero. Ma la fame, in qualunque forma si presenti, è di nuovo qui, tra noi. I bisogni primari tornano a essere minacciati”.

C’è stato un grande economista che aveva saputo declinare l’economia in modo concreto: Paolo Sylos Labini. La sua analisi delle classi sociali è l’ultima grande impresa in un’Italia poco studiata. E allora come non pensare ad un maestro di chiarezza con l’attenzione alla conoscenza dell’economia. Quella economia che disconoscerla significa perdere il contatto con la realtà per diventare soggetti passivi, esclusi. “Al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili”. Così parlò Federico Caffè.

Conoscere l’economia permette di non essere numeri, ma persone complete, capaci di resistere ai venti estremi di coloro che non comprendono l’importanza dell’educazione finanziaria.


Economia: come studiarla, dove e per chi

di Domenico Siniscalco
(Legale Rappresentante di Morgan Stanley Bank International)

Capita spesso che amici e conoscenti mi domandino dove investire i propri soldi. Invariabilmente rispondo che la scelta migliore è quella di investire sull’educazione dei propri figli. La domanda successiva è dove mandarli a studiare, e qui la storia si complica.

Sino a pochi anni fa, l’education avveniva quasi esclusivamente nelle aule universitarie, dove maestri più o meno bravi insegnavano contenuti, normalmente all’interno di precisi perimetri disciplinari. Lo studio, sui libri in biblioteca, e le discussioni con i compagni completavano il percorso. Oggi, grazie alle nuove tecnologie, i luoghi dell’apprendimento sono molto cambiati. I contenuti si trovano tutti e al massimo livello on-line. Sarà sempre più vero che le lezioni dei migliori professori saranno disponibili per tutti. In biblioteca si va raramente, perché tutti i testi ormai si trovano su internet. Si studia ovunque. Mentre in aula questi contenuti vengono soltanto discussi criticamente con i professori e con i compagni.

Una visione superficiale di questi cambiamenti potrebbe far pensare che, a questo punto, i grandi professori diventano superflui. Questa conclusione è sbagliatissima e ignora la distinzione tra informazione e conoscenza. Per essere un medico non basta comprare un’enciclopedia medica. Bisogna studiarla, capirla e provare ad applicarla. E questa analogia si applica a ogni disciplina, a partire dalle materie economiche.
Qual è il ruolo, allora, di una grande scuola e di un grande professore? Spiegare cosa leggere e come studiare; insegnare a navigare la letteratura; stabilire le connessioni tra materie e soggetti, e indicare le implicazioni con il mondo reale. È sempre stato così, ma con l’aumentato flusso di informazioni e contenuti questo ruolo è sempre più fondamentale. La conoscenza, si è detto, procede per polarità e per analogia, per paralleli e contrari. E nulla è mai troppo evidente. Per questo l’idea stessa di università è fondamentale, e per questo i grandi studiosi escono prevalentemente da grandi Università, vere proprie officine di talent e occasioni di contaminazioni tra saperi.

Quanto detto sin qui si applica particolarmente allo studio dell’economia. Negli ultimi quarant’anni l’economia politica ha subito un processo di fortissima specializzazione e assiomatizzazione. Un argomento economico non deducibile da principi primi (razionalità e massimizzazione) e non traducibile in forma matematica non ha più dignità scientifica. E se realtà e modelli divergono, peggio per la realtà.

Si è cosi dimenticato che l’economia è una scienza sociale, che la realtà è in perenne evoluzione e l’economia, con le sue formalità, non può diventare una camicia di forza. In parallelo l’economia politica è stata via via abbandonata a vantaggio di una scienza economica tout court. E in questo modo essa ha peso di rilevanza politica, giornalistica, e nella vita reale.
Il primo sintomo di queste deviazioni è stata la teoria della crescita economica: da grande problema degli economisti classici, essa è stata relegata ad argomento marginale, essenzialmente per le difficoltà di spiegarla entro gli schemi analitici dominanti tagliati su misura per i problemi allocativi. Ma ci è voluta la grande crisi del 2007 per conclamare la sterilità dei paradigmi dominanti.
La grande crisi da cui stiamo uscendo è sicuramente la più grave ed estesa da quella del 1929. Iniziata nell’agosto del 2007 essa ha devastato il sistema finanziario e le economie reali con pesanti ripercussioni sul lavoro e sulla ricchezza. Se vi è stato un limite efficace alla capitolazione dei mercati, questo è venuto dalle Banche Centrali, che hanno affrontato pragmaticamente la crisi sulla base dell’esperienza degli anni Trenta, trascurando i risultati teorici dell’ortodossia monetarista. Grazie alle politiche monetarie “non convenzionali”, la grande crisi non si è trasformata in grande depressione.
Di fronte a questi fenomeni, gli economisti (con pochissime eccezioni) non hanno visto l’arrivo della crisi e non hanno prodotto risposte in grado di affrontare la crisi. E ci è voluta la Regina Elisabetta per domandare, provocatoriamente, a una riunione di economisti alla London School of Economics nel 2008, come mai nessuno avesse visto l’arrivo del disastro.

Da allora, naturalmente, il quadro è cambiato e le più grandi Università del mondo stanno abbandonando l’iper-specializzazione nella ricerca e soprattutto nell’insegnamento, a vantaggio di programmi misti e multidisciplinari.
Così a Oxford è nato il PPE (Filosofia, Politica e Economia), a Cambridge un analogo programma di Scienze sociali, a Harvard si studia di nuovo Economia Politica, o Economia e Governo, mentre Stanford è il regno dei programmi congiunti (tecnologia e media, tecnologia ed economia, tecnologia e design), alla Bocconi si studiano in unico corso discipline economiche e sociali e così via. In ciascuno di questi programmi grandi professori e grandi testimonial, come Steve Jobs a Stanford, o Mark Zuckerberg a Harvard hanno presentato punti di vista unici, che per fortuna ritroviamo oggi facilmente su You Tube.

Superando per un attimo la logica delle carriere accademiche, che seguono spesso sentieri propri, vorrei parlare ora a chi si attrezza per il mondo del lavoro. In questo mondo la battaglia tra imprese, banche e operatori di ogni genere per accaparrarsi i migliori talenti sarà sempre più accesa. E tutti cercheranno diversità di ogni tipo.

Chi sceglie oggi un’Università deve tener conto che le incertezze e le disruption del futuro richiederanno preparazioni multiple e spesso non convenzionali. Che una buona Business School è spesso meglio di un corso in economia. Che un anno passato nella Silicon Valley oppure in Cina sarà probabilmente meglio di una sfilza di 30 e lode nell’Università sotto casa, non importa quanto buona. Il che non significa rinunciare al rigore in quello che si studia, ma mantenere la mente aperta e la curiosità assai viva per paralleli e connessioni non immediatamente intuitive. Investire su sé stessi.

Nel mondo d’oggi ha senso assicurarsi contro i cambiamenti con una preparazione che consenta di reinventarsi, tenendo conto che “il futuro non è più quello di una volta”. E conta, naturalmente, un po’ di fortuna.

Le grandi Università tipicamente sono molto selettive nelle ammissioni, si tratti di Business School o di scuole di economia. Operata una scelta occorre scrivere una domanda molto persuasiva, che mostri determinazione, convinzione e originalità. Occorre scegliere atenei ortodossi e anche meno convenzionali. E sperare di riuscire a segnalarsi in modo ideale.


Educazione Finanziaria

di Angelo De Mattia
(Editorialista di Milano Finanza)

È stato necessario molto tempo perché, con l’azione di pochissimi soggetti pubblici e privati, si prendesse finalmente coscienza del livello pericolosamente basso dell’alfabetizzazione finanziaria in Italia.
La Banca d’Italia si è impegnata molto nella conoscenza della situazione e in proposte e iniziative per migliorare il livello di questa specifica educazione. L’ABI ha costituito una fondazione ad hoc; altre banche, in autonomia, hanno promosso specifiche iniziative. Chi, comunque, ha fatto da vero e proprio battistrada in questo campo, partendo dal presupposto che un’opera educativa deve essere svolta, soprattutto in queste materie, sin dai banchi delle scuole elementari, è Beppe Ghisolfi. Egli, al di là dei compiti rivenienti dalla carica di Vice Presidente dell’ABI, si dimostra instancabile, anche a titolo personale, nell’intervenire nelle scuole in diverse aree del Paese, a cominciare dalla sua Fossano, per instaurare, nelle forme didattiche più avanzate, un dialogo con gli alunni per far loro recepire non solo i rudimenti dell’operatività delle banche e delle norme che la regolano, ma anche per stimolare la loro curiosità, invogliarli a porre e a porsi dei quesiti, istradarli a non fermarsi alle nozioni acquisite. Un’opera pionieristica.
L’Italia, per il grado di diffusione e di recepimento dell’educazione finanziaria, occupa i posti bassi delle graduatorie internazionali. Questa inadeguatezza concorre a indebolire la posizione dell’utente bancario che, nei rapporti con la banca, parte comunque come contraente debole. Conoscere la nomenclatura bancaria, le principali operazioni, i rischi che si affrontano, insomma sapere fare un uso consapevole dei propri risparmi o chiedere un prestito per un progetto ben strutturato e con ritorni non illusori è fondamentale.
Ovviamente, vigono poi le norme primarie, che gli istituti devono osservare, per la trasparenza, la correttezza e la diligenza nei rapporti con la clientela. E la scarsa preparazione del cliente mai potrà essere un’attenuante della “mala gestio” o di illeciti compiuti da una banca. Non si esagera se si afferma che occorra sviluppare un’azione per l’educazione in questione che abbia molti caratteri simili a quelli dell’azione compiuta (e anche in corso) contro l’analfabetismo. Iniziative del genere dovranno riguardare non solo i ragazzi in età scolare – e, qui, il raffronto con i programmi di educazione civica, a suo tempo promossi, è spontaneo – ma anche gli adulti. Questa materia dovrebbe rientrare nei programmi scolastici obbligatori sin dalle elementari.

Di recente, è stato costituito presso il Tesoro un Comitato con lo scopo di presiedere alla diffusione dell’educazione finanziaria, anche raccordando le diverse iniziative per potenziarne gli effetti. La carta stampata, i mezzi di comunicazione di massa in genere dovrebbero essere massimamente utilizzati per far crescere le conoscenze e la cultura in questo campo. Non ci si deve fermare al pur importante momento delle nozioni; occorre andare oltre perché il cittadino sia invogliato a curare autonomamente lo sviluppo delle conoscenze acquisite. Non basta di certo il “caveat emptor”, ma la consapevolezza di questi è cruciale. A ben vedere, evocando il “conoscere per deliberare”, la promozione dell’educazione finanziaria è un’iniziativa fondamentale in un assetto democratico perché i soggetti delle relazioni economiche, finanziarie, sociali dispongano paritariamente degli elementi per affrontarle in piena consapevolezza.


Educazione finanziaria in carcere

di Concetta Stuccilli
(Funzionario giuridico pedagogico, esperto in scienze criminologiche per il Ministero della Giustizia Carcere di reclusione San Michele Alessandria)

La legge italiana prevede che la pena non sia punitiva né afflittiva, ma rieducativa e tendere al reinserimento sociale della persona detenuta. Per fare questo tutti gli operatori penitenziari sono tenuti a collaborare per la riuscita del cosiddetto “Trattamento Rieducativo”.
Per operatori penitenziari si intendono strettamente, il Direttore, i Funzionari giuridico-pedagogici, il Comandante e tutti gli Agenti di Polizia Penitenziaria, i quali per il complesso lavoro che svolgono, spesso cooperano con altri soggetti esterni agli Istituti di pena (volontari, cooperative, associazioni culturali, ecc.) creando le basi per una apertura di un sistema tendenzialmente chiuso, qual è il carcere.

Ogni anno, in ciascun carcere, viene stilato un Progetto di Istituto, che contiene un’ampia offerta formativa e progettuale, che prevede anche la possibilità, di fare affacciare alla realtà carceraria altre figure professionali che credono nel recupero di “chi sbaglia”. Ecco come il Prof. Beppe Ghisolfi è entrato per una mattina nelle vite degli studenti della Scuola Superiore per Geometri dell’Istituto di pena San Michele di Alessandria. L’incontro di “Educazione Finanziaria” avvenuto nell’anno 2015, grazie all’impegno nelle scuole, del Prof. Beppe Ghisolfi, si è inserito nel piano di recupero, che l’Amministrazione penitenziaria cerca di realizzare ogni giorno.

Che il Prof. Beppe Ghisolfi abbia parlato di economia, risparmio, banca, è fuori dubbio, ma in carcere si sa, si è immersi in un mondo in cui le realtà di vita sono segnate dal disagio, dalla povertà e da errori, ecco che il dialogo si è trasformato in una curiosità più grande: “Come si fa a diventare come il prof. Ghisolfi?” Che vita ha fatto? L’incontro con il Professore è stato definito dai ragazzi “la più bella lezione di vita mai assistita”. La sorpresa più grande è stata quella di vedere sul volto di alcuni detenuti, paradossalmente condannati per reati contro il patrimonio, interesse per una persona che a loro contrario, interpreta il danaro come strumento al servizio del bene comune e dell’economia dello Stato. I detenuti sono rimasti affascinati da un uomo, che parlando di fisco e debito pubblico è riuscito anche a donare stralci della propria vita e di educazione familiare ricevuta “una persona da prendere come esempio magari io non avrò questa fortuna dottoressa ma mio figlio spero di sì”.
Ecco come, un qualsiasi argomento, se affrontato da figure carismatiche come Beppe Ghisolfi può offrire opportunità di riflessione in un contesto dove è di obbligo meditare sulle azioni della propria vita. Un cambiamento positivo passa anche da esperienze di vita altrui, dall’ascolto di chi può donare insegnamenti, un’impresa ardua sicuramente, ma sentir dire che ci si augura che i propri figli imitino qualcuno che li ha voluti incontrare in carcere, è per noi educatori penitenziari un obiettivo raggiunto. Soprattutto quando il sogno di una vita migliore viene anelato da coloro che pagano per i disvalori appresi “forse solo per sfortuna”.


Einaudi: liberale, economista, europeista

di Aldo A. Mola
(Storico)

NEL 70° DEL SUO INSEDIAMENTO ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA
L’Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella su Einaudi a Dogliani (12 maggio 2018)

Il 12 maggio 2018 il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha rievocato Luigi Einaudi nel 70° del suo insediamento alla Presidenza della Repubblica italiana, visitandone i luoghi memoriali: la tomba nel cimitero di Carrù (Cuneo) e la villa in Dogliani, dalla celebre biblioteca, ove è stato accolto dai famigliari dell’insigne Statista, guidati dal nipote architetto Roberto Einaudi.

Nella sala del consiglio municipale di Dogliani, dopo il denso profilo culturale tracciatone da Massimo L. Salvadori, il Presidente Mattarella ha rievocato alcuni aspetti fondamentali del ruolo svolto dal suo predecessore, al quale toccò, con Alcide De Gasperi, “il compito di definire la grammatica della democrazia italiana appena nata”. Accolta in spirito di servizio la proposta di elezione alla suprema carica dello Stato, recatagli da Giulio Andreotti su incarico di De Gasperi (in alternativa a quella di Carlo Sforza e in contrapposizione a Vittorio Emanuele Orlando, sostenuto dalle sinistre), pur privilegiando l’esercizio della “moral suasion” anche con lettere private, Einaudi unì discrezione e fermezza nella rivendicazione delle prerogative di Presidente, “a partire dall’esercizio del potere previsto dall’art.87 della Costituzione, che regola la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa”. Rinviò al Parlamento due leggi “perché – ha ricordato il Presidente Mattarella – comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell’art. 81 della Costituzione”. Erano somme modeste, ma contava il principio.
Suscitando la composta approvazione dei presenti, il Presidente Mattarella ha altresì ricordato che dopo le elezioni del 1953 per la designazione del nuovo presidente del Consiglio in successione a De Gasperi Einaudi non accolse l’indicazione della Democrazia Cristiana, all’epoca partito di maggioranza, ma designò Giuseppe Pella, già apprezzato ministro del Tesoro, che guidò il governo tripartito (DC, Partito repubblicano, partito socialista democratico), con Mario Scelba all’Interno.

Per chiarezza e a futura memoria, il 12 gennaio 1954 Einaudi lesse ad Aldo Moro e a Stanislao Ceschi, presidenti dei gruppi parlamentari democristiani, la “nota verbale” sulla corretta interpretazione dell’art. 92 della Carta (“Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio”), motivata dal “dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. È un dovere anche oggi incombente.
Ampio consenso tra i presenti, come poi nei “media”, ebbero altri passi dell’intervento del Presidente Mattarella su molti aspetti del magistero einaudiano, “influenzato dalla tradizione del cattolicesimo liberale e, in qualche modo, dalla sua piemontesità, dalla radice risorgimentale che diviene dimensione intellettuale e senso della appartenenza alla terra di origine”. Di lì la sua avversione all’ “assemblearismo” (“il governo di assemblea vuol dire tirannia del gruppo di maggioranza” scrisse Einaudi) e al “mandato imperativo” (escluso dall’art. 67 della Costituzione), nonché la ferma rivendicazione della libertà, quale fondamento dello Stato.
“Esponente della cultura antifascista – ha detto il Presidente Mattarella a Dogliani – firmatario del Manifesto promosso da Benedetto Croce, senatore del Regno, Einaudi non mancò mai alle sedute in cui manifestare dissenso a provvedimenti liberticidi, come nel 1928, quando venne approvata la riforma elettorale che introduceva la lista unica dei candidati approvata dal Gran Consiglio del fascismo, o su provvedimenti contro l’umanità, come le leggi razziali del dicembre 1938”. Fu “un patriota, consapevole di contribuire, con la sua testimonianza, lui, di orientamento monarchico, al consolidamento della Repubblica democratica”.

Un passo dell’intervento presidenziale rimarrà memorabile perché, attraverso le parole di Einaudi il Capo dello Stato ha fatto intendere la propria missione. Riferendosi all’intervento di Vittorio Emanuele III per portare l’Italia al di fuori della catastrofe nell’estate 1943, Einaudi osservò che la prerogativa sovrana “può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé non sono capaci di affrontare o per stabilire l’osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza anche se ossequiata nell’apparenza”. Contrariamente a quanto molti hanno scritto, per Einaudi l’Italia del Ventennio non fu “diarchia”. Nell’ora decisiva, il 25 luglio 1943, il Re esercitò i poteri statutari revocando Benito Mussolini da capo del governo. Fu l’inizio di un nuovo corso storico.

Un profilo dello Statista
Luigi Einaudi (Carrù, CN, 24 marzo 1874 - Roma, 30 ottobre 1961) fu eletto primo Presidente effettivo della Repubblica Italiana al quarto scrutinio l’11 maggio 1948, con 518 suffragi su 871 votanti. Liberale, monarchico e piemontese prevalse sul siciliano Vittorio Emanuele Orlando, parimenti liberale, monarchico, “presidente della Vittoria”.

Einaudi non aveva studiato da capo dello Stato. Aveva studiato. Perso a dodici anni il padre (esattore delle imposte, recandole nottetempo in calesse dalle Langhe a Cuneo in certi tratti armava la rivoltella) crebbe in casa dello zio, Francesco Fracchia, notaio a Dogliani. Nel 1922 ne raccolse e pubblicò gli Appunti per la storia politica ed amministrativa di Dogliani.
Allievo nel collegio dei Padri Scolopi a Savona, nel 1888 fu proclamato “Principe dell’Accademia” su indicazione del geografo Arcangelo Ghisleri. Einaudi fu cattolico praticante, ma senza ostentazione e rispettoso di altre confessioni. Per capirne le radici bisogna visitarne le terre d’origine, le stesse di Giovanni Giolitti e di Marcello Soleri, come ha narrato suo nipote Roberto, architetto e già Presidente della Fondazione Luigi Einaudi di Roma. Il suo mondo era ispirato dai principi all’epoca comuni non solo alla classe dirigente diffusa ma tra tutte le persone perbene, anche umili genere natae. I loro motti erano “aiuta te stesso”, “volere è potere”, come insegnò il grande naturalista Michele Lessona, intrinseco di Giovanni Giolitti.

Laureato in giurisprudenza a Torino appena ventenne, dopo un breve impiego alla Cassa di Risparmio di Torino Einaudi iniziò a scrivere per “La Stampa” di Torino già nel 1896, fu professore all’Istituto Tecnico “Franco Andrea Bonelli” di Cuneo e al “Germano Sommeiller” di Torino. Divenne “il maggiore economista liberale del Novecento” a giudizio di Francesco Forte, docente nella sua stessa cattedra di Scienze delle Finanze. Aveva già alle spalle opere prestigiose, come “Un principe mercante”. Studi sull’espansione coloniale italiana, sulla finanza nello Stato sabaudo e sulle imposte.

A lungo collaboratore della rivista “Critica sociale” di Filippo Turati e di Claudio Treves, crebbe nel laboratorio della “Riforma sociale” promossa dal pugliese Salvatore Cognetti de’ Martiis, la cui direzione assunse nel 1908. Collaboratore dal 1903 del quotidiano milanese “Corriere della Sera” diretto da Luigi Albertini e dal 1922 dell’ “Economist”, Einaudi polemizzò aspramente contro i “trivellatori dello Stato” e rimproverò a Giolitti, massimo statista della Nuova Italia, di utilizzare il potere per mediare tra le parti sociali e garantire una costosa “stabilità di governo” a beneficio di troppi “clienti” e di opportunisti. Docente straordinario di scienza delle finanze a Pisa nel 1902, lo stesso anno fu chiamato dall’Università di Torino, ove ebbe la cattedra ad vitam.

Credeva nella “bellezza della lotta”, cui intitolò un saggio nel 1923. Interventista nel 1914-1915, il 6 ottobre 1919 fu nominato senatore da Vittorio Emanuele III su proposta del Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Rievocò le sue esperienze alla Camera Alta in un saggio del 1956 pubblicato nella “Nuova Antologia”.
Nel 1922 appoggiò il governo di coalizione nazionale presieduto da Benito Mussolini, che ventilò il proposito di averlo Ministro delle Finanze affinché potesse attuare i suoi insegnamenti: ridurre drasticamente la spesa pubblica “clientelare”, ripristinare il prestigio dello Stato, assicurare i servizi, azzerare mafie, camorre e tagliare le unghie agli opposti corporativismi: imprenditori “pescicani” e sindacati parassitari.

Rimasto escluso dall’esecutivo ne vegliò la condotta dalle colonne dell’“Economist” e del “Corriere”. Al fervore scientifico unì la passione civile per le libertà. Già direttore dell’ Istituto di Economia “Ettore Bocconi” di Milano, pubblicò una raccolta di saggi per il giovane editore torinese Piero Gobetti, strenuo oppositore e vittima del regime incipiente.

All’indomani dell’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) per mano di una squadraccia fascista, Einaudi deplorò pubblicamente “il silenzio degli industriali”. L’anno seguente aderì al “Manifesto” degli intellettuali antifascisti scritto da Benedetto Croce. Le sue opere erano ormai ben note anche oltre Atlantico. Come Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati, nel 1918 aveva giustapposto al sogno della Società delle Nazioni la più realistica e urgente Federazione europea per scongiurare che dal collasso degli imperi nascessero devastanti nazionalismi. Tornò da altro versante a scriverne in “Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello di liberalismo”, in controcanto con il “giolittiano” Benedetto Croce, autore della Storia d’Italia (1928). Sarebbe però errato ritenere che Einaudi fosse un “liberista assoluto”. Tra le sue massime spicca “l’uomo libero vuole che lo Stato intervenga”.

Il suo era “liberalismo senza aggettivi”. Come ha ricordato Tito Lucrezio Rizzo nel suo profilo biografico, Einaudi ammonì: “la scienza economica è subordinata alla legge morale”. Di vasto respiro e profondità documentaria e critica spiccano due sue opere degli Anni Trenta: “La condotta economica e gli effetti sociali della guerra” (1933), scritta quindici anni dopo la fine della Grande Guerra, e “Teoria della moneta immaginaria nel tempo da Carlomagno alla rivoluzione francese” (1936).

Dopo l’arresto e la breve detenzione dei figli Giulio e Roberto (il terzo, Mario, era migrato negli Stati Uniti d’America) e la forzata chiusura della “Riforma sociale”, Einaudi fondò la dotta e prestigiosa “Rivista di storia economica”, pubblicata dalla casa editrice di suo figlio Giulio e protratta sino al 1943. Nel 1938 fu tra i dieci senatori che votarono contro la legge “per la difesa della stirpe” e si pronunciò contro l’antisemitismo e l’incipiente vassallaggio ideologico-diplomatico-militare del governo Mussolini nei confronti della Germania di Adolf Hitler. Tenuto, come tutti i pubblici dipendenti, a dichiarare la propria “stirpe” egli rispose che la sua gente era da sempre “ligure” con apporti di altre genti nel corso del tempo.

Dopo molte edizioni dei fondamentali “Principii di scienza della finanza”, condensò decenni di studi in “Miti e paradossi della giustizia tributaria” (1938). Come ha scritto Ruggiero Romano, egli fu “il più grande demitizzatore” italiano del Novecento, non solo su teorie e pregiudizi economicistici, ma con riferimento alla vita sociale: abolizione delle “maiuscole”, dei “titoli” vanesii, dei formalismi pomposi ostentati per celare il vuoto.

Al crollo del regime mussoliniano (25 luglio 1943) Einaudi fu nominato rettore dell’Università di Torino, mentre Filippo Burzio assunse la direzione della “Stampa”. Con la proclamazione della resa senza condizioni (8 settembre 1943), quando l’Italia rimase “divisa in due” (formula poi usata da Croce) e le regioni centro-settentrionali vennero rapidamente occupate dai tedeschi, appreso di essere ricercato egli riparò in Svizzera. Collaborò a “L’Italia e il Secondo Risorgimento” (Lugano) e vi pubblicò, tra altro, “I problemi economici della Federazione europea”.

Sulla fine dell’anno seguente fu chiamato a Roma dagli Alleati e dal governo presieduto da Ivanoe Bonomi e, d’intesa con il ministro del Tesoro Marcello Soleri, il 4 gennaio 1945 fu nominato governatore della Banca d’Italia in successione a Vincenzo Azzolini, arrestato per presunta collusione con gli occupanti germanici in danno della Banca stessa. Quale direttore generale volle a fianco Donato Menichella, che non conosceva di persona ma la cui formidabile competenza sulle relazioni tra banca e industria molto apprezzava. Lo attese un compito immane. Aveva pubblicato “Lineamenti di una politica economica liberale”. Il governo era sotto tutela della Commissione Alleata di Controllo. L’amministrazione locale era a sua volta subordinata ai governatori militari. L’Italia meridionale era inondata dalle Am-Lire. La moneta circolante era quasi venti volte superiore a quella d’anteguerra. L’inflazione galoppava. Il prodotto interno in molte regioni era dimezzato. In tante plaghe la popolazione era alla fame. I sei partiti rappresentati nel Comitato Centrale di Liberazione Nazionale3 e nel consiglio dei ministri erano divisi, nell’immediato e nelle prospettive ultime.

Il capo del governo, Pietro Badoglio, aveva sciolto la Camera dei fasci e delle corporazioni, paralizzando il Parlamento, bicamerale; l’alto commissario per l’epurazione aveva privato quasi tutti i senatori del rango e dei diritti politici e civili. Il governatore dovette quindi valersi di cariche e di poteri ulteriori a sostegno dalla propria opera.

Nominato membro della Consulta Nazionale che preparò la Costituente, Einaudi fu eletto alla Assemblea Costituente (2-3 giugno 1946) tra i deputati del Partito liberale italiano. Nel 1947, dopo il viaggio negli Stati Unitid’America, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi (della Democrazia Cristiana) lo volle Vicepresidente e Ministro del Bilancio. Con apposito decreto fu confermato Governatore della Banca d’Italia e poté tessere la tela quotidiana della Ricostruzione.
Consapevole delle drammatiche difficoltà nelle quali versava il Paese, anziché vagheggiare progetti tanto vasti quanto inattuabili, puntò realisticamente a interventi “a pezzi e bocconi”, come narrato dal suo fido segretario particolare, Antonio d’Aroma. Doveva ristrutturare un edificio occupato da persone che non potevano esserne allontanate, la “romana burocrazia nostra sovrana”.

Per attuare il risanamento monetario a suo avviso non esistevano “mezzi taumaturgici”. Dopo il prestito nazionale promosso da Marcello Soleri, che gli dedicò gli ultimi febbricitanti mesi di vita con patriottismo esemplare, Einaudi lasciò che il tempo facesse tramontare propositi inattuabili, quali il “cambio della lira”, che avrebbe provocato la fuga dei pochi capitali disponibili e scoraggiato investimenti dall’estero. Come da lui previsto, in un paio d’anni le speculazioni si esaurirono e l’inflazione si ridusse a indici accettabili, con la ripresa della produzione e del mercato, favorita dai giganteschi prestiti senza oneri da parte degli USA nell’ambito del Piano Marshall. Contrario a imposte straordinarie e contrarissimo a tasse patrimoniali che avrebbero colpito media e piccola proprietà (se ne era occupato sin dal magistrale saggio del 1920 su “Il problema delle abitazioni”), Einaudi mirò alla riesumazione della classe media, della scuola (pubblica o privata, purché seria, formativa, rigorosa), alla valorizzazione di quanti servivano lo Stato con dedizione alimentata dal ricordo delle tante sofferenze vissute nelle due guerre e a prezzo di tante vite. Monarchico libero da feticismi, poté presto salutare il plebiscito del “quarto partito”: i risparmiatori, spina dorsale della Nuova Italia. Nella sua immane opera ebbe collaboratori il biellese Giuseppe Pella, futuro Presidente del Consiglio, e l’insigne economista Gustavo Del Vecchio.

Alla Costituente pronunciò discorsi appassionati e taglienti. Componente della Commissione dei Settantacinque che, presieduta da Meuccio Ruini, redasse la bozza della Carta, ottenne l’approvazione dell’articolo 81, che recita: “Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”. Nominato membro di diritto del Senato della Repubblica (22 aprile), all’indomani delle elezioni, prese parte all’inaugurazione della prima legislatura, chiamata a eleggere il Capo dello Stato.
Alle 6 del mattino dell’11 maggio 1948 Giulio Andreotti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio andò a informarlo che al quarto scrutinio De Gasperi lo avrebbe fatto votare Presidente della Repubblica per superare lo stallo sul nome di Carlo Sforza, già in tre votazioni sostenuto dalla Democrazia Cristiana senza successo. Il settantaduenne statista non gli ricordò di aver votato monarchia; lo aveva fatto anche Andreotti. Osservò invece che, claudicante e minuto qual era, avrebbe dovuto sfilare dinnanzi ai corazzieri. Fu eletto e nessuno trovò alcunché da obiettare. I corazzieri non avevano dimenticato Vittorio Emanuele III...
Capo dello Stato, Einaudi lasciò memoria del suo operoso settennato in “Lo scrittoio del Presidente” e “Prediche inutili”. Continuò a studiare, a pubblicare e a promuovere ricerche per unire gli italiani, come poi fece negli anni seguenti, restituito alla cattedra universitaria con speciale decreto. Improntò l’esercizio del suo ruolo alla discrezione, al rigore, alla continuità. Lo si vide con l’istituzione del Segretariato Generale, nel solco del Ministero della Real Casa: nulla di enfatico, tutto volto al pratico, con la misura della austerità. All’inizio del 1945 aveva tracciato le linee del nuovo liberalismo: “quando al figlio del povero saranno offerte le medesime opportunità di studio e di educazione che sono possedute dal figlio del ricco; quando i figli del ricco saranno costretti dall’imposta a lavorare; se vorranno conservare la fortuna ereditata; quando siano soppressi i guadagni privilegiati derivanti da monopolio, e siano serbati e onorati i redditi ottenuti in libera concorrenza con la gente nuova, e la gente nuova sia tratta anche dalle file degli operai e dei contadini, oltre che dal medio ceto; quando il medio ceto comprenda la più parte degli uomini viventi, noi non avremo una società di uguali, no, che sarebbe una società di morti, ma avremo una società di uomini liberi”.

Qual è l’eredità di Einaudi?
Quando sentiva (talora anche da persone vicine) vagheggiare di ideologie “sovietiche” neppure rispondeva: batteva il bastone per terra per dire che era impossibile dialogare. Anch’egli auspicò riforme mai attuate, a cominciare dall’abolizione del valore legale dei titoli di studio. Avversò strenuamente il mito dello “stato sovrano”, anche con pagine pubblicate nella “Piccola antologia federalista”, comprendente scritti di Jean Monnet, Denis de Rougemont e di altri.
Cultore profondo del “senso dello stato” che, spiegò Benedetto Croce, Ministro dell’Istruzione nel V governo presieduto da Giolitti (1920-1921), non è solo “liberismo”, è “liberalismo”, Einaudi ne indicò i fondamenti nella tradizione civile sorta dalla cultura classica e dall’illuminismo, alla cui riscoperta critica si dedicarono egli stesso, bibliofilo appassionato, e Franco Venturi. Da presidente della Associazione de piemontesi a Roma nel 1961 promosse i due poderosi volumi “Storia del Piemonte” (ed. Casanova). Alla rievocazione del passato quale alimento irrinunciabile per la costruzione della nuova Europa dedicò saggi memorabili, quali “Andiamo in Piemonte!” (pubblicato nel 1949 da “Il Ponte”, diretto da Piero Calamandrei) e “Piccolo mondo antico”, affidato a “Nuova Antologia”, la rivista che lo ebbe collaboratore sin dal 1900 e nella quale raccolse le finissime riflessioni “Di alcune usanze non protocollari attinenti alla Presidenza della Repubblica” (agosto 1956).

Quali pionieri e numi tutelari del federalismo europeo vengono solitamente citati Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, autore del piano che dette vita alla Comunità europea del carbone dell’acciaio. Tra i profeti e artefici della Nuova Europa va però posto e ricordato in primo luogo proprio Luigi Einaudi, capace di conciliare concretezza e profezia, sulla base irrinunciabile dello studio storico e della scienza delle finanze e dell’economia politica, senza la quale la politica economica è vaniloquio.


Esponente aziendale

di Alberto Rizzo
(Avvocato cassazionista, Consigliere della BCC di Cherasco)

Si tratta della persona fisica che ricopre, nell’ambito di enti creditizi, ovvero holding di controllo, cariche nei relativi organi amministrativi: Presidenti, Vice Presidenti, Amministratori Delegati, componenti dei Consigli di Amministrazione e dei Comitati Esecutivi, Direttori Generali.
La disciplina degli “esponenti aziendali” è contenuta nell’art. 26 del Testo Unico Bancario (T.U.B.), il cui disposto normativo (novellato, da ultimo, dal D.Lgs. n. 72 del 12 maggio 2015) altro non rappresenta che il risultato di una complessa piattaforma creata dagli attori comunitari – in sinergia con quelli nazionali – con l’intento, tra i molti, di prevenire crisi finanziarie, quali quella scatenatasi a partire dall’anno 2008, il cui impatto ha avuto rilevantissimi effetti sull’intero sistema bancario internazionale. Per l’art. 26, i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione o controllo presso Banche devono possedere requisiti di professionalità e di onorabilità, stabiliti con Regolamento del Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica adottato, sentita la Banca d’Italia, ai sensi dell’art. 17, comma 3, della L. 23.08.1988 n. 400.

L’ultima crisi, iniziata dieci anni orsono, metteva in luce numerose lacune e criticità nella pur corposa regolamentazione di settore già esistente, la quale si rivelava inidonea a garantire la stabilità del sistema bancario e finanziario.
Per tale ragione, nel corso degli anni a seguire, si assisteva ad un’intensa produzione normativa, in primis a livello sovranazionale. Tale evoluzione era connotata da progressive proposte e progetti per l’adozione di nuove regole che ambivano sia a rispondere alle criticità manifestatesi, sia a garantire una sana e prudente gestione del governo societario.
Tra i vari ambiti su cui si focalizzava l’opera di riforma, l’European Banking Authority (E.B.A.) e la Banca d’Italia insistevano proprio sui requisiti di idoneità dei componenti degli organi sociali delle Banche, attesa la necessità di rafforzare il contenuto delle disposizioni interne in materia di governo societario.
Alla luce degli studi sviluppatisi intorno ai fattori che hanno concorso a determinare la crisi, il Legislatore Europeo emanava la Direttiva 2013/36/UE (c.d. “CRD IV”) rafforzando, all’interno della cornice normativa continentale, regole volte a potenziare la materia della corporate governance bancaria tra cui, per quanto qui rileva, la disposizione dell’art. 91, che richiede ai membri dell’organo amministrativo elevati standard di idoneità, a garanzia di un corretto e prudente esercizio dei loro incarichi (il citato articolo della CRD IV fa riferimento, in particolare, ai “requisiti di onorabilità”, nonché alle “conoscenze, competenze e l’esperienza necessarie per l’esercizio delle funzioni”). La direttiva CRD IV, recepita a livello nazionale con il D.Lgs. 12 maggio 2015 n. 72 – provvedimento in virtù del quale sono stati rafforzati i requisiti di idoneità degli esponenti aziendali di cui all’art. 26 del T.U.B. – non fornisce tuttavia alcuna indicazione dettagliata in merito ai diversi criteri di valutazione dei richiamati requisiti; sicché, sul punto, intervenivano necessariamente autorità di nota rilevanza nello scenario comunitario, quali l’E.B.A., l’European Securities and Markets Authority (E.S.M.A.), nonché la BCE, che elaboravano preziose linee guida in merito alla valutazione di idoneità dei membri degli organi amministrativi delle Banche, fornendo una prima declinazione dei requisiti contemplati dalla CRD IV.

I criteri forniti dalle Autorità Europee erano successivamente mutuati (seppur con alcune differenze imposte, in particolar modo, dal diverso ambito di applicazione delle disposizioni in oggetto) dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (di seguito MEF), nello Schema di Decreto recante il Regolamento in materia di requisiti e criteri di idoneità allo svolgimento dell’incarico degli esponenti aziendali. Invero, le disposizioni del MEF, volte a rafforzare significativamente gli standard di idoneità degli esponenti bancari italiani, venivano elaborate appena dopo l’entrata in vigore delle Linee Guida della BCE, perché potessero coordinarsi ed integrarsi al meglio.

Il D.Lgs. del 12 maggio 2015 n. 72 (in vigore dal 27 giugno 2015), di recepimento della Direttiva CRD IV, introduce numerose modifiche al T.U.B., tra le quali preme evidenziare proprio la complessiva riforma dei requisiti degli esponenti aziendali bancari.
Prevede il testo vigente del novellato art. 26 del T.U.B. che:

  • “i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso Banche devono essere idonei allo svolgimento dell’incarico” (comma I); 
  • “ai fini del comma primo, gli esponenti devono possedere requisiti di professionalità, onorabilità e indipendenza, soddisfare criteri di competenza e correttezza, dedicare il tempo necessario all’efficace espletamento dell’incarico, in modo da garantire la sana e prudente gestione della banca” (comma II); 
  • “gli organi di amministrazione e controllo delle banche devono valutare l’idoneità dei propri componenti e l’adeguatezza complessiva dell’organo, documentando il processo di analisi e motivando opportunatamente l’esito della valutazione” (comma V).

In riferimento a tali statuizioni, il MEF, investito del compito di individuare i requisiti di idoneità di cui al comma secondo del predetto articolo, elaborava, dunque, una bozza di Regolamento che rafforza significativamente gli standard di idoneità degli esponenti, in parte elevando i requisiti già previsti dalla disciplina previgente (requisiti di onorabilità e professionalità), ed in parte introducendo profili del tutto nuovi rispetto al D.M. 18 marzo 1998, n. 161 (decreto attuativo del dettato normativo di cui all’art. 26 del T.U.B. previgente), come i criteri di correttezza (che si aggiungono all’onorabilità), competenza (che si aggiungono alla professionalità), adeguata composizione collettiva dell’organo ed indipendenza di giudizio, allineando, come già ribadito, la disciplina italiana agli orientamenti ed alle linee guida dell’E.B.A. e della BCE.
A tali requisiti, infine, si aggiunge una disciplina inerente la concreta verifica della disponibilità di tempo allo svolgimento dell’incarico e dei limiti al cumulo degli incarichi, volta ad evitare un’eccessiva concentrazione degli stessi ed un impegno non adeguato dell’esponente bancario designato.
Nell’analizzare la disciplina di dettaglio proposta dal MEF, si devono tenere doverosamente in conto i criteri già utilizzati dalla BCE.

Nel concetto di esperienza (denominata “professionalità” nello schema di D.M. del MEF) rientrano le conoscenze tecniche (acquisite tramite l’istruzione e la formazione), che consentono di comprendere le attività ed i rischi principali dell’ente (in particolare, rilevano le conoscenze nei seguenti settori: mercati finanziari; contesto normativo di riferimento e dei relativi obblighi giuridici; pianificazione strategica e relativa attuazione; gestione dei rischi; governo societario; accounting ed informativa di bilancio), nonché l’esperienza professionale pregressa.

A tal riguardo, diviene fondamentale sottolineare come il livello e la natura di esperienza richiesta ad un componente dell’organo di amministrazione debbano esser valutati alla stregua delle caratteristiche dell’ente di destinazione.
Poiché, infatti, il livello di esperienza richiesto dipende dalle caratteristiche principali della funzione specifica e dell’ente, ne discende che ad una loro maggiore complessità debba corrispondere un più elevato livello d’esperienza richiesto (c.d. principio di proporzionalità).
Con particolare riferimento al processo attraverso il quale è condotta la valutazione dell’esperienza, la BCE stabilisce il seguente iter:

  • ai fini della valutazione delle conoscenze tecniche in materia bancaria, particolare attenzione è rivolta al livello ed al profilo dell’istruzione, che dovrebbe attenere ai servizi bancari e finanziari o ad altri ambiti pertinenti quali, in via principale, i settori bancario, finanziario, economico, giuridico, amministrativo, della tecnologia dell’informazione, dell’analisi finanziaria e dei metodi quantitativi;
  • l’esperienza viene invece valutata sulla base delle posizioni precedentemente occupate tenendo conto della durata dell’incarico, delle dimensioni dell’ente, delle funzioni ricoperte, del numero di collaboratori subordinati, della natura delle attività svolte nonché, tra l’altro, dell’effettiva pertinenza dell’esperienza maturata.

La metodologia ivi enucleata è stata recepita dal MEF – con le necessarie differenze dettate dai diversi ambiti di applicazione dei provvedimenti in oggetto – nello Schema di Decreto Ministeriale recante il regolamento inerente ai requisiti di idoneità degli esponenti bancari. Calandosi nel dettato normativo di cui all’art. 7 sez.III del suddetto Regolamento, infatti, è possibile rinvenire molteplici analogie con la disciplina europea, in particolare rispetto al requisito dell’esperienza professionale pregressa, da valutare in relazione alle posizioni precedentemente occupate, tenendo conto dei parametri richiamati nelle seguenti previsioni normative:

  • ai sensi del comma I, “gli esponenti con incarichi esecutivi” devono essere scelti “fra persone che abbiano esercitato, per almeno tre anni, anche alternativamente:
    a) attività di amministrazione o di controllo o compiti direttivi nel settore creditizio, finanziario, mobiliare o assicurativo;
    b) attività di amministrazione o di controllo o compiti direttivi presso società quotate o aventi una dimensione e complessità maggiore o assimilabile (in termini di fatturato, natura e complessità dell’organizzazione o dell’attività svolta) a quella della banca presso la quale l’incarico devo esser ricoperto”.
  • ai sensi del comma II, “gli esponenti con incarichi non esecutivi” devono essere scelti “tra persone che soddisfano i requisiti di cui al comma I o che abbiano esercitato, per almeno tre anni, anche alternativamente:
    a) attività professionali in materia attinente al settore creditizio, finanziario, mobiliare, assicurativo o comunque funzionali all’attività della banca; l’attività professionale deve connotarsi per adeguati livelli di complessità anche con riferimento ai destinatari dei servizi prestati e deve essere svolta in via continuativa e prevalente nei settori sopra richiamati;
    b) attività di insegnamento universitario, quali docente di prima o seconda fascia, in materie giuridiche o economiche o in altre materie comunque funzionali all’attività di settore creditizio, finanziario, mobiliare o assicurativo; c)funzioni direttive, dirigenziali o di vertice, comunque denominate, presso enti pubblici o pubbliche amministrazioni aventi attinenza con il settore creditizio, finanziario, mobiliare o assicurativo e a condizione che l’ente presso cui l’esponente svolgeva tali funzioni abbia una dimensione e complessità comparabile con quella della banca presso la quale l’incarico deve esser ricoperto”; •
  • ai sensi del comma III, “il Presidente del Consiglio di Amministrazione è scelto tra persone che abbiano maturato un’esperienza complessiva di almeno due anni in più rispetto ai requisiti previsti nei commi 1 e 2”;
  • ai sensi del comma IV, “l’Amministratore delegato e il Direttore Generale sono scelti tra persone in possesso di una specifica esperienza in materia creditizia, finanziaria, mobiliare o assicurativa, maturata attraverso attività di amministrazione o di controllo o di compiti direttivi per un periodo non inferiore a cinque anni nel settore creditizio, finanziario, mobiliare o assicurativo, oppure in società quotate o aventi una dimensione e complessità comparabili con quella della banca presso la quale l’incarico deve esser ricoperto. Analoghi requisiti sono richiesti per gli incarichi che comportano l’esercizio di funzioni equivalenti a quella di direttore generale”;
  • ai sensi del comma V, “ai fini della sussistenza dei requisiti di cui ai commi precedenti: si tiene conto dell’esperienza maturata nel corso dei venti anni precedenti all’assunzione dell’incarico; esperienze maturate contestualmente in più funzioni si conteggiano per il solo periodo di tempo in cui sono state svolte, senza cumularle”.

In relazione ai criteri summenzionati, è di tutta evidenza come il MEF si sia allineato agli orientamenti comunitari ed abbia elevato gli standard di idoneità professionale degli esponenti bancari imponendo l’utilizzo, nell’iter valutativo, di criteri ben più stringenti ed in grado di assurgere a garanzia di una maggior stabilità del sistema bancario.
In termini generali, infatti, i soggetti che intendono ricoprire la carica di componente dell’organo amministrativo bancario debbono possedere un ricco bagaglio di conoscenze maturate, nel tempo, mediante le seguenti modalità:

  • l’espletamento di attività di amministrazione, di controllo o di compiti direttivi nei settori creditizio, finanziario, mobiliare o assicurativo o, in alternativa, in società quotate o aventi caratteristiche dimensionali e di complessità maggiori o assimilabili a quelle della banca presso la quale l’incarico deve esser ricoperto; 
  • l’esercizio di attività professionali o di insegnamento universitario in materie attinenti ai settori suindicati; 
  • l’espletamento di funzioni direttive, dirigenziali o di vertice presso enti pubblici o pubbliche amministrazioni, aventi attinenza con i settori richiamati e solamente in caso di corrispondenza tra le caratteristiche dimensionali dell’ente e quelle della banca presso la quale l’incarico deve essere ricoperto.

Particolarmente significativo, in virtù della sua portata totalmente innovativa, risulta il criterio che impone di valutare l’esperienza professionale pregressa in relazione alla natura dimensionale e di complessità dell’ente presso il quale il candidato esponente bancario ha ricoperto funzioni di amministrazione, direzione o controllo (art. 7, comma I, lettera b del Regolamento); detto parametro, infatti, esigendo una corrispondenza tra le caratteristiche dimensionali e di complessità della società di provenienza e quelle della Banca di destinazione, assicura adeguati livelli di professionalità degli esponenti bancari designati.
Si ricorda, a tal proposito, come, in ossequio alla normativa previgente di cui al D.M. del 18 marzo 1998 n. 161 (decreto attuativo dell’art. 26 del T.U.B. nella sua vecchia formulazione) fosse sufficiente aver ricoperto funzioni di amministrazione, direzione o controllo presso generiche imprese, ossia a prescindere dalle caratteristiche dimensionali e di complessità dell’ente di provenienza.
Ebbene, alla luce di quanto sin qui esposto, è evidente come il processo di accrescimento della qualificazione dei Consiglieri che siedono negli organi di amministrazione delle Banche italiane avrebbe il fondamentale pregio di aver introdotto nel sistema bancario e finanziario il principio di adeguatezza professionale, vero e proprio cardine nel processo di valutazione dell’idoneità delle figure apicali. Tale aspetto rappresenta, infatti, un obiettivo verso cui muovono le maggiori iniziative di settore a livello globale, attesa la necessità, resa evidente in seguito alla crisi, di tutelare le potenziali vittime dei rischi bancari, premurandosi di ammettere al governo bancario solo soggetti capaci di prendersene consapevole cura.
D’altronde, non pare vi siano dubbi in ordine alle garanzie di professionalità connaturate al criterio valutativo sin qui esaminato: l’aver espletato funzioni di amministrazione, controllo o direzione in società equiparabili – in termini di dimensione e complessità – alla Banca presso la quale l’incarico deve esser ricoperto, è indice rivelatore del possesso di quelle conoscenze, competenze ed esperienza necessarie ad assolvere diligentemente le funzioni demandate all’organo amministrativo.

Peraltro, la rilevanza del suddetto principio trova conforto nell’accurata analisi offerta da studi condotti dalle più importanti istituzioni internazionali, le quali concordano nel ritenere che la presenza di deboli assetti di governo, pur non rappresentando diretto fattore scatenante, abbia concorso, senza dubbio, a determinare la crisi, con ciò dimostrando l’inosservanza del principio “Know your structure”; tale mancanza avrebbe implicato l’incapacità dell’organo amministrativo di svolgere l’attività di sua competenza, operando in carenza di strumenti idonei ad aver contezza e consapevolezza del business e del rischio cui l’attività era sottoposta.
In ultima analisi, occorre rimarcare alcuni criteri individuati dal nostro legislatore, e dalla Banca d’Italia, atti a definire la dimensione e complessità operativa di Banche e società, al fine di poter inquadrare i suddetti enti – a seconda delle caratteristiche dimensionali – all’interno di una specifica categoria di appartenenza.

Tali parametri consentono all’organo amministrativo di verificare – nel processo di valutazione dei requisiti di professionalità – se le caratteristiche dimensionali e di complessità della società presso cui sono state esercitate le funzioni di amministrazione, controllo o direzione siano o meno assimilabili a quelle della Banca presso la quale l’incarico dovrà esser ricoperto.

I criteri di individuazione:

  1. in ossequio alle disposizioni dettate dalla Banca d’Italia nella Circolare n. 285 del 17 dicembre 2013 (“Disposizioni di vigilanza per le Banche”), gli Istituti di Credito possono essere così classificati:
    • banche di maggiori dimensioni o complessità operativa:
      1. gli Istituti considerati significativi ai sensi dell’art. 6, par. 4, Regolamento (UE) n. 1024/2013, che attribuisce alla BCE compiti specifici in materia di vigilanza prudenziale degli enti creditizi;
      2.  le banche quotate;
    • banche intermedie: gli Istituti con un attivo compreso tra i 3,5 miliardi di euro ed i 30 miliardi di euro;
    • banche di minori dimensioni o complessità operativa: gli Istituti con un attivo pari o inferiore a 3,5 miliardi di euro.

Inoltre, vengono indicati criteri sussidiari che possono esser utilizzati nel caso in cui la Banca ritenga che i parametri ordinari non siano sufficientemente significativi per l’attribuzione ad una delle tre categorie, quali a titolo esemplificativo: la tipologia di attività svolta (ad esempio, le Banche con strategie orientate verso determinati settori di attività, come quello della gestione del risparmio o della negoziazione per conto proprio o in conto di terzi configurano, in molti casi, ipotesi di maggiore complessità operativa/organizzativa) o la struttura proprietaria dell’intermediario (il controllo totalitario da parte di un intermediario estero potrebbe, in talune circostanze, configurare condizioni di limitata complessità operativa/organizzativa).

2. ai fini della determinazione della dimensione aziendale, occorre richiamare il D.M. Attività Produttive del 18 aprile 2005 (“Adeguamento alla disciplina comunitaria dei criteri di individuazione di piccole e medie imprese”), in virtù del quale le imprese possono esser così classificate:

  • micro impresa: l’impresa che ha meno di 10 occupati ed un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiore a 2 milioni di euro;
  • piccola impresa: l’impresa che ha meno di 50 occupati ed un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiore a 10 milioni di euro;
  • media impresa: l’impresa che ha meno di 250 occupati ed un fatturato annuo non superiore a 50 milioni di euro o un totale di bilancio annuo (totale dell’attivo patrimoniale) non superiore a 43 milioni di euro.

Non occorre certo precisare che per fatturato si intende l’importo netto del volume d’affari – comprensivo dei proventi della vendita di prodotti e della prestazione di servizi rientranti nelle attività ordinarie della società, diminuiti degli sconti concessi sulle vendite, nonché dell’imposta sul valore aggiunto e delle altre imposte direttamente connesse con il volume d’affari – così come per totale di bilancio annuo si intende il totale dell’attivo patrimoniale, e per “occupati” si intendono i dipendenti dell’impresa a tempo determinato o indeterminato, iscritti nell’albo matricola dell’impresa e legati all’impresa da forme contrattuali che prevedono il vincolo di dipendenza, fatta eccezione di quelli posti in cassa integrazione straordinaria.

Maggiori difficoltà, comprensibilmente, presenta il criterio della “complessità” della struttura societaria, posto che le Banche, a prescindere dalle dimensioni, presentano un’articolazione interna minima – definita normativamente – che rappresenta un unicum nell’ambito delle imprese private.
In effetti, i requisiti previsti dalla normativa bancaria per assicurare un livello di compliance minimo per un soggetto che intende svolgere un’attività regolamentata – e molto “delicata” sotto il profilo dell’interesse pubblico – sono sicuramente significativi e non trovano riscontro in aziende private di pari dimensioni.
Invero, in ossequio ai principi generali di organizzazione stabiliti dalla Banca d’Italia – nella Circolare n. 285 del 17/12/13 e nel Provvedimento del 10/3/11 – gli Istituti bancari sono tenuti ad adottare un’articolata gamma di presidi che rivelano l’alto grado di complessità della governance societaria, condicio sine qua non per una sana e prudente gestione.
In altri termini, una Banca, anche se di piccole dimensioni, per essere autorizzata ad operare necessita di una struttura interna che presenti già un grado di media complessità, non fosse altro per le funzioni di controllo “obbligatorie” imposte dalla normativa (internal audit, compliance, risk management, antiriciclaggio), per l’obbligo di puntuale regolamentazione interna dei processi core (erogazione del credito, servizi finanziari, ecc.), organizzativi (assunzione personale, acquisto di beni/ servizi, ecc.) e di governance (politiche di remunerazione, ecc.).
Tale specifica – soprattutto nel nostro Paese, caratterizzato da un tessuto imprenditoriale formato da numerosissime piccole e medie imprese spesso a conduzione famigliare o comunque a ridotta articolazione interna – è difficilmente rinvenibile in aziende – paragonabili per “dimensioni” nell’accezione sopra chiarita – che svolgano un’attività di impresa diversa da quella regolamentata dalla normativa bancaria e finanziaria. Di conseguenza, è evidente come, nel panorama italiano, gli Istituti bancari non possano esser equiparati, in termini di complessità organizzativa, né ad una società di medie dimensioni né, tantomeno, ad un’impresa di piccole dimensioni.
Pertanto, l’organo deputato alla verifica dei requisiti di idoneità degli esponenti aziendali ai sensi dell’art. 26 del T.U.B. sarà tenuto ad adoperare, nel processo di valutazione del requisito in oggetto, i criteri elaborati dal nostro Legislatore e dalla Banca d’Italia ai fini della determinazione delle soglie dimensionali e di complessità di istituti di credito e società.

In conclusione, ed a distanza di oltre un anno (20 settembre 2017) dal termine del processo di consultazione, non è ancora stata approvata la versione definitiva del decreto oggetto del presente contributo, il quale potrebbe anche presentare modifiche o aggiunte, le quali, peraltro, non dovrebbero discostarsi in maniera sostanziale dal testo esaminato, sia per rispetto degli interlocutori coinvolti nella predisposizione del medesimo, che per le indicazioni contenute nelle norme comunitarie.
Quanto alla concreta applicabilità, in ogni caso, pare difficile ipotizzare che la versione definitiva non comprenderà quanto previsto dall’art. 25 dello schema proposto, secondo il quale le previsioni normative di cui al medesimo Decreto Ministeriale saranno applicabili sol- tanto “…alle nomine successive alla data della sua entrata in vigore”.
L’opposta soluzione – ossia l’immediata applicabilità della norma ed il conseguente obbligo di uniformarsi in tempi predefiniti ai disposti contenuti nella medesima – seppur non espressamente vietata dall’Ordinamento, è solitamente utilizzata in ambiti giuridici diversi (per lo più in materia penale, tributaria o amministrativa).

In ogni caso, e per concludere, risulta evidente come la scelta di uniformarsi, sin da ora, ai nuovi parametri dettati in tema di “suitability” non possa che comportare indubbi vantaggi per ogni Banca nazionale, a prescindere dalle sue dimensioni. Invero, lo spontaneo adeguamento al ricorrere dei periodici processi di verifica ed autovalutazione degli organi, non esporrà le Banche (e, soprattutto, i loro organi amministrativi e di controllo) al rischio di un precipitoso adeguamento nel caso in cui la norma lo richiedesse fin dalla sua entrata in vigore.

A ciò si aggiunga una doverosa considerazione in merito all’equilibrio dell’Organo Amministrativo: la composizione del predetto non potrà che essere ipotizzata, per il singolo Istituto di credito, ponendo particolare attenzione ai compiti gestionali ad esso affidati dallo Statuto societario, a seconda della governance e delle dimensioni. Cosicché è difficilmente ipotizzabile una composizione “ideale” dell’Organo Amministrativo semplicemente valutando in astratto le varie “professionalità” previste dai requisiti sopra analizzati, ma sarà doveroso che l’Assemblea si ponga l’obiettivo di strutturarlo avendo ben presente l’attività che dovrà essere svolta, bilanciando con ponderazione i curricula e le esperienze maturate dai componenti del medesimo Organo, al fine di poter disporre di professionalità che si compensino e possano garantire la massima adeguatezza.
La “squadra” del governo societario dovrà quindi essere “attrezzata” per affrontare le crescenti sfide quotidiane del mercato.


Euro

di Corrado Passera

L’Euro è la nostra moneta nazionale ed è la moneta nazionale di 340 milioni di cittadini europei appartenenti a 19 dei 27 Stati della Unione Europea (UE).
È stato introdotto nel 1999 come moneta virtuale, utilizzabile solo per pagamenti senza contanti e per fini contabili ed è entrato in circolazione nel 2002 dopo una preparazione di dieci anni (Trattato di Maastricht).

Da allora è diventato una delle monete più solide e importanti del mondo ed è detenuta come valuta di riserva da quasi tutte le Banche Centrali.
L’Euro costituisce un passo fondamentale del progetto di costruzione della UE e contribuisce in maniera sostanziale a garantire l’indipendenza della UE rispetto alle altre grandi potenze economiche e politiche del mondo.

È gestito e supervisionato dalla Banca Centrale Europea (BCE) che ha sede a Francoforte e alla quale i 19 Paesi hanno affidato il diritto esclusivo di emettere Euro e la gestione della politica monetaria comune: alla BCE hanno affidato le politiche dei tassi di interesse e dei tassi di cambio.

Una “debolezza” congenita dell’Euro è quella di non potersi basare su una politica economica comune, nel senso che i Paesi che aderiscono all’Eurozona hanno accettato regole comuni (per esempio i limiti di deficit pubblico e regole bancarie comuni), ma mantengono – come tutti i paesi della UE – la loro autonomia nel definire le proprie politiche fiscali, di welfare, di regolazione del mercato del lavoro, ecc.
Ciò ha provocato numerosi momenti di tensione, che dovranno ridursi nel tempo grazie a politiche economiche sempre più coordinate e al procedere dell’integrazione politica L’adozione dell’Euro ha procurato indubbi vantaggi all’Italia. L’effetto che la nostra debole Lira avrebbe sofferto dalle crisi che si sono susseguite in questi anni (da quelle finanziarie a quelle energetiche) sarebbe stato enormemente più grave. Come tutti i paesi aperti ai commerci internazionali abbiamo avuto benefici importanti dalla maggiore integrazione commerciale all’interno dell’Eurozona e dai minori costi transazionali. Abbiamo goduto di tassi di interesse molto inferiori sul finanziamento alle famiglie e alle imprese e di molta maggior facilità nel finanziare il nostro enorme debito pubblico. Questi ultimi vantaggi si sono fatti tanto più evidenti negli ultimi anni in cui la BCE ha adottato una politica monetaria molto “accomodante” (Quantitative Easing).


FeBAF
Federazione Banche Assicurazioni e Finanza

di Paolo Garonna
(Segretario Generale di FeBAF)

Nel 2008 l’Associazione Bancaria (ABI) e l’Associazione delle Imprese Assicuratrici (ANIA) ebbero un’intuizione, all’avanguardia nel panorama europeo della rappresentanza di interessi economici: istituire una Federazione che mettesse a fattor comune alcune loro attività e campi di azione, semplificando il dialogo con gli interlocutori istituzionali ed associativi sui tanti temi di rilievo comuni a banche e assicurazioni.

Nasceva – sotto la guida del compianto Corrado Faissola e di Fabio Cerchiai – l’allora Federazione ABI- ANIA, che con gli anni e significative modifiche statutarie è divenuta l’attuale Federazione Banche Assicurazioni e Finanza (FeBAF). “Associazione di associazioni”, la FeBAF è dunque una rappresentanza di secondo livello, un’organizzazione “ombrello” che aggrega oggi le maggiori associazioni di categoria del sistema finanziario italiano. Il progetto iniziale di ABI ed ANIA è stato nel tempo sposato infatti anche da Assogestioni, Aifi, Assoreti, Assofiduciaria, Assoimmobiliare, Assoprevidenza, Assosim e Assofin, così che sono ben dieci, nel 2017, i membri della FeBAF.

Fin dalla costituzione, la Federazione si è dedicata all’approfondimento dei temi di politica economica e alla promozione del ruolo dell’industria bancaria, assicurativa e finanziaria in Italia, in Europa e nelle aree di maggior interesse strategico per i suoi associati. Lo ha fatto, e continua a farlo, ritenendo che lo sviluppo dell’industria finanziaria sia in assoluta sintonia con gli interessi generali del Paese, perché un settore finanzia- rio moderno e integrato è condizione indispensabile per lo sviluppo sostenibile dell’economia e della società.
Tra i temi di maggiore attualità che la FeBAF sta seguendo attualmente, ricordiamo tra gli altri l’evoluzione della regolamentazione finanziaria internazionale dopo la crisi degli scorsi anni, l’implementazione dell’Unione dei Mercati dei Capitali, gli investimenti necessari alla ripresa dell’economia italiana anche in collegamento col Piano Juncker per gli investimenti in Europa, l’educazione finanziaria in particolare con la partecipazione alla Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (Feduf), lo sviluppo sostenibile, il finanziamento delle piccole imprese e una serie di proposte per avvicinare gli investitori istituzionali all’economia reale. Dal 2014 è presidente della Federazione Luigi Abete; Segretario Generale Paolo Garonna.


FEDERLUS
Federazione delle Banche di Credito Cooperativo del Lazio, Umbria, Sardegna

di Paolo Grignaschi
(Direttore Generale di Federlus)

Il versante associativo del credito cooperativo
La FEDERLUS – Federazione delle Banche di Credito Cooperativo del Lazio, Umbria, Sardegna – con sede a Roma, in Via Adige 26, è una delle quindici Federazioni Locali del Credito Cooperativo che svolgono, a livello provinciale, regionale e interregionale, la propria attività al servizio delle Banche di Credito Cooperativo (BCC), delle Casse Rurali (CR) in Trentino e delle Casse Raiffeisen in Alto Adige.
In particolare, due Federazioni Locali operano a livello provinciale (Province di Trento e Bolzano), quattro a livello interregionale (oltre alla Federlus, Piemonte-Valle d’Aosta-Liguria, Abruzzo e Molise, Puglia e Basilicata) e nove a livello regionale (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Campania, Calabria e Sicilia).
In totale, le quindici Federazioni locali associano, al giugno 2017, 313 BCC-CR. Le Federazioni Locali sono, poi, a loro volta, socie di Federcasse – la Federazione Nazionale delle BCC-CR –, insieme alla quale costituiscono il cosiddetto “versante associativo” del Credito Cooperativo.

La FEDERLUS, considerata l’area territoriale di operatività delle proprie Associate, è la più estesa delle Federazioni Locali. Venne costituita, con il nome di Federazione delle Casse Rurali ed Artigiane del Lazio-Umbria- Società Cooperativa a Responsabilità Limitata, l’11 marzo 1967 da 17 Casse Rurali ed Artigiane, diventate, dopo pochi mesi, 34, tutte con la qualifica di socio fondatore. Successivamente, con l’adesione, nel 1990, della Cassa Rurale ed Artigiana di Arborea, la Federazione estese il proprio ambito di attività alla Sardegna, modificando, quindi, la propria denominazione sociale in Federazione delle Casse Rurali ed Artigiane del Lazio, Umbria e Sardegna, divenuta, nel 1995 (a seguito dell’entrata in vigore, con il Decreto Legislativo n. 385 del 1° settembre 1993, del Testo Unico Bancario, che “trasformava” le Casse Rurali in Banche di Credito Cooperativo), Federazione delle Banche di Credito Cooperativo del Lazio, Umbria, Sardegna - Società Cooperativa a Responsabilità Limitata.

Il progressivo aumento della complessità della gestione delle BCC-CR ha determinato un costante sviluppo delle attività delle Federazioni Locali e di Federcasse al servizio delle stesse, in special modo dal 2000 in poi. La FEDERLUS, al fine di promuovere la sana e prudente gestione delle Banche di Credito Cooperativo associate, opera per favorirne lo sviluppo e rafforzarne la stabilità, promuove coerenti relazioni tra le stesse e ne valorizza l’agire nell’interesse dei Soci, dei loro clienti e delle comunità di riferimento. Svolge, infatti, attività istituzionali e di rappresentanza, tra cui la tutela degli interessi sindacali delle Associate, anche in occasione della stipula di contratti integrativi di lavoro o accordi economici nonché delle vertenze individuali e collettive, attività di promozione, attività di compliance, assistenza, consulenza e formazione, dirette a fornire le conoscenze più aggiornate e la disponibilità di idonei strumenti operativi, nonché attività di internal audit e di verifica, compresa la revisione svolta per i Fondi di Garanzia del Credito Cooperativo, di cui la Federazione è articolazione territoriale. Inoltre, in base ad un’apposita convenzione con la Federazione Nazionale, svolge la revisione cooperativa delle proprie Associate.

Con la promulgazione della Legge dell’8 aprile 2016 di conversione con modificazioni del Decreto Legge del 14 febbraio 2016, n.18 e la ivi contenuta previsione di adesione obbligatoria di tutte le BCC, CR e Casse Raiffeisen al nuovo istituto del Gruppo Bancario Cooperativo, il “versante associativo” del Credito Cooperativo è divenuto oggetto di una forte discontinuità e, in futuro, molte delle attività sviluppate in questi anni dovranno essere eseguite dalle Capogruppo dei Gruppi Bancari Cooperativi, che dovranno essere costituiti entro il 2018. Esistono, però, molte altre attività che potranno continuare ad essere sviluppate in ambito associativo nell’interesse di tutto il Credito Cooperativo.

Un campo in cui la Federlus si distingue particolarmente è quello dell’educazione finanziaria. Alla Federlus si deve, infatti, la creazione di Orizzonti TVla prima Web TV italiana per l’educazione finanziaria – che ha ricevuto importanti riconoscimenti a livello istituzionale e che rappresenta un punto di riferimento nel settore. Ciò grazie anche a preziose collaborazioni esterne, tra le quali quella con Paolo Mieli, giornalista, storico e saggista, che cura ormai da anni diverse rubriche di storia economica, e con Beppe Ghisolfi, con il quale è stata sviluppata una versione video del suo best seller, il Manuale di Educazione Finanziaria.


FEDUF
Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio

di Giovanna Boggio Robutti
(Direttore Generale della Feduf)

La Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio promuove l’educazione finanziaria e la cittadinanza economica attraverso la creazione di contenuti originali, la realizzazione di strumenti innovativi, l’organizzazione di eventi e lo sviluppo di collaborazioni con le Istituzioni e il territorio.
Progetta e realizza, grazie ad esperti e accademici, contenuti didattici originali per giovani, adulti, pensionati ed imprese, e strumenti innovativi per la diffusione dei concetti su larga scala (laboratori didattici, spettacoli teatrali, multimediali, video, giochi, ecc.).
Sviluppa e gestisce un database aggiornato di nominativi ed iniziative educative capace di unire localmente la domanda di educazione finanziaria con l’offerta di iniziative da parte dei Partecipanti. Disegna e crea eventi locali e nazionali personalizzabili in funzione delle esigenze dei partecipanti e dei destinatari. Gli eventi sono dedicati a studenti, insegnanti, adulti e imprese.
Coopera con attori nazionali ed internazionali, finanziari e non, per sviluppare comportamenti e valori ispirati alla cultura del risparmio e della legalità, valorizzando le esperienze dei partecipanti.

Svolge attività di informazione e promuove le iniziative educative insieme ai partecipanti. Sensibilizza l’opinione pubblica su temi riguardanti l’educazione finanziaria. Attraverso helpdesk telefonico, mail e social network supporta a livello operativo e organizzativo le iniziative didattiche avviate dai partecipanti, dagli insegnanti e dagli attori coinvolti nelle attività.

Qualche risultato
Nell’anno scolastico 2016-17 sono risultati iscritti ai programmi didattici: 455 scuole (+12,9%), 1.353 classi (+11%) per un bacino totale stimato di 33.825 studenti (+11%). Sono inoltre stati realizzati percorsi di formazione e aggiornamento per gli insegnanti a cui hanno partecipato circa 350 docenti. Da settembre 2016 a maggio 2017 sono stati organizzati 76 eventi ai quali hanno partecipato 17.199 persone, di cui 14.549 studenti, 1.755 insegnanti e 895 adulti.

Cosa fa la Fondazione?
La Fondazione lavora sulla mediazione culturale tra contenuti spesso ritenuti difficili e strumenti divulgativi chiari e facili da usare. Le iniziative e i programmi della Fondazione si rivolgono alla popolazione adulta e ai giovani, in particolare agli studenti.
I programmi didattici messi a disposizione di tutte le scuole italiane sono:

  • Fiabe e Denaro. Un libro per educare al risparmio e all’economia” è il volume realizzato per stimolare nei bambini più piccoli l’acquisizione di specifici valori e atteggiamenti sulla gestione del denaro, favorendo una corretta educazione finanziaria fin dalla più tenera età;
  • Kids è il programma didattico dedicato alla scuola primaria con l’obiettivo di stimolare nei bambini una prima riflessione sul “valore” del denaro e sulla necessità di gestirlo responsabilmente, per sé stessi e per la comunità, in un’ottica di cittadinanza consapevole. I moduli del programma:
    • Il valore del denaro e il guadagno: monete e banconote, il lavoro e il guadagno.
    • L’utilizzo consapevole del denaro e il risparmio: il flusso monetario, spese ordinarie e straordinarie, spese necessarie e superflue, il risparmio.
    • La banca e i sistemi di pagamento: la banca, la carta bancomat, la carta di credito, il bonifico, prestiti, interessi.
  • Junior è il programma didattico che introduce i ragazzi delle scuole medie alle tematiche economiche e finanziarie e li stimola a riflettere sulle principali funzioni della finanza, illustrandone l’impatto nella vita quotidiana degli individui. I moduli del programma:
    • Lavoro, reddito e consumi: il lavoro, il reddito e il capitale umano, il ciclo economico della famiglia con la gestione delle entrate e delle spese necessarie e superflue.
    • Risparmio e investimento: il risparmio produttivo, il rischio e il rendimento.
    • Banca e gestione del denaro: i mercati finanziari, cosa è una banca e i principali strumenti di pagamento.
  • Teens è il programma didattico, rivolto alle scuole superiori di ogni ordine, che introduce i ragazzi alle tematiche economiche e finanziarie avvicinandoli alla realtà sociale, professionale ed economica che li circonda. I moduli del programma:
    • Lavoro, redditi e consumo: il lavoro, il reddito e il capitale umano, il ciclo economico della famiglia con la gestione delle entrate e delle spese necessarie e superflue. 
    • Risparmio e investimento: risparmio produttivo, i principali strumenti di investimento e di finanziamento, il rischio, il rendimento e il concetto di mutualità.
    • Banca e gestione del denaro: i mercati finanziari, la circolazione del denaro, la banca e i principali strumenti bancari, l’internet banking.
    • L’impresa e il suo finanziamento: l’idea imprenditoriale, le start up, l’equilibrio economico e il ritorno sull’investimento, il finanziamento alle imprese, la valutazione del merito creditizio e il venture capital, il Business Plan.
    • Approfondimenti tematici: Economia, etica e globalizzazione; Economia e legalità; Prevenzione dell’usura e del sovra-indebitamento; Lavoro e Previdenza.
  • Risparmiamo il pianeta è il programma didattico rivolto alle scuole di ogni ordine e grado che articola contenuti relativi allo sviluppo e all’economia sostenibili, con particolare riferimento alle risorse naturali, al cibo, alle filiere alimentari e all’economia dei paesi. Il programma è stato inserito tra le proposte didattiche del Comitato EXPO SCUOLE.
  • Pay 2.0 – Il denaro del futuro. Le modalità di pagamento che usano e useranno sempre di più i millennial sono radicalmente diverse da quelle tradizionali. L’incontro conduce gli studenti alla scoperta delle nuove forme di moneta e pagamenti elettronici che si troveranno sempre più a gestire, illustrando i processi collegati alla dematerializzazione del denaro e le innovative frontiere digitali del suo uso affinché ne siano consapevoli.

I programmi per le scuole sono caratterizzati da un approccio valoriale all’uso consapevole del denaro e si basano su una metodologia che alterna diverse fasi:

  • apprendimento empatico (video, strumenti interattivi)
  • apprendimento nozionistico (approfondimenti testuali)
  • apprendimento esperienziale (attività laboratoriali, role play, esercizi, concorsi)

Fondazione (di origine) bancaria

di Alessandro Del Castello
(Condirettore Generale dell’ACRI)

Le Fondazioni di origine bancaria, di seguito Fondazioni, sono 88, diverse per origine (41 Fondazioni hanno una struttura associativa, rappresentata dall’Assemblea dei Soci, e 47 una struttura istituzionale), dimensione e operatività territoriale. Sono soggetti non profit di diritto privato, dotati di piena autonomia statutaria e gestionale, la cui missione è quella di perseguire scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico prevalentemente nei territori su cui insistono e sono radicate, operando nei settori assegnati dal legislatore.

Dal punto di vista operativo, le Fondazioni presentano le caratteristiche proprie:

  • dell’investitore istituzionale di lungo periodo, che impiega convenientemente le proprie risorse patrimoniali anche in collegamento con le finalità istituzionali;
  • dell’operatore filantropico dedito al perseguimento degli scopi statutari con la destinazione delle risorse derivanti dall’impiego del patrimonio.

A fine 2016 avevano una dotazione patrimoniale complessiva di circa 40 miliardi di euro e avevano erogato nello stesso anno oltre un miliardo di euro in più di 20 mila interventi, in particolare nei settori della ricerca scientifica, dell’istruzione, dell’arte, della sanità, della cultura, della conservazione e valorizzazione dei beni ambientali e paesaggistici, del volontariato, dell’assistenza alle categorie sociali deboli. Se si considera l’arco di tempo che va dal 2000 al 2016, gli interventi filantropici delle Fondazioni nei settori assegnati dal legislatore sono stati di oltre 20 miliardi di euro.

Le Fondazioni sono geograficamente più concentrate sia in termini numerici, che patrimoniali, nelle aree del Nord Italia. Sono, infatti, 47 le Fondazioni aventi sede nel Nord del Paese e la loro dimensione patrimoniale è di 29,4 miliardi di euro, corrispondente al 74% della dotazione complessiva, mentre sono 30 le Fondazioni presenti nel Centro, con un patrimonio aggregato di 8,3 miliardi, e 11 quelle con la sede nel Sud e nelle Isole, la cui dotazione patrimoniale è di circa 2 miliardi.
Quanto alla distribuzione dimensionale, le prime 10 Fondazioni con patrimonio superiore al miliardo di euro (fra cui la Cariplo con 6,8 miliardi, Compagnia di San Paolo 5,9 miliardi, CRT con 2,2 miliardi, Verona con 2,1 miliardi, Padova con 1,9 miliardi e Firenze con 1,6 miliardi), detengono il 64% del patrimonio aggregato, mentre il gruppo delle 18 Fondazioni di grande dimensione detiene circa il 77% del medesimo aggregato, di converso le 18 Fondazioni di piccola dimensione pesano appena l’1,2%. Conseguentemente, escludendo le prime 10 Fondazioni, aventi un patrimonio medio di 2,5 miliardi di euro, il patrimonio delle restanti Fondazioni è mediamente di 182 milioni di euro.
L’aggettivazione bancaria che le contraddistingue deriva dalla loro origine legata alle operazioni di conferimento che, in applicazione della cosiddetta legge Amato- Carli (legge n. 218 e D.Lgs. n. 356 del 1990), portò agli inizi degli anni ’90 le originarie banche pubbliche – 83 Casse di Risparmio e Banche del Monte e 6 Istituti di credito di diritto pubblico (Istituto Bancario San Paolo di Torino, MPS, Banco di Sardegna, Banca Nazionale delle Comunicazioni, Banco di Napoli, Banco di Sicilia) – ad assumere la veste giuridica di società per azioni, separando l’attività creditizia da quella filantropica che fu affidata ad una società appositamente costituita.

Pensate, inizialmente, come semplici rentier, dall’incerta qualificazione giuridica, metà pubblica metà privata, che portò il suo stesso inventore, Giuliano Amato, a definirle dei Frankenstein, solo in un secondo momento si sono trasformate nelle attuali Fondazioni che non hanno più nulla in comune con gli enti loro progenitori. Ciò è avvenuto a seguito della riforma del 1998/99 (legge n. 461/98 e D.Lgs. n. 153/99), nota come “riforma Ciampi”, che ha forgiato le Fondazioni nel loro definitivo assetto istituzionale, organizzativo e operativo, sottoponendole alla vigilanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Il quadro di riferimento è stato infine completato dalla Corte Costituzionale che, collocandole fra “i soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali”, con le sentenze n. 300 e n. 301 del 2003 ha eliminato ogni incertezza circa il loro ruolo istituzionale e la loro natura giuridica di soggetti privati non profit.

Il processo di ristrutturazione del sistema bancario avviato con la “legge Amato - Carli” è stato accompagnato da una progressiva diversificazione del patrimonio delle Fondazioni, cui è conseguita la confluenza delle originarie banche conferitarie nei principali gruppi bancari nazionali. In Intesa Sanpaolo, che include anche la ex Banca commerciale italiana, una delle tre banche d’interesse nazionale, sono presenti, ad esempio, 23 Casse di Risparmio, oltre all’Istituto Bancario San Paolo di Torino, alla Banca Nazionale delle Comunicazioni e al Banco di Napoli; in Unicredit, in cui sono presenti le altre due banche di interesse nazionale, il Credito Italiano e il Banco di Roma, vi sono confluite 15 Casse di Risparmio e il Banco di Sicilia.
Nei confronti del sistema bancario le Fondazioni hanno svolto il ruolo di azionisti di lungo periodo accompagnandone il rafforzamento, anche durante le crisi dei “subprime” del 2008 e dei “debiti sovrani” del 2011, mettendo a disposizione circa 8,6 miliardi per consentire il raggiungimento di maggiori livelli di patrimonializzazione richiesti dalla normativa e condividendo le decisioni del management di riduzione, se non addirittura azzeramento, dei dividendi, per sostenere le politiche di accantonamento a copertura dei crediti di dubbia esigibilità.

Riunite nell’ACRI, il loro organismo nazionale di rappresentanza, le Fondazioni, ancorché abbiano avuto un’origine legislativa, hanno trovato nel suo Presidente, l’avv. Giuseppe Guzzetti, Presidente anche della Fondazione Cariplo, la vera spinta propulsiva. È grazie alla sua sagacia se le Fondazioni hanno completato la loro trasformazione e valorizzato la loro autonomia attraverso:

la Carta delle Fondazioni, con la quale nel 2012 si sono date regole, basate sulla trasparenza, per la gestione del patrimonio, dell’attività erogativa e introducendo norme volte ad assicurare l’indipendenza degli organi;

il Protocollo d’intesa con il MEF dell’aprile 2015, de- finito “uno strumento originale e moderno di disciplina dei rapporti fra vigilante e soggetti vigilati” che, nel solco del- la Carta delle Fondazioni, ne rafforza la diversificazione degli investimenti e ne disciplina in termini più stringenti la governance.

La storia delle Fondazioni, sicuramente di successo, dimostra come da un atto di privatizzazione possa derivare un arricchimento non solo dell’ordinamento giuridico, ma anche dell’infrastruttura sociale di un Paese.


Hedge Funds

di Gianfranco Torriero
(Vice Direttore Generale dell’ABI)

Gli hedge funds sono una categoria di fondi comuni di investimento che non si presta ad una vera e propria definizione dal momento che si è per lo più sviluppata in assenza di una specifica normativa di riferimento e che utilizza strategie di investimento diverse da quelle dei fondi di investimento tradizionali. Gli hedge funds sono nati negli Stati Uniti per poi diffondersi anche in Europa.

Inizialmente, nel 1949, il termine “hedge” (siepe, barriera, protezione) è stato coniato per definire proprio un innovativo stile di gestione connotato dal perseguire strategie di copertura dai rischi di gestione volte a ridurre la volatilità dei portafogli (e quindi il rischio e l’esposizione al rischio).
Tali coperture venivano assicurate anche attraverso vendite allo scoperto e l’impiego di derivati.
Nel tempo le strategie di gestione degli hedge funds si sono ampliate, per cui si sono sviluppati fondi con strategie aggressive mirate alla massimizzazione dei risultati, operando sul mercato dei tassi di interesse, su quello delle valute, sui mercati azionari nonché sviluppando strategie basate sull’acquisto e vendita allo scoperto, o comprando titoli su un mercato e rivendendoli su un altro mercato.

In considerazione della elevata complessità delle strategie di gestione adottate dagli hedge funds, essi sono connotati da elevate commissioni di gestione.
Le masse gestite hanno una dimensione coerente con lo specifico stile di gestione, è contenuto il numero dei partecipanti, sono previste sottoscrizioni di importo elevato, è scarsa la possibilità di liquidare l’investimento in tempi brevi.
Di conseguenza, questo tipo di investimento non è assolutamente adatto a chi non ha grandi somme da investire, non ha una elevata propensione al rischio e non ha una elevata conoscenza dei mercati finanziari. Non è infrequente la loro localizzazione nei cosiddetti paradisi fiscali, cioè in Stati in cui la tassazione delle attività finanziarie è eccezionalmente bassa.
Mentre molti ordinamenti stranieri hanno consentito la costituzione anche di fondi comuni diversi da quelli espressamente disciplinati (e dunque hanno potuto creare hedge fund anche in assenza di apposita disciplina), l’ordinamento italiano ha ritenuto necessario tipizzare le caratteristiche essenziali delle diverse tipologie di fondi comuni e ha ricondotto la categoria degli hedge funds nell’ambito dei “fondi speculativi”.

L’impostazione adottata dalla normativa italiana originaria (1999) ha avuto un approccio essenziale, poiché si è limitata a stabilire i tratti distintivi fondamentali dei fondi speculativi italiani, riassumibili come segue:

  • piena libertà di investimento;
  • numero massimo di 100 partecipanti;
  • ammontare minimo di ciascuna sottoscrizione pari a 500.000 euro;
  • possibilità di essere istituiti o gestiti solo da società specializzate per tali fondi;
  • divieto di sollecitazione all’investimento nelle quote di fondi speculativi.

Successivamente con il recepimento della direttiva europea sui fondi alternativi (2015) che ha introdotto una serie di misure volte a promuovere una maggiore integrazione del mercato europeo del risparmio gestito, armonizzando la disciplina applicabile ai gestori di fondi alternativi, i fondi speculativi sono confluiti nella categoria dei “fondi alternativi riservati” e sono stati sottoposti ad una nuova disciplina, anche in questo caso basata su un approccio essenziale, la quale si caratterizza per:

  • ammettere solo investitori professionali o comunque investitori che sottoscrivono inizialmente almeno 500.000 euro;
  • la possibilità di definire liberamente le proprie specifiche regole di investimento che vanno però rese chiare agli investitori in termini di: obiettivo, profilo di rischio, stile di gestione, tecniche di investimento, limiti di investimento;
  • la possibilità di essere istituiti e gestiti anche da società non specializzate, purché ovviamente autorizzate a gestire fondi alternativi.

Inflazione e Deflazione

di Maurizio Sella
(Presidente di Banca Sella Holding)

Il tasso di inflazione è, come noto, la variazione percentuale del livello dei prezzi rispetto all’anno precedente; al calcolo del tasso di inflazione contribuiscono diverse categorie di beni e servizi in misura diversa e proporzionata alla rilevanza che ogni tipologia ha sui consumi complessivi delle famiglie; in tal modo, il tasso di inflazione sarà maggiormente influenzato dalle variazioni delle voci che più incidono sulle spese totali (ad esempio l’energia elettrica e la benzina).

Valori positivi del tasso di inflazione (crescita dei prezzi) sono associati al fenomeno dell’inflazione mentre valori negativi (calo dei prezzi) sono associati alla deflazione ma la definizione di questi due fenomeni non può essere banalizzata, data anche la loro centralità nel sistema economico. L’inflazione, nelle parole della Banca Centrale Europea (BCE), è “un rincaro di ampia portata dei prezzi di beni e servizi, non limitato a singole voci di spesa”; un aumento dei prezzi determina una perdita del potere di acquisto della moneta pertanto, quando ciò si realizza, con una unità di moneta (un euro per noi) si riesce a comprare una quantità di beni e servizi inferiore rispetto al passato, ad indicare un calo del valore reale della moneta.

Nel caso della “deflazione”, nonostante l’associazione con la contrazione dei prezzi sia intuitiva, la definizione formale del fenomeno è meno scontata e tuttora dibattuta: recentemente, infatti, il tasso di inflazione ha toccato più volte valori negativi ma gli esponenti della BCE hanno chiarito, in diverse occasioni, che per parlare di “deflazione”, oltre alla presenza di un calo dei prezzi generalizzato (quindi di ampia portata come nel caso dell’inflazione), è necessario che questo sia “persistente e tale da autoalimentarsi”. In altre parole, per qualificare un fenomeno di deflazione non è sufficiente registrare cali dei prezzi limitati a poche categorie di beni e/o servizi o una caduta temporanea del tasso di inflazione in territorio negativo (ad esempio per via di componenti rilevanti e volatili, come i prezzi energetici) ma occorre invece che si diffonda tra famiglie ed imprese la convinzione che tale tendenza continuerà anche in futuro, con le conseguenze che saranno chiarite più avanti.

Il tasso di inflazione è una grandezza cruciale nell’economia e, almeno fino alla recente crisi finanziaria, controllare la dinamica dei prezzi veniva da diversi economisti considerato sufficiente, oltre che necessario, per preservare la stabilità di un sistema finanziario (oggi si è più propensi a ritenere che siano necessarie azioni concomitanti molto più ampie, ivi compresa una vigilanza stretta sugli intermediari finanziari). Coerentemente con questa teoria, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, la maggior parte delle Banche Centrali dei paesi avanzati (comprese la Federal Reserve degli USA e la nostra Banca Centrale Europea) ha adottato un obiettivo formale di mantenimento dell’inflazione in un certo intervallo di valori positivi; la Banca Centrale Europea ne ha addirittura fatto il suo unico obiettivo esplicito (la Federal Reserve, invece, aggiunge a questo anche un obiettivo sul mercato del lavoro, ovvero sull’occupazione).

Il tasso d’inflazione può essere quindi considerato come una sorta di termometro di un sistema economico e finanziario: quando la misura è troppo elevata segnala un surriscaldamento dell’economia o la presenza di un’altra anomalia (ad esempio uno shock sui prezzi di prodotti importati, tipicamente legato alle materie prime o ad un calo del cambio); al contrario, una “temperatura” troppo bassa potrebbe indicare un sistema economico in condizioni di attività particolarmente ridotta e potenzialmente patologica, soprattutto se la dinamica dei prezzi stenta a tornare positiva. Al pari di quanto accade per la temperatura umana che deve essere compresa tra certi valori di riferimento, viene comunemente considerato ottimale avere una crescita dei prezzi contenuta di anno in anno (nell’intorno del 2% in Area Euro), evitando in tal modo sia le situazioni in cui i prezzi crescono troppo, nelle quali tipicamente tutti gli operatori economici (sia le imprese che i lavoratori) tendono poi a fissare o chiedere importi ancor più alti per non ritrovarsi in mano somme “svalutate”, sia la situazione opposta in cui i prezzi scendono e gli operatori economici tendono a ritardare indefinitamente le spese in attesa di poter comprare a condizioni migliori, inducendo così una sorta di congelamento dell’economia ed un ulteriore calo dei prezzi per mancanza di domanda.

Da quanto precede, è facile dedurre quanto le aspettative degli operatori economici riguardo all’andamento futuro dell’inflazione siano importanti nel determinare proprio la dinamica futura di questa variabile: un po’ come nelle profezie che si autoavverano, se tutti si aspettano che l’inflazione sarà su un certo livello, porranno in essere dei comportamenti di spesa coerenti con tale aspettativa determinando alla fine la realizzazione di quanto atteso. L’azione delle Banche Centrali oggi prende pertanto in grande considerazione le aspettative degli operatori che vengono rilevate attraverso sondaggi diretti o sono ricavate dai prezzi di alcuni titoli scambiati sul mercato (tipicamente gli strumenti derivati che riflettono una “scommessa” sul prezzo futuro di una variabile).

Questo meccanismo crea anche un legame forte tra le Banche Centrali e gli operatori economici rispetto al quale gioca un ruolo fondamentale la credibilità delle prime, aspetto che giustifica anche l’attenzione estrema che viene riposta dagli istituti di emissione agli aspetti di comunicazione: la credibilità è infatti un aspetto che si costruisce a poco a poco nel tempo ma può essere poi distrutta molto rapidamente.

Questo spiega anche la scelta che è stata fatta all’atto della creazione della Banca Centrale Europea: la Bundesbank (la Banca Centrale tedesca) era sicuramente tra tutti gli istituti dell’Area comune quella con la maggiore credibilità e vocazione storica alla lotta contro l’inflazione, oltre ad essere stata tra le prime Banche Centrali indipendenti dal Governo: l’esperienza dell’iperinflazione in Germania dopo il primo conflitto mondiale (nel 1923 il Marco si era deprezzato a tal punto da renderne necessari ben 4.200 miliardi per acquistare un solo dollaro USA), ha sicuramente lasciato nella popolazione tedesca un segno talmente profondo da far sì che l’azione della Bundesbank negli anni successivi sia stata sempre molto attenta al controllo dell’inflazione guadagnando una fama internazionale in tal senso e conferendo alla valuta nazionale un’importante solidità. Questo retaggio storico è spesso utile anche per interpretare la dialettica interna tra i membri del Consiglio Direttivo della BCE e prevedere l’evoluzione futura delle azioni dell’istituto centrale.

Venendo all’Italia, il nostro paese rispetto all’inflazione ha invece una storia piuttosto misera: il periodo pre euro è costellato di molti momenti di inflazione a doppia cifra (tra il 1980 e il 1994 mediamente è stata del 9,6% annuo, rispetto ad esempio al 3,2% medio della Germania e al 6,1% della Francia); la conseguente perdita di valore della nostra moneta rispetto alle altre valute, se da un lato sosteneva illusoriamente le esportazioni delle nostre imprese, dall’altro le condannava ad una competizione basata prevalentemente sul prezzo e poco su innovazione e qualità, con effetti di medio termine molto negativi.

Nel successivo periodo della “convergenza” verso l’euro, tra il 1995 ed il 2001, l’inflazione italiana è rimasta su livelli molto più bassi (mediamente 2,9% annuo), pur restando doppia rispetto a quella di Francia e Germania; un contributo decisivo a questa moderazione dell’inflazione lo hanno dato, comunque, una serie di riforme intraprese già negli anni precedenti, prima tra tutte l’abolizione della scala mobile del luglio 1992. La perdita di potere d’acquisto superiore a quella del resto d’Europa ci ha caratterizzato anche dopo l’introduzione dell’euro, ivi compresi gli anni della grande crisi, fino al 2013: va detto comunque che, nonostante la percezione comune fosse quella di prezzi raddoppiati per “colpa” della moneta unica, il valore medio dell’inflazione tra il 2002 e il 2012 è rimasto intorno al 2,2-2,3%, “appena” mezzo punto percentuale sopra le medie di Francia e Germania.

Le cose sono cambiate a partire dal 2013, in conseguenza delle politiche di aggiustamento che si sono rese necessarie nei paesi più colpiti dalla crisi del debito sovrano: a partire da quell’anno, infatti, le misure di inflazione relative all’Italia sono state tendenzialmente più basse di quelle degli altri paesi dell’Area (grafico successivo).

Come noto, le politiche di “austerity” implementate dal nostro paese avevano la finalità di ridurre gli squilibri debitori accumulati negli anni precrisi e riassorbire il divario di competitività che si era realizzato negli anni tra i vari paesi; infatti, la “svalutazione interna”, consistente in un calo del livello dei prezzi e dei salari di un paese, consente di ovviare all’impossibilità di attuare recuperi di competitività attraverso svalutazioni del cambio.

In conclusione, al di là delle scuole di pensiero, l’inflazione è un indicatore fondamentale per comprendere lo stato di un sistema socio-economico: un’inflazione sana è quasi sempre indice di un confronto equilibrato tra la domanda e l’offerta di beni e servizi e soprattutto di politiche (sia fiscali che monetarie) rigorose e credibili, attente ad evitare quelle distorsioni ed illusioni ottiche di breve termine che distorcono la competizione e la normale dialettica tra gli operatori e pregiudicano irrimediabilmente la futura sostenibilità di un sistema.


Liquidità e Rischio di liquidità

di Gianfranco Torriero
(Vice Direttore Generale dell’ABI)

Un soggetto economico può essere considerato liquido quando ha liquidità/disponibilità di fondi sufficiente, ossia fintanto che i contanti o gli elementi assimilabili al contante (i cosiddetti flussi di cassa) in ingresso risultano maggiori o almeno pari a quelli in uscita. Considerando in particolare una banca, il concetto di rischio di liquidità riguarda la possibilità che la liquidità di cui la banca dispone diventi per vari motivi scarsa al punto tale che essa si trovi nella impossibilità di fronteggiare i propri impegni di pagamento (ad esempio fornire dei contanti ad una controparte).
Alla base di tale difficoltà possono esservi ostacoli nel reperire fondi, ad esempio ottenere contante dai risparmiatori, ovvero a smobilizzare le attività detenute, ad esempio vendere sul mercato un titolo che la banca possiede.
Un aspetto del rischio di liquidità è anche quello di fronteggiare eventualmente i propri impegni ma sostenendo un elevato costo per reperire i fondi necessari ovvero incorrendo in perdite in caso di smobilizzo di attività quali titoli detenuti.
Nel misurare il rischio di liquidità deve essere preso a riferimento un orizzonte temporale: ad esempio, il rischio può essere basso riguardo agli impegni in scadenza tra un mese (considerando i flussi in entrata ed in uscita previsti per quella data) ma alto nella prossima settimana.
Il rischio di liquidità delle banche è oggetto di massima attenzione da parte dei relativi vertici nonché delle autorità di supervisione bancaria. Una eventuale crisi di liquidità può essere alla base non solo della crisi di una singola banca ma a sua volta, sebbene solo nel caso in cui questa banca ricopra un ruolo importante nel settore finanziario, di una crisi di liquidità che potrebbe estendersi agli altri operatori (crisi sistemica).  


Mercati e concorrenza

di Giovanni Sabatini
(Direttore Generale dell’ABI)

Mercato è un’espressione che suona a tutti familiare. Sin da bambini abbiamo sentito dire dai genitori o dai nonni “devo andare al mercato”. Con il passare del tempo si percepisce però che il termine – spesso utilizza- to al plurale – ha un significato diverso. Si sente dire in televisione che “i mercati” hanno reagito male ad un avvenimento politico o economico, oppure che si attende di sapere quali saranno le reazioni “dei mercati” ad una certa notizia. In questa fase iniziano a sorgere i dubbi: cosa sono questi mercati? In campo economico il termine mercato indica il luogo dello scambio dei beni e dei servizi. Questo può essere un luogo fisico, come il mercato che molti hanno vicino casa, oppure un luogo astratto, non materiale. Sul mercato operano gli acquirenti e i venditori, che in termini economici sono definiti rispettivamente la domanda e l’offerta.
Spesso si fa riferimento non a tutto il mercato, ma a suoi segmenti specifici, come il mercato dell’auto o quello dei calciatori. Si parla cioè di sezioni del mercato, circoscrivendo i beni e i servizi che vi sono scambiati. Ma ci sono anche diversità dal punto di vista del territorio: esistono i mercati locali, quelli nazionali e quelli internazionali. E ci sono, ancora, i mercati all’ingrosso e quelli al dettaglio. Insomma, possono esserci infinite variabili.
Perché ciascuna merce e ciascun territorio ha le proprie specificità, dal punto di vista delle produzioni, dei prezzi, della stagionalità. Per questo si parla di mercati, al plurale. In qualsiasi mercato i prezzi e la concorrenza sono elementi importanti. I prezzi vengono determinati da diversi fattori: il più significativo è la scarsità o l’abbondanza di un bene sul mercato. I diamanti costano molto perché non è facile trovarli. L’acqua costa poco, almeno in Italia, perché è semplice reperirla. Ma immaginate di trovarvi nel deserto, senza riserve d’acqua: se trovate qualcuno disposto a vendervi un litro d’acqua, paghereste una cifra molto alta per averla.
Con il termine concorrenza si è soliti indicare una serie di libertà che gli agenti economici – singoli, imprese o Stati – hanno (o non hanno) nella loro azione: se possono partecipare liberamente alla compravendita, se devono sottostare a vincoli di diversa natura, se c’è piena condivisione delle informazioni fra gli operatori, se ciascuno è libero di chiudere la propria attività ed aprirne una nuova in un altro settore. La concorrenza spinge i prezzi verso il basso, la sua mancanza verso l’alto. Se al mercato rionale solo un banco vende le arance, può decidere di alzare il prezzo perché è l’unico venditore. Se sono in tanti a venderle ciascuno tenderà a fissare un prezzo più basso del concorrente, portando progressivamente i prezzi a scendere, con un chiaro vantaggio per i consumatori.
In tempi recenti hanno acquistato grande importanza i cosiddetti “mercati finanziari”.
È soprattutto ad essi che si fa riferimento quando si parla dei mercati senza ulteriori specifiche. Sono i luoghi deputati alla compravendita degli strumenti finanziari.
Privati, aziende e Stati scambiano fra loro denaro con obiettivi di investimento e finanziamento: chi dispone di risparmi, può prestarli in cambio di un interesse a chi ne ha bisogno. Esistono mercati delle azioni, delle obbligazioni e di altri strumenti. Anche gli Stati ricorrono ai mercati finanziari: è lì che si rivolgono in cerca di prestiti per gestire il proprio debito pubblico.
Nella compravendita di strumenti finanziari sono insiti alcuni rischi economici, perché non sempre il denaro prestato o investito viene recuperato nelle quantità previste.
Facciamo l’esempio di un importante strumento finanziario, le azioni, che rappresentano quote di valore delle aziende. I risparmiatori (come le banche e altri soggetti che detengono risparmio) possono comprare azioni dell’ENI, della Apple e di tante altre società. Se l’attività di queste aziende va bene, il valore delle azioni tende a salire e chi le ha comprate può ricavarne un guadagno rivendendole; se invece le aziende hanno risultati negativi le azioni scendono e chi le detiene si ritrova ad avere un valore inferiore. La globalizzazione ha reso i mercati finanziari molto grandi. Da qualsiasi luogo è possibile acquistare azioni o altri titoli riferiti a tutti gli Stati del mondo. Inoltre, si trovano ad operare sui mercati soggetti che dispongono di grandissime quantità di risparmio. Con le loro scelte d’investimento questi grandi operatori possono premiare (o mettere in difficoltà) chi ha bisogno di risorse: dalle singole aziende fino agli Stati nazionali. Si attribuisce molta attenzione “ai mercati”, o più esattamente agli operatori che vi operano, perché i loro orientamenti possono avere conseguenze di rilievo sulla realtà economica in cui ciascuno vive ed opera.


MiFID

di Gianfranco Torriero
(Vice Direttore Generale)

MiFID è l’acronimo di Direttiva europea dei mercati degli strumenti finanziari. L’obiettivo di fondo di tale direttiva è assicurare il corretto funzionamento dei mercati finanziari e il corretto comportamento degli intermediari, a tutela degli interessi degli investitori e risparmiatori. Si tratta di una disciplina molto ampia e articolata, in quanto la MiFID è una direttiva che definisce regole dettagliate, omogenee e valevoli in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea.

Per quanto riguarda la tutela degli investitori, la MiFID definisce le regole di comportamento che gli intermediari devono rispettare nello svolgimento di tutte le attività connesse agli investimenti per conto dei propri clienti (che vengono chiamate “servizi di investimento”). La direttiva, pertanto, definisce le regole per l’autorizzazione e l’organizzazione interna degli intermediari (imprese di investimento, banche e SIM appositamente autorizzate), i doveri di trasparenza informativa nei confronti degli investitori, e i requisiti di correttezza dei diversi servizi.

Tra questi requisiti di correttezza, particolare importanza per la tutela degli investitori è la profilatura della clientela (che serve all’intermediario per conoscere meglio il proprio cliente) e la valutazione di adeguatezza o di appropriatezza degli investimenti offerti o consigliati al cliente.

Per quanto riguarda i mercati finanziari, la disciplina definisce le regole su come possono realizzarsi le negoziazioni di strumenti finanziari, prevedendo varie tipologie di sedi di negoziazione: i mercati regolamentati, i sistemi multilaterali di negoziazione (MTF) e gli internalizzatori sistematici (cioè gli intermediari che eseguono in conto proprio gli ordini di compravendita dei clienti al di fuori dei mercati). Per ciascuna di esse, la direttiva definisce i requisiti di accesso, le regole di svolgimento delle negoziazioni e come le informazioni sugli scambi devono essere rese pubbliche agli investitori (le cosiddette regole di trasparenza degli scambi).

La MiFID è entrata in vigore in tutta Europa per la prima volta nel 2007, ma dal gennaio 2018 è in vigore la seconda versione (cosiddetta MiFID II), che ha apportato numerose novità, volte a rafforzare i diversi presidi a tutela dei mercati e degli investitori.


NPL- Non Performing Loans

di Luigi Abete
(Presidente di BNL)

NPL è l’acronimo di “Non Performing Loans”, un’espressione inglese che in italiano è correntemente tradotta in “crediti deteriorati”. In estrema sintesi e semplicità, gli NPL ovvero i crediti deteriorati sono prestiti sul cui regolare rimborso è lecito avere dubbi.

Missione di una banca, dai tempi del Rinascimento come nell’età del 4.0, è erogare prestiti alle imprese, che investono e creano nuovi posti di lavoro, e alle famiglie, che usano il credito per acquistare abitazioni o beni di consumo. Dall’erogazione dei prestiti discende una parte non piccola della redditività bancaria. Nondimeno, l’attività di concessione del credito è intrinsecamente esposta al rischio che il debitore – impresa, famiglia, … – non rimborsi il credito ottenuto nei tempi prestabiliti. Quando il debitore interrompe o ritarda il rimborso del capitale o degli interessi, la banca, passato un periodo di tempo stabilito, è chiamata a classificare il credito come deteriorato. Dal mancato adempimento degli obblighi sottoscritti dal debitore nasce l’NPL, il Non Performing Loan.

Secondo le regole attuali il complesso dei crediti deteriorati (NPL) si articola in tre sottocategorie:

  1. le esposizioni scadute e/o sconfinanti, ovvero i finanziamenti con un ritardo di pagamenti (o uno sconfinamento rispetto ai limiti contrattuali) superiore a 90 giorni;
  2. le inadempienze probabili (unlikely to pay), che sono i prestiti per i quali la banca deve ritenere improbabile un integrale adempimento degli obblighi contrattuali, senza il ricorso ad azioni quali l’escussione delle garanzie;
  3. le vere e proprie sofferenze, ovvero i prestiti nei confronti di un soggetto in dichiarato stato di insolvenza o in situazioni sostanzialmente equiparabili

L’emergere di una quota di crediti deteriorati rappresenta un elemento fisiologico dell’attività bancaria. Allo stesso modo, è fisiologico che l’incidenza degli NPL sul totale dei prestiti bancari tenda ad aumentare in periodi di forte crisi economica come quelli intervenuti in Italia nel passato decennio, penalizzato dallo sviluppo di due recessioni che hanno condotto al fallimento di migliaia di imprese e alla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Nondimeno, per poter adempiere al proprio compito di sostenere l’economia nel lungo termine, le banche e i sistemi bancari interi debbono lavorare per contenere l’aumento della quota dei crediti deteriorati sul totale dei crediti. Solo riducendo l’eccesso di NPL, una banca o un sistema bancario può sviluppare gli spazi per nuovi crediti “in bonis” a sostegno della ripresa economica.

Sotto l’urto delle recessioni, il peso dei crediti deteriorati è salito in Italia dal 5,3% del 2007 al 18,2% del 2015. Al netto delle rettifiche di valore effettuate in bilancio tramite l’accantonamento di fondi il peso degli NPL è salito dal 2,9% del 2007 al massimo del 10,9% del 2015. A partire dal 2016, grazie ai benefici effetti della ripresa economica, al varo di opportune misure legislative e agli sforzi compiuti dalle banche per rendere più proattiva la gestione e il recupero dei crediti deteriorati, l’incidenza degli NPL in Italia ha cominciato a diminuire sia al lordo sia al netto delle rettifiche. Alla fine del 2016 l’ammontare degli NPL netti censiti dalla Banca d’Italia si è attestato a 173 miliardi di euro di cui 81 miliardi in sofferenze.

In prospettiva, il consolidamento della ripresa economica aiuterà il ridimensionamento ulteriore del problema dei crediti deteriorati. Già nella primavera del 2017 il flusso di nuovi NPL è sceso su valori non superiori a quanto osservato prima della crisi. Con il tempo, la decelerazione dei flussi si trasferirà anche in una riduzione dell’incidenza degli NPL in termini di consistenze, riducendo il divario che oggi ancora colloca l’Italia ampiamente al di sopra delle medie dei sistemi bancari degli altri principali paesi europei: paesi, va sempre ricordato, che negli scorsi anni hanno molto più che l’Italia utilizzato fondi pubblici per favorire il risanamento dei sistemi nazionali, bancari e finanziari.

In questo contesto ridurre di più e più velocemente l’incidenza dei crediti deteriorati chiede alle banche italiane di lavorare su un portafoglio articolato di strumenti. Le leve a disposizione sono molteplici e vanno sfruttate, a cominciare dagli strumenti già disponibili sul fronte degli accordi stragiudiziali con le imprese per la ristrutturazione dei debiti e per il trasferimento dei beni immobili in garanzia. Ugualmente, come già sta avvenendo, potranno aumentare le cessioni di crediti deteriorati da parte degli intermediari a operatori specializzati. Andranno comunque evitate politiche generalizzate di vendita che intaccherebbero il patrimonio delle banche in una fase in cui l’emissione di capitale di rischio rimane impegnativa.

Accanto alle banche, sarà poi necessario che passi ulteriori vengano compiuti dalla legislazione e dalla giurisdizione nella direzione di una riduzione dei tempi della giustizia. Occorre dare seguito alle iniziative di riforma avviate in tema di procedure concorsuali, concretizzando quell’opera di razionalizzazione e semplificazione che la delega legislativa mira a realizzare. Servono misure organizzative volte a favorire la specializzazione dei giudici all’interno dei tribunali, istituendo sezioni specializzate vere e proprie su tutto il territorio nazionale.

Non solo nuove leggi. Per sciogliere il nodo degli NPL in Italia e dare più credito alla ripresa occorrono anche buone pratiche, comportamenti ed esempi virtuosi. Come è stato autorevolmente osservato, alcuni dei problemi di lentezza delle procedure non dipendono solo dal quadro legislativo. La durata media di una procedura fallimentare varia in Italia da 4,8 anni nel distretto di Trento a 15,4 in quello di Messina. Per usare un eufemismo, ci sono ampi spazi di miglioramento. Per velocizzare la giustizia e accelerare per questa via lo smaltimento degli NPL. Per stimolare più investimenti, dall’Italia e dall’estero. Per consolidare ed estendere la ritrovata crescita.


PIL-Prodotto Interno Lordo

di Giovanni Sabatini
(Direttore Generale dell’ABI)

Sin da giovanissimi veniamo a conoscenza di una serie di sigle (il termine più corretto è acronimi): BMW, DVD, CAP, WI-FI e tante altre. Ce n’è un’altra, che s’inizia ad ascoltare presto, ma il cui significato rimane un po’ oscuro: PIL. La sentiremo ripetere probabilmente per tutta la nostra vita adulta, dagli organi d’informazione ma anche nelle discussioni tra familiari e amici, ed è bene capirne il significato perché si tratta di una materia importante.

PIL significa letteralmente Prodotto Interno Lordo ed è l’indicatore più diffuso riguardo alla ricchezza nazionale. Indica l’insieme di beni e servizi che uno Stato produce durante un certo periodo di tempo, un mese, un trimestre, un anno. Si parla quindi di PIL italiano, PIL tedesco, PIL cinese ecc. Il termine contiene una precisa indicazione geografica: il riferimento è a quello che viene prodotto all’interno dei confini indicati. Se un’azienda straniera produce in Italia, il PIL italiano ne deve tenere conto; al contrario, se un’azienda o un lavoratore italiano realizzano prodotti all’estero, non vanno considerati. Per questo è definito interno.

A partire dal PIL si calcola il reddito medio dei cittadini: il rapporto fra PIL e numero degli abitanti indica il reddito pro-capite. Il valore del PIL non è fisso, ma cambia costantemente in base all’andamento dell’attività economica: in tempo di crisi la ricchezza prodotta è stazionaria o si contrae, mentre in fase espansiva il PIL cresce. Gli istituti centrali di statistica misurano costantemente il suo andamento e comunicano mensilmente se il PIL è aumentato o diminuito. Si tratta di una indicazione importante, perché permette di comprendere se la ricchezza della nazione sta crescendo o si sta riducendo. Dopo due trimestri consecutivi di calo, un Paese viene considerato in recessione.

I Paesi con il PIL più alto sono attualmente quelli appartenenti al G7 – Gruppo dei Sette, del quale fanno parte storicamente i Paesi più industrializzati, che sono Stati Uniti, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia e Canada – e quattro grandi Paesi che hanno registrato un significativo sviluppo negli ultimi anni: Cina, Russia, Brasile e India. Alcune di queste nazioni sono molto popolate, altre hanno un numero relativamente basso di cittadini. Queste ultime, fra cui l’Italia, hanno un reddito pro-capite molto più alto.

Sono state formulate diverse critiche al PIL, perché ha effettivamente diversi limiti. Questo indicatore non tiene conto di tutte le attività realizzate a titolo gratuito che in realtà sono importanti per un Paese e la sua economia, come il volontariato; non valuta in alcun modo dell’impatto positivo o negativo che le attività produttive hanno sulla società e l’ambiente; non dà nessuna indicazione su come il reddito sia effettivamente distribuito nella popolazione, ignorando se alla crescita della produzione si accompagni una diffusione del benessere fra i cittadini. Nel tempo sono stati proposti diversi indicatori alternativi, fra i quali l’indice di sviluppo umano utilizzato dalle Nazioni Unite. Tuttavia non è ancora stato trovato un accordo su un indicatore comunemente accettato. Al contrario, molti indicatori relativi ai conti dello Stato, come il debito pubblico e il deficit sono considerati proprio in rapporto al Prodotto Interno Lordo.


Pri.Banks

di Pietro Sella
(Presidente di Pri.Banks)

Pri.Banks è la denominazione abbreviata dell’Associazione Banche Private Italiane, con sede a Milano.

Secondo lo Statuto di Pri.Banks si intende per banca privata ogni banca che abbia forma giuridica di società per azioni e il cui controllo non sia detenuto, per legge o per statuto, da soggetti pubblici.

Pri.Banks si propone dunque come punto di riferimento per le imprese bancarie con un assetto proprietario privato, spesso caratterizzato da una matrice familiare e manageriale, sempre con un marcato presidio sulla gestione operativa.

Pri.Banks nasce con il nome di Assbank nel 1954 per rappresentare le Aziende Ordinarie di Credito, in un contesto storico a quel tempo caratterizzato da un sistema bancario a governance prevalentemente pubblica e rigidamente suddiviso fra le diverse categorie giuridiche. A partire dal 1994, a seguito della riforma Amato del 1990, l’Associazione ha introdotto nella propria denominazione il riferimento alle banche private, caratterizzandosi ulteriormente come aggregazione di questa specifica tipologia bancaria.

Oggi, nonostante l’evoluzione del settore bancario italiano verso una totale privatizzazione, Pri.Banks mantiene il suo carattere distintivo e la sua missione di rappresentare e rinnovare la tradizione di un’impresa bancaria che ispira la propria attività a principi di sana gestione, nel rispetto dei valori essenziali per un banchiere: prudenza, correttezza, trasparenza, solidità, fiducia, responsabilità, indipendenza e forte orientamento al cliente.

Un “ritorno al futuro” oggi più che mai in sintonia con la cultura di salvaguardia dei risparmiatori e dell’economia reale fortemente promossa dalla Banca Centrale Europea e da tutti gli organismi di controllo nazionali e internazionali.

I valori di Pri.Banks nascono dalla natura stessa delle banche che hanno scelto di condividerli:

  • banche di proprietà di una famiglia o con un azionariato di forte riferimento, con un impegno diretto nella gestione operativa, a garanzia di un modello di governance etico basato sulla responsabilità personale;
  • banche da sempre legate al territorio in cui sono nate, punto di riferimento delle famiglie e dello sviluppo del tessuto economico e produttivo locale, attraverso relazioni di conoscenza e fiducia reciproca;
  • nuove imprese bancarie che interpretano in modo innovativo il “fare banca”, in risposta alla crescente disintermediazione bancaria alimentata dalle nuove tecnologie.

Al mese di settembre 2017 Pri.Banks conta 35 associati. Al 31 dicembre 2016 le Banche associate a Pri.Banks dispongono in aggregato di un attivo totale pari a 173 miliardi di euro, operano attraverso circa 2 mila sportelli e si avvalgono di circa 25 mila dipendenti.

Altri tratti quantitativi salienti sono l’ammontare degli impieghi verso la clientela pari a circa 90 miliardi e quello della provvista (esclusa quella interbancaria) che è pari a 115 miliardi.

In proporzione al settore bancario italiano nel suo complesso, le Banche associate a Pri.Banks rappresentano il 6,8% del mercato se si considerano gli sportelli e il 7,6% con riferimento al totale attivo.

Le masse intermediate sono pari al 6,6 % del totale nazionale mentre i dipendenti rappresentano l’8,2%.

La carica di Presidente dell’Associazione è stata ricoperta da Luigi Candiani, il Presidente della fondazione, da Dino Del Bo e successivamente da Tancredi Bianchi e da Camillo Venesio, entrambi attualmente Presidenti onorari dell’Associazione.

L’attuale Presidente di Pri.Banks è Pietro Sella, amministratore delegato di Banca Sella Holding, storico gruppo bancario privato.

Sito Internet: pribanks.it e pribanks.com (in lingua inglese)

 


Rapporto debito pubblico - PIL

di Gianfranco Torriero
(Vice Direttore Generale dell’ABI)

Per comprendere questo importante indicatore è utile, in prima battuta, analizzare separatamente le due grandezze economiche che lo compongono.

Al numeratore del rapporto troviamo il debito pubblico, che rappresenta il debito accumulato dallo Stato nei confronti di altri operatori economici quali famiglie, imprese, banche o stati esteri. Il debito pubblico detenuto da operatori economici di stati esteri è definito debito estero, mentre quello detenuto da soggetti economici nazionali è definito debito interno.

Per capire come si forma il debito pubblico è necessario introdurre il concetto di deficit/surplus pubblico. Come tutti gli operatori economici, il bilancio dello Stato è formato da entrate e uscite. Nello specifico, le entrate pubbliche sono rappresentate prevalentemente dalle tasse e dai contributi previdenziali che i cittadini versano allo Stato. Le uscite pubbliche sono invece rappresentate dai costi che lo Stato sostiene per offrire servizi ai cittadini (sanità, sicurezza, istruzione), per la previdenza e per il servizio del debito (interessi). Quando le uscite superano le entrate si verifica una situazione di deficit del bilancio pubblico e lo Stato è costretto a indebitarsi per reperire le risorse che mancano. Viceversa, quando le entrate superano le uscite si verifica una situazione di surplus. La somma algebrica dei deficit e dei surplus, che si manifestano nel corso degli anni, forma il debito pubblico: più alto è il debito, maggiori saranno le risorse che lo Stato dovrà stanziare per pagare gli interessi.

Al denominatore del rapporto troviamo il Prodotto Interno Lordo (PIL), che rappresenta il valore monetario di tutti i beni e servizi prodotti da un Paese in un determinato arco di tempo.

Il debito pubblico viene spesso indicato in rapporto al PIL per mettere in evidenza lo stock di debito accumulato in relazione alla capacità produttiva di un paese. Quindi per confrontare più correttamente Paesi con livelli di debito pubblico e di PIL diversi.

In Italia il livello del rapporto debito/PIL risulta elevato nel confronto internazionale, ed è cresciuto soprattutto negli anni Ottanta del secolo scorso. Nel 1980 il debito pubblico era pari al 54% del PIL ma, solo dieci anni dopo, era salito al 92%. Nel 2000 tale rapporto era arrivato al 110%, per poi scendere al 99,7% nel 2007. A seguito della Grande crisi internazionale scoppiata nel 2008, il rapporto debito pubblico/PIL ha ricominciato a crescere fino a toccare il 132,6% nel 2016. Lo stock di debito, pari a oltre 2.200 miliardi di euro, è detenuto per il 67,2% da operatori residenti e per il restante 32,8% da operatori esteri.


Rapporto deficit - PIL

di Maurizio Sella
(Presidente di Banca Sella Holding)

Il rapporto deficit/PIL esprime la differenza tra le entrate e le uscite annuali delle finanze pubbliche di un Paese, rapportate al livello del PIL prodotto nello stesso anno: quando le uscite sono maggiori delle entrate si parla di deficit, viceversa di surplus (quando si equivalgono c’è “pareggio”). Nel caso in cui un Paese sia in deficit, tipicamente reperisce i fondi necessari a far fronte alle uscite emettendo titoli di Stato i quali vanno ad incrementare il debito pubblico; quest’ultimo, come noto, alimenta la spesa per interessi passivi che va a sua volta a peggiorare la misura stessa del deficit.

Il deficit/PIL è una delle misure fondamentali dell’equilibrio economico di un paese, perché esprime la capacità di commisurare la spesa nell’anno alle effettive entrate nelle casse statali; il fatto che il deficit non sia in livello assoluto ma sia rapportato al PIL, quindi in percentuale, consente di fare confronti tra paesi diversi, tenendo in considerazione sia la dimensione sia il grado di sviluppo dell’economia di ciascuno.

Tale equilibrio va inteso come tendenziale, da realizzare cioè nella media di più anni poiché è normale che transitoriamente un paese sia in deficit visto che quasi tutti i Governi tentano di “stabilizzare” le oscillazioni del ciclo economico aumentando la spesa pubblica nelle fasi di recessione o di rallentamento della crescita, con interventi discrezionali oppure con meccanismi automatici: nelle fasi di contrazione economica si osserva infatti di norma un calo delle entrate poiché la diminuzione degli scambi ed i minori profitti degli operatori portano nelle casse statali minori imposte e tasse; allo stesso tempo, una serie di “stabilizzatori automatici” dei redditi (ad esempio la cassa integrazione, i sussidi di disoccupazione e simili) si attivano in queste circostanze per sostenere le famiglie in difficoltà, determinando maggiori uscite dal bilancio pubblico; come detto, inoltre, i Governi in queste circostanze varano di solito ulteriori interventi discrezionali di spesa pubblica, come ad esempio gli investimenti in infrastrutture ed i piani di assunzioni statali, che contribuiscono ad evitare che il calo di occupazione e dei redditi di imprese e famiglie determinino una pericolosa spirale di “avvitamento progressivo” dell’economia (perché a fronte del calo della domanda le imprese licenziano dipendenti e questi diminuiscono di conseguenza i consumi peggiorando le condizioni delle imprese); uno dei primi e più noti esempi di interventismo statale è costituito dal massiccio piano di investimenti pubblici voluto dal Presidente Roosevelt negli anni Trenta che consentì il superamento della crisi del ‘29 negli Stati Uniti.

Nonostante la presenza di un ragionevole deficit e il conseguente aumento del debito pubblico siano, come detto, fenomeni fisiologici nei periodi di crisi, è necessario che a questi seguano delle fasi di surplus di bilancio e conseguente decumulo del debito. Qualora ciò non accada e si abbia una persistenza prolungata dello squilibrio tra entrate ed uscite, si è in presenza di un’anomalia.

Ovviamente ogni caso è a sé e non si può generalizzare ma, tipicamente, la risoluzione di gravi problemi socio economici richiederebbe riforme strutturali profonde che molto spesso portano, nel breve periodo, sacrifici sui cittadini e dissenso sociale e benefici percepibili, invece, solo a distanza di anni; ciò crea un’asimmetria importante degli incentivi che insistono sul potere politico che deve scegliere tra il coraggio di riforme potenzialmente lesive del consenso elettorale nel breve termine ed interventi di spesa pubblica che possono magari “comprare consenso” politico attraverso stimoli di breve periodo dell’economia. Questa asimmetria può determinare quindi la dilazione nel tempo della soluzione ai problemi maggiori e, al limite, il paradossale trasferimento sulle generazioni successive sia della necessità di trovare soluzioni, sia del debito accumulato attraverso il sistematico susseguirsi di politiche pubbliche in deficit.

Proprio per limitare la discrezionalità di una classe politica a scapito dei successori e, potenzialmente, delle generazioni successive, nei trattati costitutivi dell’Europa unita il rapporto tra deficit e PIL viene limitato al 3% e la regola di fondo è quella del pareggio tendenziale dei conti pubblici. Il deficit/PIL viene anche calcolato escludendo dalle uscite la spesa per interessi generata dal debito pubblico (il cosiddetto “saldo primario”), in modo da isolare, nelle valutazioni sulle politiche fiscali, parte degli oneri derivanti dalle “gestioni” precedenti.


Reputazione

di Maurizio Beretta
(Responsabile Relazioni Esterne di Unicredit)

C’è una frase, attribuita a Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, che in maniera estremamente sintetica ed efficace definisce il concetto di reputazione. La frase, che è stata declinata in vari modi, dice sostanzialmente “la reputazione è quello che la gente dice di voi quando non siete presenti”. Ovviamente, come tutte le sintesi, può essere considerata estrema o eccessivamente semplice, ma ha il pregio di rendere bene l’idea. È un concetto che si può applicare a una persona, a un’impresa, a un’associazione, a una marca e ogni declinazione ha le sue peculiarità. Ma, al fondo, una cosa appare evidente: da un lato, ogni soggetto, individuo o organizzazione complessa, costruisce nel tempo la percezione che gli altri avranno di loro; dall’altro, nel momento in cui quella percezione diviene cruciale per una valutazione, un giudizio, una scelta fra diverse opzioni o diversi concorrenti, quello che vale è ciò che hai costruito, sedimentato, consolidato nel tempo.

Per un’impresa possiamo quindi dire che la reputazione esprime la percezione che all’esterno hanno di essa i vari stakeholder: i clienti, gli azionisti, gli investitori, le Autorità che regolano e vigilano il mercato e i singoli macro settori, le diverse controparti con cui interagisce nella sua attività. E, naturalmente, i media – vecchi e nuovi – la cui importanza e capacità di influenza è sotto gli occhi di tutti. Nello stesso tempo, se guardiamo all’interno dell’azienda, la reputazione esprime anche l’opinione che di quella stessa impresa hanno le persone che vi lavorano. Un elemento, questo, estremamente importante che influisce su molti fattori – il senso di appartenenza, la capacità di essere ambasciatori dei valori della propria impresa, l’apprezzamento per la propria realtà di lavoro – che sono fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi.

Charles J. Fombrun, un guru internazionale in materia di reputazione e autore di studi approfonditi sul rapporto tra la corporate image e la creazione di valore, sostiene che per un’azienda il brand è la vista dell’azienda “inside-out” mentre la reputazione è quella “outside-in”. Ciò significa che il Brand Management riguarda ciò che l’azienda cerca di raccontare di sé: la propria storia, quanto di buono è stato fatto e si sta facendo.

La Reputation è il risultato, cioè quello che l’azienda è nella percezione dei diversi stakeholder come frutto di ciò che fa e dei propri comportamenti. Per questo, sia per valutare sia per costruire la propria reputazione è essenziale identificare gli elementi che impattano sulle percezioni degli stakeholder ma anche del pubblico indistinto, di coloro che già sono clienti ma anche dei clienti potenziali. Sulla base del modello di Harris-Fombrun i driver per un’azienda riguardano le performance economico-finanziarie, i prodotti e i servizi offerti, il ruolo di “employer”: con attenzione all’ambiente di lavoro nel suo complesso e dove conta essere un’azienda nella quale è considerato bello lavorare e che, anche per questo, ha delle risorse umane di qualità. Ma nello stesso modello pesano anche la capacità di essere una realtà attrattiva dal punto di vista emozionale (fiducia, ammirazione e rispetto sono le parole chiave), l’impegno di responsabilità sociale con l’attenzione alle persone, all’ambiente e alle buone cause. E ancora, la visione strategica, con una chiara idea del futuro, e la leadership, sempre più determinante. Importantissima per tutte le imprese, la reputazione è un fattore cruciale per le banche, soggetti economici la cui stessa esistenza è basata sulla fiducia e sulla credibilità. Valori che richiedono anni per essere costruiti e consolidati e che – in tutti i settori, non solo nel credito o nella finanza – possono essere messi pesantemente a rischio per una scelta sbagliata o per comportamenti inadeguati. Per questo il rischio reputazionale è sempre più al centro dell’attenzione delle strutture complesse. Gli eventi che causano danni reputazionali e perdite di fiducia possono essere molto costosi in termini di sanzioni e di azioni giudiziarie ma soprattutto possono minacciare la capacità di generare nuovo business e lo sviluppo futuro delle istituzioni che le subiscono. Ecco dunque che Compliance e Risk Culture devono costantemente rappresentare un punto di riferimento fondamentale e una cultura diffusa a tutti i livelli, in una banca come in una impresa.


Risparmio

di Gian Maria Gros-Pietro
(Presidente di Intesa Sanpaolo)

Il risparmio è reddito prodotto, quindi disponibile, che tuttavia non viene consumato. Il contadino che non consuma tutto il grano raccolto, ma ne conserva una parte per seminarlo in seguito, effettua un risparmio in natura: il suo risparmio è costituito da sacchi di grano. Il lavoratore che guadagna un salario in denaro, e non lo spende tutto, risparmia una somma di denaro. Il risparmio nasce quindi già investito, nella fattispecie della quale era costituita la produzione di reddito da cui esso deriva: sacchi di grano, denaro.

Per utilità pratica, quasi tutto il risparmio viene convertito temporaneamente in denaro, che a sua volta verrà riconvertito, prima o poi, nei beni desiderati. Nel linguaggio corrente per risparmiatore si intende una persona che ha messo da parte una quantità di denaro da utilizzare in futuro, in usi che al momento non sono definiti. Per investitore del risparmio, invece, si intende di solito colui che intende convertire una somma di denaro in una attività, spesso finanziaria, caratterizzata dalla capacità di conservare valore nel tempo, eventualmente di accrescerlo, e magari di generare un piccolo flusso di reddito corrente estraibile.

Va quindi sottolineato che l’investimento del risparmio in senso stretto, come sopra descritto, non è altro che la conversione di un risparmio già investito in liquidità, e quindi già soggetto ad alcuni rischi (come minimo l’erosione da inflazione), in altre forme di impiego, in genere più redditizie, ma meno prontamente liquidabili e soggette a qualche rischio in più. Proteggere il risparmio non si può senza proteggere l’investimento in cui esso si converte. Ma non è possibile scindere il maggior reddito che il risparmiatore si prefigge con l’investimento, rispetto al denaro liquido, dal maggior rischio che ad esso è connesso. La protezione del risparmiatore consiste quindi nel far sì che egli sia reso edotto delle caratteristiche di rischio di ciascun prodotto finanziario, e nell’assicurarsi che egli sia in grado di valutare adeguatamente la combinazione rischio / rendimento che meglio risponde alle sue esigenze: chiunque capisce che un rendimento del 10% è maggiore di uno del 3%, ma non tutti sono in grado di valutare se il maggior rendimento di uno specifico investimento bilancia adeguatamente il maggior rischio che esso comporta.

Compito dell’operatore finanziario, spesso una banca, è di assistere il risparmiatore nella scelta di scadenze, rendimenti, gradi di rischio che si adattino al suo reddito, alla composizione attuale del suo patrimonio, alla sua età, ai suoi prevedibili flussi futuri di entrate e di uscite, alla sua situazione famigliare, fiscale, e generale.

È virtuoso il risparmio?
Per il singolo sì, perché significa previdenza. Per la collettività ha effetti benefici a certe condizioni. Lo vediamo meglio se immaginiamo una piccola comunità di due naufraghi su un’isola deserta che abbiano deciso di specializzarsi: uno pesca, l’altro coltiva, ottenendo dalla specializzazione delle loro attività una maggiore efficienza di entrambi. Si scambiano i prodotti sulla base di ore di lavoro, rappresentate da conchiglie: il pescatore che vende il prodotto di un’ora di pesca ottiene una conchiglia, con la quale può comprare il prodotto di un’ora di agricoltura. Supponiamo che il “mercato” sia in equilibrio: entrambi lavorano otto ore al giorno, ciascuno consuma il prodotto di quattro ore del proprio lavoro e scambia il prodotto delle altre quattro ore con il prodotto di quattro ore del lavoro del suo compagno. Introduciamo ora un risparmio virtuoso. Il pescatore va dal coltivatore e gli dice: risparmierò una parte delle conchiglie che tu mi dai, non le userò per comprarti del cibo, ma ti chiederò delle fibre vegetali con le quali costruirò una rete e vivremo meglio. Tutto bene, il prodotto lordo migliorerà perché il contenuto di un’ora di pesca, che continua a valere una conchiglia, sarà più ricco. Immaginiamo invece un risparmio non virtuoso. Il pescatore va dal coltivatore e gli dice: “Ho deciso di risparmiare per il futuro: metterò da parte una conchiglia al giorno delle 4 che mi paghi per il prodotto di 4 delle mie ore di pesca”. Il coltivatore sa che riceverà “dal mercato” solo 3 conchiglie al giorno, quindi riduce di un’ora al giorno la sua produzione, ma anche il suo consumo di pesce, perché ormai può comprarne solo per 3 conchiglie al giorno. Così anche il pescatore dovrà ridurre la sua produzione e il suo reddito, mangerà meno prodotti della terra, ma non risparmierà neanche una conchiglia.

Morale: il risparmio di denaro (conchiglie) è socialmente virtuoso quando viene investito, è invece dannoso se si limita a sottrarre denaro dalla circolazione. Ne consegue l’utilità della funzione della banca, che converte il risparmio dei depositanti in finanziamento degli investimenti di altri soggetti.


(La cultura del) Risparmio

di Giuseppe Guzzetti
(Presidente dell’ACRI)

In uno scorcio d’anno in cui i mercati recuperano fiducia e i dati strutturali del Paese mostrano segni di ripresa, si torna a parlare positivamente di risparmio, da sempre un valore per gli italiani.

Ma cos’è il risparmio? Il risparmio è quella parte del reddito che non viene consumata per utilizzarla in un momento successivo, cercando di aumentarne o almeno mantenerne il valore nel tempo. Esso è alla base di ogni investimento economico, sociale, personale ed è perciò strumento di crescita e di sviluppo. È anche la materia prima con cui lavora il mondo della finanza e del credito; ma è soprattutto lo strumento per dare sostanza ai sogni e consistenza ai progetti, per sé stessi e per altri: una casa, una vacanza, un puntello per il benessere futuro, la base economica per offrire ai propri figli l’occasione per realizzarsi con una propria impresa, la risorsa per un’iniziativa filantropica o sociale da destinare alla collettività. In ogni caso è un bene per il Paese, in particolare del nostro Paese, la cui Costituzione lo tutela (art. 47).

Il risparmio è, perciò, la risorsa principe per il futuro dell’Italia. E dovrebbe fissarsi sempre più nell’economia, a sostegno dello sviluppo. La tutela del risparmio in tutte le sue forme è cruciale; coinvolge l’operare di autorità e banche, intermediari e associazioni, soggetti pubblici e privati, ognuno per le sue responsabilità. Il risparmio da privilegiare non è quello che deriva da un contesto di recessione e che – unito a una situazione di prossimità alla deflazione, ora peraltro in parte superata – segnala lo spegnersi delle aspettative per il futuro, il rinvio continuo degli acquisti, l’allontanamento delle decisioni di investimento. No, il risparmio da privilegiare è quello che si forma come solitamente avviene in spirito di previdenza per l’uso consapevole delle risorse, per il bene delle generazioni che seguiranno, per la consapevolezza dell’importanza del frutto del proprio lavoro.

La crisi degli ultimi anni ha, però, ampliato non poco l’area delle famiglie per le quali il risparmio non è un’opzione effettivamente percorribile, perché i bisogni quotidiani eccedono le poche opportunità di reddito. E in effetti il fenomeno della povertà assoluta è cresciuto sensibilmente fino a coinvolgere in Italia oltre 4,7 milioni di persone, delle quali 1,3 milioni sono minori (Istat, luglio 2017). E certamente positiva è stata la scelta del Governo nel 2016 di varare un apposito fondo strutturale per contrastarla e oggi la proposta di un reddito di inclusione.

Le Fondazioni di origine bancaria sono in campo da tempo per attenuare l’impatto della povertà sulle famiglie, con i loro numerosi progetti di welfare. Ed è significativo che al welfare – che raccoglie i settori di Assistenza sociale, Salute pubblica e Volontariato – nel 2016 siano stati destinati 293 milioni di euro, pari al 28,5% delle nostre erogazioni, per interventi non sostitutivi dei servizi pubblici. Risorse queste a cui vanno sommati i 120 milioni di euro di risorse specificatamente indirizzati al Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, generando così una quota complessiva di erogazioni per il welfare di 413 milioni di euro.

Realizzato grazie a un accordo fra l’ACRI e il Governo, con la collaborazione del Terzo settore, del volontariato e delle scuole, il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile è uno dei più importanti fra i progetti collettivi delle Fondazioni. Nel loro insieme esse lo alimentano con un contributo di 120 milioni di euro all’anno, per tre anni, a partire dal 2016; viene realizzato tramite bandi, in un’ottica di trasparenza e rendicontazione, con l’obiettivo di coprire tutto il Paese e di mano in mano coinvolgere tutte le fasce d’età dalla prima infanzia all’intera adolescenza.

Tornando al risparmio, ribadisco che esso contiene gli sforzi del passato, la tranquillità del presente, la premessa per progetti futuri. Ne sono convinto, ma bisogna che abbia sempre più una grande valenza positiva in termini macroeconomici. Gli oltre 100 miliardi di euro (a tanto ammonta il risparmio medio annuo degli italiani) che le nostre famiglie sottraggono a possibili consumi immediati sono un plus importante, che il Paese deve valorizzare. Il risparmio è il primo anello di una catena che diventa virtuosa solo se si trova il modo di convertirlo in investimenti e quindi in possibile crescita economica. Negli anni appena trascorsi questa catena si è dimostrata fragile e purtroppo si è più volte interrotta.

Una parte della pubblicistica corrente sostiene che l’inaridimento degli investimenti pubblici è responsabilità del nostro Paese, più che l’effetto dei vincoli europei. Ciò sia per il debito pubblico accumulato sia perché i Governi italiani si sarebbero sottratti al difficile compito di selezionare, riqualificare e quindi ridurre la spesa pubblica corrente. È indubbio che su questo terreno molto si possa e si debba ancora fare, sia per gli importi sia per i benefici alla collettività che questa spesa produce. È però facilmente verificabile che il cosiddetto avanzo primario (cioè il disavanzo pubblico al netto della spesa per interessi) è positivo da molti anni. L’Italia ha, infatti, gestito la spesa pubblica (almeno sul piano contabile) con maggiore oculatezza della maggior parte dei paesi europei; e il mancato recupero dei valori pre-crisi si deve proprio al limitato uso della leva pubblica, di cui invece in altri paesi (ad esempio Francia e Spagna) si è fatto ben più ampio utilizzo. La Germania, anch’essa come noi virtuosa riguardo all’avanzo primario, lo è soprattutto grazie ai suoi risultati nel commercio estero, per i quali anche noi diamo buone performance. Purtroppo per noi, però, anche adesso che il costo del rifinanziamento del debito è estremamente sceso, la nostra spesa annua per interessi è pari a circa quattro punti di PIL.

Lo scenario economico internazionale continua a registrare segnali di miglioramento. L’Eurozona condivi- de largamente questo clima favorevole. L’Italia, da parte sua, è tra i paesi per i quali la previsione economica viene rivista più decisamente al rialzo; sono migliorate anche le aspettative per il futuro, tanto da far ritenere possibile il consolidarsi di una dinamica che porti all’allineamento con la media della crescita dell’Eurozona.

Le politiche disegnate dalla Banca Centrale Europea hanno sopito, infatti, la pericolosa volatilità manifesta- tasi nel circuito finanziario e hanno parallelamente incoraggiato un diffuso processo di risveglio economico. I recenti provvedimenti della BCE che segnalano un ritiro graduale del piano di quantitative easing vanno nella direzione di mantenere ancora gli stimoli. Sarebbe, però, un errore cantare vittoria definitiva sulla crisi; occorre continuare a mantenere alta la guardia e adoperarsi per utilizzare tutte le leve possibili per una crescita maggiore e, nel contempo, per proseguire lungo la linea delle riforme strutturali. Nell’area euro l’inflazione è ancora lontana dal target del 2% indicato dalla BCE. Di qui la necessità che proseguano le misure non convenzionali di politica monetaria, nel presupposto che la stabilità dei prezzi si consegue raggiungendo il suddetto target, ma con un’inflazione “buona”, che sia conseguenza della crescita dell’economia e dei redditi; diversamente, un aumento generalizzato dei prezzi colpirebbe le classi di reddito meno favorite.

La qualità dell’attuale risveglio economico del nostro Paese non pare “appesa” a un favorevole contesto congiunturale. In questi anni difficili il nostro paese ha finalmente aggredito alcune storiche criticità. Mi limiterà ad accennarne tre. La prima è quella della giustizia civile. Per molti anni la certezza del diritto, condizione non secondaria per il corretto funzionamento di un sistema economico, è stata fortemente indebolita dalla lentezza del sistema giudiziario. Gli interventi normativi compiuti in questi anni per normalizzare l’andamento del contenzioso hanno avuto un indubbio successo: i tempi medi evidenziano un trend di diminuzione e il numero dei procedimenti pendenti è oggi di un terzo inferiore (due milioni di procedimenti in meno!) rispetto al punto massimo (5,7 milioni) toccato nel 2009, un progresso che ha riguardato anche la cosiddetta “giacenza patologica”.

Il secondo esempio è la riforma del diritto fallimentare da poco entrata in vigore. Il disegno di legge delega approvato in via definitiva dal Senato per riformare le discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza è, infatti, un intervento davvero “rivoluzionario”, perché pone la salvaguardia dell’impresa e delle sue relazioni di mercato al centro delle procedure per regolare le fasi di difficoltà dell’impresa. Finalmente la crisi e l’insolvenza sono riconosciute come momenti non patologici nel ciclo di vita di un’impresa, possibilmente da prevenire, ma non da determinare un pregiudizio definitivo e ineliminabile sul futuro dell’impresa stessa.

Il terzo ha come oggetto i pagamenti della pubblica amministrazione. Alcuni anni fa i ritardi nei pagamenti dovuti da enti statali erano davvero inaccettabili e producevano pesanti ricadute anche sul circuito dei pagamenti tra privati, acuendo così una congiuntura economica e finanziaria già straordinariamente difficile. In questo caso il cuore dell’intervento è la piattaforma informatica realizzata dal MEF, piattaforma che oggi monitora l’esito di quasi 30 milioni di fatture per un importo di 150 miliardi di euro. Il ritardo rispetto alle medie europee non è stato interamente colmato, ma i progressi realizzati sono sostanziali e percepibili dalla quotidiana esperienza ancor prima che dalla lettura delle statistiche.

La ripresa, dunque, è il riflesso di mutamenti profondi, intervenuti nella struttura produttiva, dove una crescente quota di imprese sta perseguendo con determinazione l’obiettivo dell’innovazione tecnologica e del rafforzamento patrimoniale.

Le migliorate condizioni operative hanno, infatti, prodotto evidenti riflessi sul profilo finanziario delle imprese. Lo testimonia, tra l’altro, la loro dotazione di liquidità, in significativa crescita, e la riduzione delle sofferenze bancarie. Alla fine di settembre le imprese italiane risultavano titolari di circa 270 miliardi di depositi bancari. Inoltre, la quota di imprese che dichiara di aver realizzato utili nel 2016 è pari al 73%, un valore storicamente elevato e oltre 4 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente. Ancora difficile rimane, invece, la condizione delle imprese di costruzioni, per le quali la stessa percentuale scende al 58%.

Al miglioramento della condizione finanziaria delle imprese contribuisce significativamente la riduzione del costo dei finanziamenti bancari. Questa discesa è in Italia sensibilmente più intensa di quanto rilevabile altrove in Europa, tanto che il differenziale tra Italia ed Eurozona, che nella prima metà del 2015 superava il mezzo punto percentuale e che dodici mesi dopo era pari an- cora a 31 centesimi, risulta sostanzialmente annullato a una recente verifica (settembre 2017).

Si sta quindi gradualmente attenuando quella fragilità economico-finanziaria del tessuto imprenditoriale che ha molto acuito nel nostro Paese l’impatto della crisi degli anni passati. Si tratta di una favorevole evoluzione che attendevamo da anni, perché ci fa sperare nel consolidamento della crescita e per i positivi riflessi che può avere per le banche, la cui vulnerabilità recente è riconducibile in misura importante proprio al deterioramento della qualità del portafoglio prestiti alle imprese.

Sotto quest’ultimo profilo, per riportare la situazione alla normalità è necessario favorire un’evoluzione positiva su due diversi piani. Il primo riguarda il processo di formazione di nuove situazioni problematiche. La graduale perdita di intensità di questo processo sta avvenendo grazie al combinarsi di tre differenti dinamiche: il miglioramento della congiuntura economica, il rafforzamento patrimoniale avviato dalle imprese, la discesa degli oneri finanziari (che è un riflesso della politica della Banca Centrale Europea).

Non meno importante, nell’attuale contesto italiano, è la sistemazione dell’eredità negativa pervenutaci dai molti anni di crisi. Superata la possibilità concreta di un circuito vizioso tra esposizione delle banche e debito sovrano, grazie anche all’apporto delle misure non convenzionali messe in atto dalla BCE, è ancora gravoso sui bilanci delle banche il peso dei crediti deteriorati, anche se in significativo miglioramento.

Influiscono positivamente su questo fronte anche importanti innovazioni legislative. In particolare mi riferisco a quanto contenuto nel decreto legge di metà 2015 (art. 16 del D.L. n. 83 del 27 giugno 2015), che cambia in modo radicale il trattamento fiscale di svalutazioni e perdite su crediti verso clientela, consentendone la deducibilità integrale nell’esercizio in cui sono rilevate in bilancio. Non meno importante è la GACS ovvero la Garanzia dello Stato sulla Cartolarizzazione delle Sofferenze. E senz’altro apprezzabile è l’impegno del CSM a definire linee guida per accelerare i tempi delle esecuzioni immobiliari. La celerità delle procedure esecutive è essenziale per accrescere la competitività del sistema economico ed è un contributo sostanziale non solo all’efficientamento dell’iter per lo smaltimento dello stock dei crediti deteriorati, ma anche a una loro piena valorizzazione. Affiancandosi ad altre circostanze positive (prima fra tutte il miglioramento della congiuntura) queste novità stanno contribuendo a determinare un sensibile ridimensionamento sia dello stock sia dei flussi dei prestiti deteriorati, evoluzione già da alcuni mesi ben evidenziata dalle statistiche nazionali (Banca d’Italia) ed europee (European Banking Authority), con una convergenza sempre più intensa verso il dato medio dell’Eurozona.

Il rilancio della crescita delle imprese, fondamentale per l’occupazione, è dunque possibile, ma richiede una forte ripresa degli investimenti. Mai come ora, esistono le condizioni per un piano di rafforzamento e ammodernamento della dotazione delle infrastrutture che qualificano un paese moderno: reti fisiche e digitali, interventi di tutela del territorio dai molti rischi a cui è esposto (non ultimo quello sismico), programmi indirizzati verso il risparmio energetico, ecc. La Cassa Depositi e Prestiti, di cui le Fondazioni di origine bancaria sono azioniste, può dare un contributo non secondario alla realizzazione di questi progetti. L’auspicio è che l’eccezionalità di questa fase venga pienamente colta, ma senza il traino europeo i progressi risulteranno inevitabilmente lenti.

Riguardo all’Europa, vi è l’esigenza di voltare pagina rispetto alla linea di rigoristica austerità praticata a Bruxelles, senza che ciò debba significare lassismo nel campo della finanza pubblica oppure abbandono della linea delle riforme di struttura, che va accompagnata da contestuali scelte di sostegno della domanda aggregata. Ma anche l’azione politica in Italia deve ritrovare una progettualità nuova. Un ruolo importante, come già sottolineato, può averlo la Cassa Depositi e Prestiti, anche nell’aiuto alle Pmi che cominciano a guardare con più attenzione al mercato dei capitali come a una vera opportunità per la crescita. Peraltro, Borsa Italiana è ancora troppo piccola per essere un sostegno vero al Paese. Qualcosa, però, sta cambiando, grazie a strumenti come i Pir, cioè i Piani individuali di risparmio, che da un lato offrono forti incentivi fiscali ai risparmiatori che li detengano per almeno cinque anni, dall’altro cercano di indirizzare un significativo flusso di risorse verso imprese non quotate. Nei primi nove mesi del 2017 la loro raccolta ha sfiorato i 7 miliardi di euro.

Per un cambio di passo, però, i cittadini devo essere sempre meglio attrezzati. Spread, rating, default sono parole ormai consuete nel nostro lessico quotidiano. I telegiornali e le conversazioni devono fare i conti con competenze economico-finanziarie di base di cui i più erano, fino a poco tempo fa, completamente digiuni. Ma pochi sono gli italiani che comprendono davvero fino in fondo quello di cui si sta parlando. Quindi a tutela del risparmio e della sua adeguata valorizzazione è fondamentale un miglior livello di alfabetizzazione finanziaria degli italiani.

È necessario coordinare gli sforzi che soggetti pubblici, associazioni, banche e altri intermediari compiono in materia di educazione finanziaria. L’adozione di una misura legislativa per l’educazione finanziaria come il “Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria”, istituito con decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze di concerto con il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e il Ministro dello Sviluppo Economico con l’obiettivo di promuovere e programmare iniziative di sensibilizzazione ed educazione finanziaria, è senz’altro utile e necessaria per dare a questa branca dell’istruzione il rilievo dovuto nei programmi delle scuole di ogni ordine e grado.

Capire i meccanismi dell’economia, comprendere le offerte del credito, iniziare a pensare a forme di previdenza complementare: tutto questo si traduce in un passaggio cruciale per diventare adulti. E la stella polare di questo processo deve essere a mio avviso l’educazione a una gestione responsabile del risparmio. La necessità di un’alfabetizzazione, però, non riguarda solo i ragazzi in età scolare, ma anche gli adulti, per i quali occorrerà progettare, in particolare avvalendosi dei mezzi di comunicazione di massa, specifiche forme di coinvolgimento.


Stress test

di Gianfranco Torriero
(Vice Direttore Generale ABI)

Lo stress test consiste in un’indagine condotta dall’autorità bancaria di vigilanza volta a valutare la capacità degli intermediari bancari oggetto di osservazione di fronteggiare un ipotetico scenario economico-finanziario particolarmente negativo e stimare il correlato grado di rischio sistemico, cioè il rischio per la stabilità del mercato finanziario complessivo.
Gli stress test sono stati introdotti per la prima volta negli Stati Uniti dalla Federal Reserve dopo la crisi finanziaria del 2008.

In Europa, gli stress test sono coordinati dall’Autorità Bancaria Europea (EBA) che li sviluppa in stretto coordinamento con la vigilanza bancaria della Banca Centrale Europea (BCE) e le autorità di vigilanza dei singoli Paesi membri oltre che con l’ausilio del Comitato Europeo per il Rischio Sistemico (CERS). Lo svolgimento degli stress test prevede l’elaborazione di due scenari economici: uno basato sulle previsioni di consenso (lo scenario base) e uno ipotetico (lo scenario avverso, elaborato da BCE e CERS), che assume un’evoluzione particolarmente avversa del contesto economico e finanziario.

L’esercizio condotto dall’EBA si basa su un approccio che prende in esame anche i dati analitici gestionali delle singole banche e sfrutta i sistemi gestionali delle banche stesse per le simulazioni.

Il test guarda al rischio di credito, di mercato e di liquidità e pone particolare attenzione all’evoluzione del grado di patrimonializzazione delle banche.

In estrema sintesi, l’esercizio simula l’evoluzione su un arco temporale pluriennale (tendenzialmente triennale) del bilancio delle banche soggette al test nello scenario base e nello scenario avverso e ne misura l’impatto sul patrimonio di maggiore qualità, ovvero sul “Common Tier Equity 1 ratio” (pari al rapporto tra patrimonio di base e le attività ponderate per il rischio).

L’esercizio è condotto ipotizzando la staticità dei volumi e del mix di attività. Non vengono dunque considerate strategie aziendali e iniziative gestionali future. Ne consegue che gli scenari oggetto di analisi e i risultati del test non rappresentano delle previsioni sulla redditività e solidità delle banche ma piuttosto un esercizio che fornisce una base informativa utile a valutare la capacità delle banche di rispettare i requisiti prudenziali minimi di capitale, a fronte di scenari di stress basati su metodologia e ipotesi comuni tra le banche.

I risultati del test vengono utilizzati dall’organo di vigilanza bancaria nell’ambito del processo di revisione e valutazione delle banche vigilate (Supervisory Review and Evaluation Process), ad esito del quale possono essere chiesti interventi correttivi per le banche che dovessero presentare profili di vulnerabilità.


Tasso variabile e tasso fisso

di Gianfranco Torriero
(Vice Direttore Generale ABI)

Quando si decide di voler effettuare un investimento oppure si vuol richiedere un finanziamento, ad esempio per acquistare casa, le domande da porsi per fare delle scelte consapevoli sono molte. Tra queste sicuramente una scelta importante è quella sul tasso di interesse a cui regolare l’operazione, se variabile o fisso.

Partiamo dagli investimenti: se intendiamo acquistare una obbligazione o un titolo di Stato l’offerta sul mercato prevede titoli sia a tasso fisso sia a tasso variabile.

L’investimento a tasso fisso permetterà di avere nel tempo lo stesso ammontare di cedola, ad esempio se si è investito in un titolo che paga una cedola del 3% annuo, si otterrà ogni anno il 3%. In questo caso, se si dovesse nel tempo registrare una riduzione o un aumento dei tassi di mercato, si rimarrebbe immuni da tali variazioni. Questo ovviamente non avvererebbe nel caso di un investimento in un titolo a tasso variabile, indicizzato a un parametro che risente dell’andamento dei mercati.

Tuttavia è bene ricordare che, se il titolo a tasso fisso viene detenuto fino alla sua scadenza naturale, il tasso di interesse e il suo rendimento coincidono. Nel caso in cui invece si rivenda il titolo prima della scadenza naturale il rendimento potrebbe variare. In particolare, nel caso in cui i tassi di interesse di mercato registrassero un aumento, il valore del titolo sarebbe più basso e quindi il rendimento del titolo sarebbe inferiore al 3%, in quanto al valore della cedola (3%) dovrà essere sottratta la perdita in conto capitale (cioè la differenza negativa tra quanto il titolo è valutato al momento della vendita e il valore iniziale di acquisto del titolo).

In caso di tassi di mercato in diminuzione il valore del titolo aumenterebbe e quindi il rendimento complessivo sarebbe superiore, dato dalla somma del valore della cedola (3%) e il differenziale positivo tra il valore al momento della vendita e quello al momento iniziale dell’acquisto.

Nel caso di investimenti a tasso variabile, come detto, si è soggetti alla variabilità del valore della cedola, cioè il tasso dell’investimento segue l’andamento di quelli del mercato; la differenza tra il valore al momento della vendita e il valore al momento iniziale dell’acquisto è quindi molto contenuto.

Passando alla richiesta di finanziamento, se il prestito è regolato a tasso fisso, si pagherà un importo della rata costante; quindi, se si è valutata correttamente la propria capacità di rimborso del prestito non si avranno incertezze. Nel caso di prestiti a cui si applicano tassi variabili, la rata varia in funzione dell’andamento dei tassi (può aumentare o diminuire), cioè in base all’andamento del parametro (es. Euribor) a cui è regolato il prestito. Tali variazioni possono essere anche significative.

La maggiore stabilità della rata del mutuo comunque ha un costo, infatti normalmente in un prestito il livello del tasso fisso è più elevato rispetto a quello variabile, in quanto in questo caso è la banca che deve effettuare le coperture per le eventuali future evoluzioni dei tassi.

È bene comunque ricordare che, oltre al tasso fisso e al tasso variabile, si sono sviluppate altre tipologie quali, ad esempio, i mutui a tasso misto, che prevedono contrattualmente di poter passare, dopo un certo periodo, dal fisso al variabile e viceversa. Oppure tassi variabili con il cap (tetto), cioè che prevedono un aumento massimo del tasso di interesse applicato sul finanziamento nonostante un maggior aumento del valore del parametro di riferimento.


Wall Street

di Flavio Valeri
(Presidente di Deutsche Bank)

Dal punto di vista toponomastico, Wall Street è solamente una strada a sud di Manhattan (New York) e deve il suo nome alle antiche mura della città. In realtà è uno degli indirizzi più famosi al mondo. Ospita infatti gli Headquarters della Borsa di New York e di molte grandi banche e società finanziarie. Wall Street rappresenta lo “status symbol della finanza mondiale”. La sua immagine è stata spesso associata alla creazione di importanti fortune finanziarie (“il boom di Wall Street”) o viceversa a momenti storici di grande declino come la depressione del 1929 (“il crollo di Wall Street”). L’andamento degli indici di Borsa di “Wall Street” vengono generalmente usati come riferimento per descrivere la performance dell’economia e della finanza americana. Su Wall Street sono stati scritti libri, girati film e create numerose leggende e la grande statua all’inizio della strada raffigurante un toro è divenuta uno dei simboli del capitalismo americano.

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